Italia

Apologia del fascismo, cosa dice la legge e perché è difficile applicarla

Le leggi Scelba e Mancino puniscono l'esaltazione e la propaganda del fascismo. Ma questi principi entrano in contrasto con la libera manifestazione del pensiero sancita all'articolo 21 della Costituzione

La Procura di Torino ha aperto un’inchiesta contro Francesco Polacchi, fondatore della casa editrice Altaforte vicina a CasaPound e al centro delle polemiche per la sua partecipazione al Salone del Libro, prima dell’esclusione comunicata ieri sera dagli organizzatori. Il fascicolo contro è stato aperto per apologia di fascismo. L’inchiesta è l’atto formale che segue gli esposti di Sergio Chiamparino e Chiara Appendino, dopo che Polacchi ha rilasciato alcune interviste in cui ha detto: «Sono fascista e Mussolini è un grande statista italiano». In un’altra occasione ha aggiunto: «L’antifascismo è il male di questo Paese».

Il reato è stato introdotto dalla Legge Scelba del 1952, che punisce con la reclusione da cinque a dodici anni e una multa da 1032 a 10329 euro «chiunque promuova oppure organizzi sotto qualsiasi forma, la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista». La legge non punisce solo la riorganizzazione del partito fascista ma anche tutti quei comportamenti che esaltano il fascismo. La norma, all’articolo 4, sanziona infatti chiunque «pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo oppure le finalità antidemocratiche proprie del partito fascista».

Oltre alla legge Scelba esiste poi un’altra legge che regola il delitto di apologia del fascismo. È la legge Mancino del 1993 che punisce i reati di odio e discriminazione razziale. In particolare, secondo quanto recita l’articolo 2, è punito «chiunque, in pubbliche riunioni, compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali di organizzazioni, associazioni o movimenti aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi». Nel 2017 il deputato del Pd Emanuele Fiano tentò di bloccare con una nuova legge «chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco».Cioè vietare slogan riferiti a Hitler e Mussolini, il saluto romano e vendere oggetti e simboli riferibili ai due dittatori o ai regimi. Ad oggi quindi questi ultimi non costituiscono reato. Il disegno di legge si bloccò dopo lo scioglimento delle Camere nel dicembre 2017. Le pene andavano da sei mesi ai due anni e aumentate di un terzo se commesse online.

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La ragione per cui le due leggi che puniscono chi commette reato di apologia del fascismo (Scelba e Mancino) risultano di difficile e, a volte, controversa applicazione sono da attribuirsi al conflitto che sorge con il principio di libera manifestazione del pensiero sancito all’articolo 21 della Costituzione. «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione», recita l’articolo in questione. E proprio qui si pone il problema per il giudice chiamato a decidere sui casi specifici. Frasi come «io sono fascista», «l’antifascismo è il vero male di questo Paese» e «Mussolini è il miglior statista italiano» non sono dunque passate inosservate e hanno dato alle istituzioni locali l’impulso per l’accertamento giuridico. I magistrati dovranno valutare le esternazioni di Polacchi e stabilire se la società editrice è il mezzo attraverso il quale viene messa in atto la condotta criminosa, e decretarne la fine. Al tempo stesso, una decisione del genere potrebbe essere interpretata come una minaccia alla libertà di espressione. I giudici potrebbero quindi rimandare la questione alla sfera di competenza della politica.

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