Cultura

Pattie Boyd: «Io, i Beatles ed Eric»

Il racconto fotografico della modella icona della Swinging London, moglie di George Harrison prima e di Eric Clapton poi, musa ispiratrice di tre canzoni leggendarie: “Something”, “Layla” e “Wonderful Tonight”

L’ultima foto che li ritrae insieme è stata scattata col treppiedi nel 1991. La bellissima modella Pattie Boyd e il beatle George Harrison, una volta moglie e marito. Entrambi sorridenti. Ma, negli occhi, s’intravede un velo di malinconia. La ruggine del tempo, le rughe, i malanni, le trasgressioni, hanno lasciato il segno sul volto di quella deliziosa ragazza che aveva ammaliato la Swinging London e il chitarrista silenzioso dei Beatles. Sono di nuovo una accanto all’altro nella neve di Friar Park, una villa vittoriana gotica nei pressi di Henley-on-Thames, nell’Oxfordshire, dove avevano vissuto negli anni Settanta.

«Quell’intero periodo è stato folle» ricorda oggi Pattie Boyd, serena settantacinquenne passata dalle passerelle alle gallerie dei musei nelle vesti di fotografa. «Friar Park era un manicomio. Le nostre vite erano alimentate dall’alcol e dalla cocaina, e così è stato per tutti quelli che sono entrati nella nostra sfera. Eravamo tutti ubriachi. Nessuno sembrava avere appuntamenti, scadenze o qualcosa di pressante nelle loro vite, nessuna responsabilità».

È in quel periodo che nel rapporto coniugale tra la bellissima modella Pattie Boyd e George Harrison si aprono le prime crepe. Le attenzioni di George vagavano spesso verso altre donne, e Pattie sapeva che le era stato infedele, soprattutto con la moglie di Ringo Starr, Maureen. Non che lei fosse una santarellina. Consumò la sua vendetta nei letti di Mick Jagger e di John Lennon, diventando poi il chiodo fisso di Eric Clapton. Ne era così ossessionato che si mise insieme a Paula, sorella di lei, pur di starle vicino e conquistarla. Il matrimonio di George Harrison con Pattie si concluse nel giugno del 1974, e lei cedette ai corteggiamenti di Clapton.

Pattie Boyd e George Harrison

Pattie Boyd era bellissima. Da togliere il fiato. Era una modella dall’aspetto insolito che proprio per questo diventò un’icona negli anni Sessanta. La sua storia d’amore con il tenebroso chitarrista dei Beatles era cominciata sul set del film “A Hard Day’s Night”. Correva l’anno 1964. «Un giorno siamo saliti su un treno alla stazione di Marylebone e il treno è decollato. All’improvviso eravamo in un film! E nel film c’erano piccole scolarette in poltrone da ginnastica, che erano in realtà delle modelle, e ne eravamo piuttosto affascinati. George ne aveva persino sposata una: Pattie Boyd» ricorda Paul McCartney nella sua autobiografia.

«Sulle prime impressioni, John (Lennon) sembrava più cinico e sfacciato degli altri, Ringo il più accattivante, Paul (McCartney) era carino e George, con gli occhi castani di velluto e capelli castani scuri, era l’uomo più bello che avessi mai visto. Era effettivamente molto silenzioso, tranquillo, ma anche molto divertente. Durante una pausa per pranzo mi sono ritrovata seduta accanto a lui. Stargli vicino era elettrizzante» ricorda Pattie Boyd.

Harrison era attratto dallo sguardo dolce della ragazza e dalle sue maniere gentili. Una delle prime cose che le disse fu: «Mi vuoi sposare?». Quando lei rise, Harrison commentò: «Bene, se non mi vuoi sposare, vuoi cenare con me stasera?». Alcuni giorni dopo, di nuovo sul set del film, le chiese ancora una volta di sposarlo e lei accettò, avendo ormai concluso la sua relazione con il precedente fidanzato. Il 21 gennaio 1966 si sposarono.

George Harrison con il guru indiano Maharishi

Nel settembre del 1966 Pattie e George volarono a Bombay come ospiti del musicista indiano Ravi Shankar. Il loro interesse per il misticismo e le credenze orientali crebbe durante il viaggio. Nell’agosto dell’anno successivo Paul chiamò George per dirgli che un leader spirituale chiamato Maharishi stava arrivando a Londra per una conferenza sulla meditazione all’Hotel Hilton. «Quando uno dei Beatles faceva qualcosa di interessante, lo condivideva con gli altri» prosegue Pattie Boyd oggi signora Weston. «Dissi che questo era il tizio che aveva creato la tecnica di meditazione che stavo praticando. Assistettero alla conferenza e ne vollero sapere di più quando il Maharishi suggerì loro di andare a Bangor in Galles. Lì aveva un Ashram dove chi faceva meditazione poteva farlo in sua presenza e imparare di più. Sembrò una fantastica avventura e andammo tutti in Galles. Mick Jagger e Marianne Faithfull una volta saputo che i Beatles sarebbero andati a meditare col Maharishi non resistettero all’idea di venire anche loro per capire di cosa si trattasse».

«Quando andammo in India io avevo 23 anni e George 24» continua l’amarcord della ex modella. «Ravi Shankar ci fece fare un giro dell’India con lo sguardo aperto su un Paese che a noi sembrava molto esotico: orsi, scimmie in catene, mendicanti e bambini mutilati per strada. Le donne indossavano Sari molto colorati e l’aria calda era satura di incenso. Ero cresciuta in Africa dove lo stile di vita è diverso da quello dei Paesi occidentali per cui il caos dell’India non mi ha disturbato. Ho sempre pensato fosse un posto pieno di vita, arte e colori. Ho davvero abbracciato l’India. Quando la girammo con Ravi ci fermammo al Kumbh Mela, un festival che raccoglie milioni di Sadhu i quali camminano per giorni per raggiungere il luogo in cui si svolge. Ricordo in quella circostanza che stavo seduta accanto a Ravi e vidi un uomo che continuava a infilare la propria lingua in una canna di bamboo. Chiesi a Ravi cosa stesse facendo e lui mi rispose che dentro c’era un serpente e l’uomo stava cercando di prendere un poco del suo veleno come eccitante».

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I viaggi spirituali alla ricerca del karma portano poi a Rishikesh ai piedi dell’Himalaya. «Il Maharishi voleva che vivessimo nell’ashram tutti insieme per condividere la nostra quotidianità. Era tutto molto spartano, come un monastero, e il cibo era vegetariano. Con noi c’erano anche Donovan, un amico di John Lennon chiamato Magic Alex, Mia Farrow e sua sorella Prudence, Mike Love dei Beach Boys. Oltre a tutti i Beatles ovviamente con le loro mogli o partner. La giornata iniziava con la meditazione della mattina, alla quale seguiva la colazione e una lettura del Maharishi. Nel tempo libero meditavamo oppure i Beatles scrivevano e suonavano. Non c’era una particolare routine a parte per il pranzo e, anche se non ci alzavamo, qualcuno lasciava sempre una ciotola di cibo fuori dalla porta. Le letture del Maharishi erano indirizzate a tutti, ma a volte voleva impartire un insegnamento spirituale in particolare al nostro gruppo».

«Il periodo passato nell’ashram è stato molto creativo e stimolante per i Beatles», sostiene Pattie Boyd. «Hanno scritto alcune delle loro più belle canzoni là, in particolare quasi tutto il “White Album” è stato scritto a Rishikesh, inclusa “Dear Prudence” ispirata da Prudence Farrow, sorella di Mia. Fu un periodo speciale per loro ed ebbero la possibilità di stare tutti nello stesso posto per settimane con poche distrazioni. Furono liberi di immergersi nella loro creatività e di lavorare quando il mood era quello giusto. C’è ad esempio una canzone intitolata “The Continuing story of Bungalow Bill” e narra la storia di un tale che si fermò nell’ashram per meditare, dopo aver cacciato tigri e altri felini. La storia era troppo interessante perché sfuggisse a John. Credo che il cacciatore non abbia mai realizzato di quanto fossero scioccati dall’idea che lui uccidesse questi bellissimi animali».

Paul McCartney, Ringo Starr e John Lennon

Pattie diventa complice dei Fab Four. Sta spesso con il gruppo, partecipa alle sedute di registrazione. Canta le parti vocali di “Birthday” sul “White Album” con l’allora fidanzata di John Lennon, Yoko Ono. Harrison scrive per Pattie “Something” (la donna che ha un modo speciale di muoversi e di sorridere), una delle canzoni più belle e famose dei Beatles, considerata da Frank Sinatra la migliore love song degli ultimi cinquant’anni. «Se ci penso sento ancora i brividi e le emozioni sulla pelle. È una canzone meravigliosa. Purtroppo mi riporta alla mente George, ed è una presenza che mi manca moltissimo» si commuove la modella-fotografa.

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Ma è proprio dopo quei viaggi in India che la relazione comincia a incrinarsi. George era diventato ossessivo riguardo alla meditazione. Era anche a volte ritirato e depresso. «I miei stati d’animo hanno iniziato a rispecchiarlo e a volte ho pensato anche al suicidio» rivela lei. La droga, l’alcol, un arresto per possesso di marijuana, i tradimenti sono le altre tappe del calvario per Pattie. Che non finisce nemmeno con la nuova storia d’amore con Eric Clapton. L’eroina, la dipendenza dall’alcol, le numerose infedeltà, condussero a un nuovo, traumatico, divorzio nel 1989.

Per lei Clapton scrisse Layla: la canzone dettagliava il suo amore non corrisposto per lei, ed era ispirata da un racconto persiano che il chitarrista aveva ricevuto da un amico. E sempre a Pattie è dedicata “Wonderful Tonight”: «Eric descrisse in quella canzone una serata della nostra vita: io che salivo al secondo piano dell’appartamento e mi preparavo per uscire con lui. I miei vestiti, un’atmosfera molto romantica. Lui mi trovò “bellissima quella sera” ed è così che nacque quel brano».

Pattie Boyd a Foggia

Queste storie adesso l’ex modella che stregò le rockstar britanniche racconta attraverso una mostra di scatti molto personali che è stata ospitata nel Palazzo della Dogana di Foggia, nell’ambito dell’anteprima del Medimex2019. Alcuni scatti naif, da principiante, i più recenti con una tecnica più professionale. Il racconto, lungo trent’anni, di una persona che si è «trovata al posto giusto al momento giusto», confessa molto umilmente. «All’epoca fotografare non era il mio lavoro, non erano state fatte con un intento professionale e quindi le avevo scordate. Quando le ho ritrovate sono rimasta a bocca aperta, erano un vero tesoro». E tali si rivelano nella mostra che Pattie Boyd porta in giro per il mondo.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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