Italia

Quando la Lega voleva tagliare le province

Per Salvini sono «necessarie per dare servizi ai cittadini», eppure era stato il Carroccio a deciderne il primo taglio radicale

Non fa in tempo a spegnersi un focolaio che subito se ne accende un altro. Questa volta l’oggetto dello scontro sono le Province. Il M5s si dice favorevole all’abolizione, mentre la Lega risponde che l’alleato era a conoscenza di una bozza di legge di riforma degli enti locali anche se ora nega e «cambia idea ogni giorno». «Ogni poltronificio per noi deve essere abolito — ha twittato Luigi Di Maio — Efficienza e snellimento: questi devono essere i fari. Questa è la linea del M5s».

Fonti del M5s avevano già precisato che l’idea di un ritorno delle Province è della Lega. Anche se la bozza è stata scritta dal tavolo tecnico-politico nella conferenza Stato-Città istituito dall’ultimo Decreto Milleproroghe, in cui siede anche la viceministra all’Economia Laura Castelli, del Movimento 5 Stelle. «I 5s non possono cambiare idea ogni giorno su tutto – hanno commentato fonti della Lega – Oggi tocca alle Province, distrutte da Renzi con gravi danni per i cittadini e per la manutenzione di scuole e strade. Un viceministro 5s lavora per rafforzarle, un altro ministro 5stelle lavora per chiuderle. L’Italia ha bisogno di un sì e di serietà, non di confusione». Sulla questione è intervenuto anche Matteo Salvini: «Vogliamo dare i servizi ai cittadini. Se i Comuni non riescono a farlo, servono le Province».

E via a nuovo scontro. Con il solito tormentone: il ritorno delle province «non è nel contratto di governo». La stessa identica frase fatta usata a parti rovesciate da Lega e M5s a seconda dei temi trattati: dalla cannabis al testamento biologico. Che il famigerato contratto non parli del ritorno alle Province, «soppresse ma non soppresse» del tutto dopo il fallimento del referendum costituzionale del 4 dicembre, è fuori discussione. Ma una bozza della riforma degli enti locali, scritta congiuntamente dai pentastellati e dai leghisti, su carta intestata della presidenza del Consiglio, dice che «la Provincia ha un presidente, eletto a suffragio universale dai cittadini dei Comuni che compongono il territorio provinciale, coadiuvato da una giunta da esso nominata». A «coadiuvare» il presidente c’è poi il «Consiglio, avente poteri di indirizzo e controllo, eletto a suffragio universale». Di fatto, un ritorno al passato.

Ma in un passato non troppo lontano era stato il Carroccio, d’accordo con Silvio Berlusconi, a decidere il primo storico taglio radicale degli organismi di cui oggi invoca la resurrezione: una Provincia su tre, tutte quelle sotto i 300.000 abitanti. Gian Antonio Stella su Il Corriere della Sera riepiloga quando la Lega si era schierata per l’abolizione delle province: “Era il 14 agosto 2011, Ferragosto. Titolo a tutta pagina della Padania: «Costi della politica, tagli epocali / Difesi risparmi comuni virtuosi».Titolone a pagina 3: «La “Casta” colpita al cuore/ Calderoli: tagliate 50.000 poltrone». Il grafico con la mappa dei tagli era già più cauto: «Le 36 Province a rischio»”. Con le regole, invece, immaginate nella bozza di riforma, il consiglio provinciale non cancellerebbe l’assemblea dei sindaci, cioè l’organo di secondo livello (votato cioè dagli amministratori locali del territorio e non dai cittadini) creato dalla riforma Delrio. E le Province tornerebbero a vivere anche nei territori delle Città metropolitane, affiancate dagli organi della Città che si limiterebbero alle zone davvero metropolitane.

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