Italia

I robot non ci ruberanno il lavoro

Il futuro è arrivato in un locale della Liguria: due robot prendono le comande e servono ai tavoli. Ma il proprietario assicura che nessun dipendente sarà licenziato. E anche i dati Ocse sono incoraggianti

Il Gran Caffè Rapallo è il simbolo dei tempi che cambiano. Dove in passato trovavano ristoro Ernest Hemingway, Ezra Pound e Eugenio Montale, adesso a servire ai tavoli ci sono due robot. Non siamo però di fronte all’ennesimo caso di macchina che sostituisce gli esseri umani, almeno secondo il proprietario del locale, Gabriele Hu, proveniente da una famiglia che già da due generazioni lavora nella ristorazione italiana: «L’arrivo dei robot non comporterà il licenziamento del personale umano, ma è solo un’aggiunta, qualcosa in più per stimolare la curiosità e attirare clienti».

Una ricerca sul tema, “Racing With or Against the Machine? Evidence from Europe”, osserva che tra il 1999 e il 2010, ben 1,64 milioni di posti di lavoro sarebbero stati sostituiti da un macchinario o un algoritmo, ma allo stesso tempo in quegli stessi settori colpiti dalla sostituzione si sono creati altri 1,4 milioni di posti di lavoro per via dell’aumento della produttività, e più di 2 milioni ulteriori in altri settori, sempre grazie alla tecnologia. L’effetto netto quindi, per i ricercatori, è stato un aumento di 1,8 milioni di posti di lavoro in Europa: una crescita che però pone un problema per la sua distribuzione, poiché la maggior parte dei nuovi lavori non viene occupato da chi lo ha perso. Un fenomeno accaduto a causa dei tassi di creazione dei nuovi lavori, che sono stati più rapidi rispetto alla distruzione di quelli sostituiti dalla tecnologia. La ragione della mancata sostituzione tra robot o algoritmi e lavoratori umani si spiega con la stessa ragione per cui mandando in pensione in anticipo occupati anziani non è detto che entrino nel mercato del lavoro nuovi giovani. Il numero di posti di lavoro non è fisso nel tempo, ma è influenzato in modo significativo da variabili come la produttività, la domanda e l’innovazione.

È anche vero tuttavia che l’esperienza del passato non è detto si ripeterà in futuro. Se in passato la tecnologia ha creato più posti di lavoro di quanti ne ha distrutti, non è detto che così avvenga anche per il futuro. Negli ultimi anni le parole di allarme si sono fatte sempre più assordanti. Parole che arrivano, per giunta, da fonti che consideriamo autorevoli: per primi sono stati due ricercatori dell’università di Oxford nel 2013 a prevedere che quasi la metà dei lavoratori americani fossero ad alto rischio automazione e digitalizzazione entro i prossimi 20 anni.

LEGGI ANCHE: Sophia il robot e il sogno della razza ariana

L’ultimo report dell’Ocse sul futuro del lavoro è più rassicurante rispetto alle stime fino ad ora circolate: sarebbero solo il 14% i lavori a rischio automazione, e oltre un terzo quelli le cui mansioni cambierebbero considerevolmente per la stessa ragione. A livello italiano la stima è simile per i lavori a rischio, mentre è maggiore rispetto alla media Ocse quella sulle professioni che verranno rivoluzionate dalla tecnologia (più del 50%). Inoltre gli economisti dell’istituto parigino sottolineano che rientrare tra i lavori in via di estinzione non implica che effettivamente i lavoratori verranno sostituiti. Farlo potrebbe non essere economicamente vantaggioso, oppure potrebbe essere illegale o sollevare dubbi etici. Ma c’è di più: il mercato potrebbe non accettare l’automazione di alcuni servizi per cui i clienti ritengono importante il fattore umano. Ma mentre prima non ci saremmo mai fatti servire al tavolo di un ristorante da un braccio meccanico al posto di un simpatico cameriere, adesso dei simpatici robot “Xiao Ai”, che in italiano significa “Piccoli Amori”, prenderanno le comande e porteranno su un vassoio i caffè caldi dei clienti.

Tags

Related Articles

Back to top button
Close