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Bruce Springsteen come Roth scrive un nuovo capitolo del Grande Romanzo Americano

S’intitola “Western Stars” e uscirà il 14 giugno. Un cowboy alla ricerca di qualcosa che ancora non ha trovato. Un viaggio interiore, tra spaesamento e rimpianti; una galleria di personaggi attraverso cui guardare negli occhi e nell’anima del suo Paese. Questa volta il Boss si concentra sulla voce e sulle parole, sostenute da partiture orchestrali di ampio respiro

Bruce Springsteen ha viaggiato a lungo sulle oscure autostrade dell’anima durante la sua vita. È un cowboy che cerca la terra promessa nell’oscurità ai margini della città, con ancora miglia da percorrere. E questa ricerca di qualcosa che ancora non ha trovato si può sentire nelle tredici tracce del nuovo album “Western Stars”, in uscita il 14 giugno in tutto il mondo.

In questo viaggio, Bruce non ha mai mancato di guardare negli occhi e nell’anima del Paese in cui è nato lui e sono nati i suoi genitori, in cui suo padre Douglas aveva visto morire giovanissima la sua piccola sorella Virginia nel 1927, travolta da un camion in South Street, a Freehold. Tragedie pubbliche e private lo hanno segnato e lui ne ha trattenuto i ricordi per farne canzoni, per non perdere nulla della sua vicenda umana, impilando personaggi su personaggi fino a scrivere un Grande Romanzo Americano fatto di case sulla collina, di strade secondarie, di Sandy e Rosalita, di Wendy e di dead men’s town, di boardwalk e campi di battaglia, di giovani partiti soldati e ritornati cadaveri, di uomini vissuti con la morte nel cuore e infine rinati, di donne pazienti e forti, di presidenti opportunisti e di presidenti coraggiosi.

“Western Stars” è un altro capitolo di questo romanzo. E, come nel precedente “High Hopes”, il Boss del rock ha deposto dettagli sulla sua giovinezza, fatta di chitarre e di giovani band, pur annunciando un nuovo album e un tour con la E Street Band per il prossimo anno con tappa a Roma.

La prefazione della sua autobiografia “Born To Run” sarebbe perfetta per presentare questo album: «La città da cui vengo è piena di piccoli impostori, e io non faccio eccezione. A vent’anni non ero un ribelle che sgommava con le auto da corsa, ma un chitarrista per le strade di Asbury Park, già membro a pieno titolo di quella categoria di personaggi che “mentono” al servizio della verità… gli artisti con la “a” minuscola. Avevo però quattro assi nella manica: la gioventù, quasi dieci anni di dura gavetta sui palchi dei bar, un valido gruppo di musicisti locali ben sintonizzati con il mio stile e una storia da raccontare».

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Una storia che continua con questo “Western Stars (il suo diciannovesimo album in studio e il primo dal 2014, “High Hopes”) nel quale Bruce è ancora una volta membro a pieno titolo di quella categoria di personaggi che “mentono” al servizio della verità, questa volta come un uomo che compirà 70 anni a settembre. Come Tony Parsons ha scritto sulla rivista GQ: «Ciò che rende unico Springsteen è che – come quell’altro figlio del New Jersey, Philip Roth – è riuscito in qualche modo a fare il suo lavoro più interessante nella vecchiaia».

“Western Stars” potrebbe essere uno dei suoi più grandi album. Alcuni critici lo hanno “bollato” come disco da cowboy. Sbagliato. È indiscutibilmente uno dei più intimi, intensi e riflessivi di Bruce. Come nel suo capolavoro del 1982, “Nebraska”, Springsteen si concentra maggiormente sulla voce. E sulle parole. Spesso bellissime, sembrano quasi librarsi sostenute in alcuni casi da partiture orchestrali di ampio respiro, nelle quali Phil Spector incontra Daniel Lanois, e in altri momenti da arrangiamenti scarni e solitari, come nel deserto in una notte senza nuvole.

Il nuovo capitolo del Grande Romanzo Americano in musica comincia con “Hitch Hikin’”, ballad dolente con chitarra acustica, banjo e orchestra nella quale incontriamo il primo dei personaggi: un autostoppista. “L’uomo di famiglia mi dà un passaggio / Ha la sua Sally incinta al fianco” canta Bruce con un sorriso presumibilmente sulla faccia. Si resta on the road con il viaggiatore della rilassata “The Wayfarer”, mentre in “Tucson Train” entra in scena un manovratore di gru e “Western Stars” è il ritratto di un attore caduto in disgrazia e dedito alle “pilloline blu”.

In “Sleepy Joe’s Cafe” sembra di incontrare Bruce in una stazione di servizio sull’autostrada, dove si riuniscono camionisti e motociclisti per ballare e farsi una birra il venerdì sera. Sembra che Bruce, alla vigilia dei settant’anni, si renda conto che l’America sotto Trump potrebbe non essere un Paese per vecchi, ma ciò non gli impedisce di divertirsi su una traccia che suona come “Together Through Life”, uno dei migliori brani di Dylan.

In “Drive Fast (The Stuntman)” il Boss dà il ruolo di protagonista a una controfigura da “b movie”, pieno di ossa rotte e con una gioventù a tutta velocità (e tanta droga), che rimette i pezzi a posto grazie all’amore. Altre tracce rivelano un uomo filosofico nel suo viaggio interiore, brillando come una luce nei più profondi recessi della psiche spesso tormentata di Bruce. “Indovina cos’era quel qualcosa che non avrei dovuto fare / Indovina che mi dispiace ora” fa chiedere a un ranger in “Chasin’ Wild Horses”. Il rimpianto è il secondo momento dell’arco narrativo del disco. Come nel lamento del loner, il solitario, in “Sundown”: “Il tramonto non è il tipo di posto in cui vuoi stare da solo” canta tra cori alla Beach Boys e riferimenti a Jimmy Webb. O, ancora, in “Somewhere North di Nashville”, dove un aspirante cantautore passa in rassegna il suo passato: “Sono arrivato in città con una manciata di canzoni / Ho fatto il giro ma io non duro a lungo”. Ancora rimpianti in “Stones”, con una delle più grandi linee di cori di tutti i tempi: “Queste sono solo le bugie che mi hai detto”.

Sull’emozionante “There Goes My Miracle”, Bruce, cantando come Scott Walker, proietta Burt Bacharach nella notte di una città del New Jersey della sua gioventù e chiede: “Dov’è la mia stella fortunata stasera? Le strade perse alla luce della lampada”. Autobiografica appare anche “Hello Sunshine”, la confessione di qualcuno che, come Bruce, ha conosciuto la depressione. Il viaggio finisce con una sorta di ninna nanna, “Moonlight Motel”, dove si annegano ricordi amari nel fondo di un bicchiere di bourbon: “C’è un posto su un tratto di strada vuoto dove nessuno viaggia e nessuno va”. Un epilogo dolce e amaro.

La casa discografica di Bruce ha descritto il nuovo album come ispirato dalla sua devozione per i dischi pop della California tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. «Questo disco è un ritorno alle mie registrazioni soliste con canzoni ispirate a personaggi e arrangiamenti orchestrali, cinematografici», ha detto Springsteen in una dichiarazione. «È un gioiello di un disco».

In un’intervista a Variety, Bruce ha parlato delle influenze di “Western Stars”, un album che ha atteso pazientemente dietro le quinte per un po’ di tempo: «Glen Campbell, Jimmy Webb, Burt Bacharach, questo genere di dischi. Non so se la gente ascolterà quelle influenze, ma era quello che avevo in mente. E, inoltre, è un disco di cantautorato. È collegato ai miei dischi solisti in termini di scrittura, come “Tunnel of Love” (1987) e “Devils and Dust” (2005), ma non è affatto come loro. Sono personaggi diversi che vivono le loro vite».

Se “Hello Sunshine”, “The Wayfarer” e “Tuscon Train” sono cugine della versione 1968 di Glen Campbell di “Wichita Lineman” di Jimmy Webb o di “Good The Charlie” di Danny O’Keefe nel 1972, se “Hello Sunshine” è un tributo a “Everybody’s talkin’ ” di Fred Neil, nella versione di Nilsson resa famosa da “Un uomo da marciapiede”, altri brani di “Western Stars”, come “Somewhere North di Nashville”, “Chasin’ Wild Horses” e “Moonlight Motel”, sono figli della semplicità.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.

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