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Noa morta a 17 anni di eutanasia: come funziona in Olanda e nel resto d’Europa

Il caso riapre il dibattito sul fine vita. Nel testo olandese, il primo al mondo entrato in vigore nel 2001, è autorizzato in caso di estrema sofferenza fisica e psichica. In Italia e Irlanda resta fuori legge

Il caso di Noa, la ragazza olandese di 17 anni che ha chiesto e ottenuto l’eutanasia dopo anni di sofferenze psichiche per una violenza sessuale subita da bambina, è l’ultimo capitolo di una storia cominciata nel 2001 proprio in Olanda. È stato questo Paese il primo a legalizzare l’eutanasia diretta e il suicidio assistito: è cominciato così un percorso che in Europa ha portato ad adottare soluzioni diverse con Paesi che hanno riconosciuto l’eutanasia e altri che la considerano ancora un omicidio. Il primo a seguire l’esempio dell’Olanda è stato il Belgio, che nel 2003 ha legalizzato l’eutanasia, seguito da Svizzera, Svezia, Lussemburgo, Germania , Francia e Spagna.

In Olanda la legge in questione è la numero 137 del 10 aprile 2001. Il testo investe innanzitutto i medici: a loro spetta stabilire quando è possibile autorizzare la morte di un paziente e in base a quali criteri il loro ruolo non è perseguibile. Il diritto olandese mette infatti al centro la volontà e la libertà del cittadino. L’eutanasia è ammessa «quando motivata da inaudite sofferenze o estrema debolezza fisica e perdita della dignità». Le sofferenze possono essere sia fisiche sia psichiche quindi riguardano non solo patologie terminali, degenerative o irreversibili. Per questo sono incluse nel perimetro della legge anche la malattia mentale e la depressione. Per la legge olandese il medico deve avere « la piena convinzione che la richiesta del paziente è volontaria e ben ponderata; che le sofferenze del paziente sono resistenti a terapia e insuperabili; deve avere informato il paziente sulla situazione clinica e circa le sue prospettive». La correttezza dell’operato del medico viene poi sottoposta al giudizio di apposite commissioni regionali. L’istigazione al suicidio è punita penalmente.

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In Lussemburgo, dove è stata legalizzata nel marzo 2009, questa pratica vale invece soltanto per gli adulti e per i pazienti in condizioni di salute considerate “senza via d’uscita”. La Svizzera prevede sia l’eutanasia attiva indiretta (assunzione di sostanze i cui effetti secondari possono ridurre la durata della vita), sia quella passiva (interruzioni dei dispositivi di cura e di mantenimento in vita), sia il suicidio assistito. La Francia ha introdotto con la legge Leonetti del 2005 il concetto di diritto al “lasciar morire”, che favorisce le cure palliative. La Svezia ha legalizzato l’eutanasia passiva nel 2010, tollerata anche in Germania, Finlandia e Austria su richiesta del paziente. In altri Paesi, come Danimarca, Norvegia, Ungheria, Spagna e Repubblica Ceca il malato può rifiutare le cure o l’accanimento terapeutico. In Portogallo sono condannate sia l’eutanasia passiva sia quella attiva, ma è consentito a un comitato etico di interrompere le cure in casi disperati. L’eutanasia resta invece illegale in Irlanda e in Italia.

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