Italia

Primo maggio: festa del lavoro o rituale anacronistico?

Ha ancora senso celebrare il primo maggio in un Paese piegato dalla crisi del lavoro, in cui i part-time involontari sono aumentati del 131% e i sottoccupati dell’88%?

Troppe volte è stato annunciato l’obiettivo di rimettere il lavoro al centro aumentando i suoi diritti e il suo potere, sviluppando l’economia reale e riducendo le diseguaglianze del mercato tramite una reale redistribuzione della ricchezza. Da anni la politica dimostra l’incapacità di raggiungere l’obiettivo sancito dall’art. 1 della Costituzione: «L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro». E se il decennio più nero dell’occupazione è stato quest’ultimo, dalla crisi del 2008, il primo maggio rischia di diventare un «rituale fuori dal tempo con i nuovi sfruttati, tutele spezzate e caporalato digitale», come scrive Gad Lerner su La Repubblica.

L’ultima rilevazione Istat sul lavoro segnala che a marzo 2019 il tasso di disoccupazione è diminuito di 0,4 punti rispetto al mese precedente e di 0,8 punti rispetto allo stesso mese dello scorso anno, arrivando al 10,2%, il dato più basso da agosto 2018. E il tasso di disoccupazione giovanile (tra le persone tra i 15 e i 24 anni), a marzo 2019 sceso al 30,2%, tocca il minimo da ottobre 2011. Mentre il ministro del Lavoro Luigi Di Maio esulta («Domani potremo festeggiare il primo maggio con qualche dato positivo» ), l’Istat ricorda che il nostro Paese ha ancora un tasso di disoccupazione tra i più alti d’Europa. A fronte di questi timidi segnali di ripresa mancano 1,8 milioni di ore lavorate rispetto al 2008; i part-time involontari sono aumentati del 131%, da un milione e 195 mila a 2 milioni e 757 mila; i sottoccupati dell’88%, da 356 mila a 668 mila.

Basta leggere le prime pagine dei quotidiani per avere la sintesi dell’attuale drammatica situazione: «Il lavoro, ogni anno che passa, vale meno – si legge su La Repubblica – Un giovane su tre non ha un posto. In 10 anni raddoppiati i sottoccupati. Il 25% ha un impiego inferiore al titolo di studio. Perso in totale un milione di posti a tempo pieno: peggio di noi solo la Grecia. E i robot nei prossimi vent’anni copriranno il 15% della manodopera». Il Corriere della Sera parla di una data sulla quale gravano «quattro crisi infinite» su cui punta i riflettori e che poi sono i casi aziendali dell’ex stabilimento Fiat di Termini Imerese, l’Alcoa, il marchio Ardo e la Piaggo Aerospace. Il Fatto Quotidiano titolava «1° maggio cercasi» analizzando «quel che resta del simbolo». Mentre Il Foglio parla di «Primo maggio di costrizione» puntando il dito sui sindacati che «dovrebbero riflettere per aver dato copertura ai populisti».

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Privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite, flessibilità trasformata in precarietà, disparità di genere e mancanza di un salario minimo garantito: cosi la rassegnazione individuale ha sostituito la protesta collettiva e certe organizzazioni propongono ancora la “festa del lavoro” dimenticando il ricordo delle lotte dei lavoratori e apparendo sempre di più come strutture conservatrici di privilegi in forte difficoltà a rappresentare adeguatamente il lavoro dei nostri tempi e le prospettive future. La festa del lavoro, un evento che ricorda le battaglie operaie combattute a metà del 1800 per la conquista di diritti e sicurezza sul luogo di lavoro, rischia di diventare una festa vuota.

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