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Copyright, ok definitivo del Consiglio Ue (ma l’Italia vota contro)

In seguito alla pubblicazione della direttiva nella Gazzetta ufficiale, gli Stati membri avranno 24 mesi per trasporre le nuove regole nella legislazione nazionale

La riforma europea del copyright supera anche l’ultimo passaggio: dopo il Parlamento di Strasburgo, anche il Consiglio dell’Unione europea ha votato a favore della direttiva Ue che impone ai giganti del web di remunerare chi produce contenuti da essi utilizzati. Come annunciato, l’Italia ha votato contro assieme a Svezia, Finlandia, Polonia, Olanda e Lussemburgo. Astenuti Slovenia, Estonia e Belgio. La Germania ha fatto mettere a verbale un suo protocollo in cui invita la Commissione, responsabile dell’attuazione, ad evitare filtri all’upload e censura.

«La riforma era il pezzo mancante del completamento del mercato unico digitale», ha commentato il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker. Le nuove regole sul diritto d’autore, dopo più di tre anni di contrattazioni e numerose modifiche, erano state approvate dal Parlamento europeo alla fine di marzo, adesso ottengono il via libera del Consiglio Ue. A questo punto, manca solo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale per poi far scattare i due anni entro i quali la direttiva dovrà essere recepita dai Paesi membri e assumerà la sua forma (o le sue forme) concreta. L’Europa ha iniziato a lavorare a un aggiornamento delle regole sulla protezione del diritto d’autore nel 2016: il testo precedente risaliva al 2001, quando Internet, e soprattutto le grandi piattaforme, non avevano ancora scompaginato del tutto le modalità di distribuzione e accesso ai contenuti.

LEGGI ANCHE: Riforma Ue sul copyright, dall’open source alla censura sul Web?

L’obiettivo è quello di salvaguardare «un elevato livello di protezione del diritto d’autore e dei diritti connessi», adattando le norme sul diritto d’autore a un mercato monopolizzato da colossi internazionali che fatturano sull’uso gratuito di contenuti prodotti da terzi. In sostanza, le piattaforme che monetizzano sull’intermediazione di opere altrui, come appunto Google o Youtube, devono «responsabilizzarsi» e assicurare la stipula di licenze con i legittimi proprietari dei diritti o la rimozione dei contenuti protetti da copyright. A garantire l’una e l’altra condizione sono i due articoli più controversi del testo: 15 e 17 (ex articoli 11 e 13). L’art.15 stabilisce che gli Stati membri debbano provvedere perché «gli autori delle opere incluse in una pubblicazione di carattere giornalistico ricevano una quota adeguata dei proventi percepiti dagli editori per l’utilizzo delle loro pubblicazioni di carattere giornalistico da parte dei prestatori di servizi della società dell’informazione». In altre parole gli autori di un contenuto editoriale veicolato dalle piattaforme online (per esempio Google News) devono essere remunerati dai propri editori, a propria volta pagato per i contenuti concessi agli aggregatori digitali. La finalità della direttiva dovrebbe essere quella di incentivare la stipula di accordi, quindi è probabile che una maggiore garanzia di retribuzioni passi per accordi bilaterali fra editori e aziende digitali.

L’articolo 17 (ex articolo 13) sancisce invece che «un prestatore di servizi di condivisione di contenuti online deve pertanto ottenere un’autorizzazione dai titolari dei diritti». Se un contenuto protetto da copyright viene caricato senza licenza, le piattaforme si accollano la responsabilità della violazione, a meno che non si possano aggrappare ad alcune eccezioni: per esempio «aver compiuto i massimi sforzi per ottenere un’autorizzazione» o comunque «aver agito tempestivamente» per disabilitare l’accesso agli utenti indisciplinati o impedirne l’attività in futuro. La norma si dovrebbe rivolgere solo alle aziende di grossa dimensione, visto che lo stesso articolo esclude o limita per esempio le responsabilità di società con fatturato inferiore ai 10 milioni o meno di tre anni di attività alle spalle.

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