Economia

Ocse: «Reddito di Cittadinanza troppo alto rispetto ai redditi medi»

Non solo un sussidio troppo elevato, l’Italia soffre anche di precariato e sottoccupazione

«Il reddito di cittadinanza ha un importo troppo elevato rispetto al reddito medio italiano». Il giudizio dell’Employment Outlook 2019 dell’Ocse è netto: «il reddito di cittadinanza introdotto di recente rappresenta un trasferimento di risorse importante verso le persone in condizioni di povertà. Tuttavia, il livello attuale del sussidio è elevato rispetto ai redditi mediani italiani e relativamente a strumenti simili negli altri paesi Ocse». Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico la messa in opera del reddito di cittadinanza «dovrà essere monitorata attentamente per assicurare che i beneficiari siano accompagnati verso adeguate opportunità di lavoro».

Non solo un reddito di cittadinanza troppo elevato, ma anche un’incidenza record di sottoccupati, un aumento dei contratti atipici e dell’instabilità del lavoro, uno scivolamento verso salari bassi anche da parte di diplomati e laureati, un sistema di formazione continua inadeguato. L’Italia fotografata dall’Employment Outlook dell’Ocse, quest’anno dedicato al «Futuro del lavoro», è in palese difficoltà anche nel presente dell’occupazione, soprattutto dei giovani. Uno dei grandi deficit dell’Italia, secondo l’Ocse è la formazione. Solo il 20,1% degli adulti in Italia ha partecipato a programmi di formazione professionale nell’anno precedente la rilevazione. Solo il 60% delle imprese, con almeno 10 dipendenti, osserva l’organizzazione internazionale, offre formazione continua ai propri dipendenti, contro una media europea Ocse del 75,2%.

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L’occupazione in Italia, pur avendo segnato miglioramenti, resta ben al di sotto della media Ocse. Dal 52,6% del 1990, l’occupazione è salita al 56,8% nel 2010 e al 58% nel 2017, che resta oltre 10 punti sotto la una media Ocse (69,5%). Nel contempo è aumentato il lavoro a tempo determinato, che era il 4,5% nel 1986 ed è arrivato al 15,4% nel 2017, mentre la media Ocse e’ salita dal 9,5% all’11,2%. In ascesa anche il lavoro part time, passato dall’8,3% nel 1986 al 20% nel 2017, quando nell’Ocse la media era del 15%. È raddoppiato il lavoro a tempo parziale di breve durata (dal 3,4% al 6,2%). La quota di quanti si dichiarano sottoccupati, cioè che lavorano meno di quanto vorrebbero, tra i lavoratori dipendenti è balzata tra il 2006 e il 2017 dal 5,6% al 12,2% contro la media Ocse 2017 del 5,4%. È il dato più alto in assoluto tra i Paesi industrializzati. I giovani sono i più penalizzati: l’Italia figura al secondo posto dopo la Spagna con un aumento del 12,3% dei giovani che si dichiarano sottoccupati tra il 2006 e il 2017, contro il +6,5% dei lavoratori tra 25 e 54 anni e il +4,8% lavoratori più anziani (Ocse +2,4%, +0,9% e +0,8%). La sottoccupazione è aumentata poi in particolare tra le donne (+8,9%, maggiore incremento dell’Ocse (media +0,9%), contro +4,4% tra gli uomini.

Oltre agli abituali dati sulla disoccupazione, che è il doppio rispetto alla media dei Paesi avanzati (10,7% a febbraio contro il 5,2% medio Ocse), a carico della Penisola vanno una serie di indicatori che scandagliano più a fondo il pianeta lavoro alle prese con automazione, digitalizzazione, globalizzazione e cambiamenti demografici. L’Ocse assicura che nonostante le incertezze e la diffusa preoccupazione sull’impatto della tecnologia e della globalizzazione, «non stiamo andando verso un futuro senza lavoro», almeno per un po’. Il numero di occupati probabilmente non diminuirà, ma la qualità del lavoro e le disuguaglianze tra lavoratori potrebbero peggiorare. Alcuni posti di lavoro potrebbero scomparire: il 14% è ad alto rischio di automazione in media tra i paesi Ocse. In Italia il rischio è del 15,2% e un altro 35,5% potrebbe subire sostanziali cambiamenti nel mondo in cui le mansioni sono svolte. Tuttavia, saranno anche creati nuovi lavori. Da decenni, del resto, l’occupazione complessiva è in aumento. Resta il fatto che la transizione non sarà facile.

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L’Italia, intanto, affronta il «futuro del lavoro» con palesi fragilità. A cominciare dalla demografia, che la vede al secondo posto per l’invecchiamento della popolazione, alle spalle del Giappone. Gli ultra sessantacinquenni, che erano pari al 23,5% rispetto alla popolazione in età lavorativa nel 1980, sono saliti al 37,8% del 2015 e saranno oltre il 72,4% nel 2050. Una popolazione di anziani, rileva lo studio, può tradursi in carenze di lavoro qualificato (i giovani non riescono a sostituire tutti coloro che lasciano il lavoro), il che può spingere verso una maggiore automazione o a maggiori pressioni per attirare lavoratori immigrati.

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