Italia

Cnel, perché vogliono abolirlo

Ci ha provato Renzi, ci riprova il governo gialloverde. Il Consiglio nazionale Economia e Lavoro è un ente vecchio e costoso che non è mai riuscito a esprimere a pieno le potenzialità previste dai costituenti.

Ci aveva provato il governo Renzi, ma il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 non passò decretando anche la conclusione della sua esperienza di governo. Ci riprova il governo Lega-M5s: la commissione Affari costituzionali del Senato ha avviato l’esame del disegno di legge che dovrebbe portare all’abolizione del Consiglio nazionale Economia e Lavoro. Il testo, che porta la firma del leghista Roberto Calderoli e del pentastellato Gianluca Perilli, riprende quanto previsto dal contratto di governo che, a proposito del Cnel, parla di «istituzione rivelatasi inefficace rispetto agli scopi per i quali era stata concepita».

La sua storia ha origini addirittura con l’Unità d’Italia: si chiamava Csl, Consiglio superiore del lavoro e, dopo un periodo in auge con Giuseppe Zanardelli e Giovanni Giolitti, fu abolito da Benito Mussolini. Nella Costituzione del 1948, con l’articolo 99, si prevedeva la nascita del Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro come organo ausiliario del governo e del parlamento. Nel 1957, nasce il Cnel. «Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro è composto, nei modi stabiliti dalla legge, di esperti e di rappresentanti delle categorie produttive, in misura che tenga conto della loro importanza numerica e qualitativa. È organo di consulenza delle Camere e del Governo per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge. Ha l’iniziativa legislativa e può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge», recita l’articolo 99 della Costituzione. I compiti principali sono: esprimere pareri (non vincolati) esclusivamente su richiesta del parlamento, del governo o delle regioni; promuovere iniziative legislative in materia economica, sociale e lavorativa.

Furono sufficienti vent’anni di attività per far dubitare Giulio Andreotti della sua utilità: nel 1977 l’allora presidente del Consiglio affidò all’ente il compito di autoriformarsi. Un processo lungo e inutile: finalmente dopo dieci anni, nel 1986, arrivò la tanto attesa riforma che, però, non riuscì a dare all’ente un ruolo centrale nell’attività legislativa italiana. In più di mezzo secolo, il Cnel ha presentato 22 proposte di legge, 375 report, relazioni, studi, indagini e ricerche. Secondo i dati rilasciati dallo stesso ente, 1.017 i documenti di vario genere prodotti in 62 anni anni di attività.

Inoltre, scorrendo il dossier pubblicato dall’ufficio studi del Senato, relativo al disegno di legge costituzionale n. 1124 (d’iniziativa dei senatori Calderoli e Perilli), all’esame della Commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, si arriva ai costi dell’organo attualmente presieduto da Tiziano Treu: «Sono iscritti stanziamenti per il Cnel pari a 7,123 milioni di euro, per ciascun anno del triennio. Se si sommano alcune entrate – continua il dossier del Servizio studi di Palazzo Madama – quest’anno il Consiglio ha a disposizione, secondo il bilancio preventivo, oltre otto milioni (8,368)».

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Un ente antico e costoso che non è mai riuscito ad esprimere a pieno le potenzialità previste dai costituenti. Nonostante le riforme e le ripetute indicazioni politiche, il Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro rischia ancora una volta di essere chiuso. «Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro si è rivelato un ente inadeguato agli scopi per cui era stato concepito ed è ormai superato dalle dinamiche istituzionali che garantiscono la rappresentanza delle forze sociali», ha annunciato il ministro per i Rapporti con il parlamento Riccardo Fraccaro. «Non ci può essere – aggiunge il ministro – la difesa di poltrone ed enti inutili perché gli interessi dei cittadini sono tornati centrali. Oltre agli ovvi risparmi, questa riforma consentirà di rendere più snello il rapporto tra forze sociali e istituzioni. La funzione del Cnel potrà infatti essere sostituita dal rafforzamento della democrazia diretta e del ruolo del parlamento».

Anche in questo caso, però, il percorso di abolizione sarà lungo. Il Cnel è un organo previsto dalla Costituzione, per cancellarlo non basta un annuncio. Il testo all’esame del Senato è un disegno di legge costituzionale, che prevede un doppio passaggio sia alla Camera sia al Senato, con il secondo voto a maggioranza assoluta e anche la possibilità del referendum. A proposito di referendum anche il governo Renzi provò a cancellare il Cnel, con la riforma costituzionale che prevedeva anche il ridimensionamento del Senato. Ma sappiamo tutti come andò a finire: con la vittoria del no, con il Cnel ancora in piedi e con le dimissioni di Renzi.

Ma a due anni e mezzo dal fallimento del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, l’ex premier si toglie qualche sassolino dalla scarpa: «In Senato è arrivata la richiesta di discutere la legge costituzionale proposta dai Cinque Stelle per l’abolizione del Cnel. Sì, proprio del Cnel. I Cinque Stelle sono così: prima ti insultano, poi ti copiano (male!)», scrive Renzi su Facebook. «Immagino che adesso i grandi custodi della democrazia che si sono schierati contro il nostro referendum del 2016, tutti coloro che sono stati in servizio permanente “contro la deriva autoritaria e i danni alle istituzioni procurati dal renzismo”, possano svegliarsi dal letargo di questi mesi e rassicurarci sul fatto che sono vivi e stanno bene. In questi mesi infatti sono stati silenziosi su tutto, dalle sparate dei vicepremier fino all’umiliazione del Parlamento sulla legge di Bilancio: evidentemente il loro problema era solo l’abolizione del Cnel. Che dite: i paladini della Costituzione torneranno finalmente a farsi sentire?».

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