Musica

Generazione Woodstock, 50 anni dopo

La storia di quei leggendari giorni di pace amore e musica. Il paradigma della speranza, che in quell’estate del 1969 aveva raggiunto la sua massima coniugazione, è divenuto il paradigma della paura: paura della vecchiaia, della malattia, del mutuo, del pignoramento, delle tasse, delle rughe, dell’impotenza, dell’alieno, del jihadista, della pensione. Le foto di Baron Wolman

Mi sono imbattuta in un figlio di Dio
che stava camminando lungo la strada
e gli chiesi: “Dove stai andando?”
E lui mi disse questo:
“Sto andando giù alla fattoria di Yasgur,
a unirmi ad una rock and roll band,
ad accamparmi all’aperto, sulla terra,
a cercare di liberare la mia anima”.

C’erano tutti a Woodstock, anche quelli che non c’erano. Come Joni Mitchell, che a quella tre giorni di “pace amore e musica” non suonò, ma dedicò una canzone. C’erano i Beatles che non ci vollero andare e Michael Jackson che aveva undici anni e ancora prendeva legnate da suo padre. C’erano tutti, come nella notte dello sbarco sulla Luna, avvenuto pochi giorni prima, come il giorno della Caduta del Muro. Il concerto nel fango in una desolata fattoria di New York è presente nei miti della generazione che lo visse o che lo assorbì nel folklore dei loro genitori. Qualcosa che, come tutti i miti, non è mai esistito, ma esisterà per sempre.

woodstock baron wolman
Photo @ Baron Wolman

C’è un’era a.W., ante Woodstock, e c’è un’era d.W., dopo Woodstock. Segnò un abisso generazionale fra i vecchi, gli ultra trentenni dei quali non ci si doveva mai fidare, e i ventenni nati nel boom del Dopoguerra, dove l’ipocrisia, il perbenismo, la correttezza politica, la routine della vita avrebbero dovuto sprofondare, non esiste più. E la “Generation W”, quel milione di giovani che inondarono i campi melmosi del signor Max Yasgur rifiutando di pagare i 18 dollari per tre giorni di festival, è diventata indistinguibile da tutto l’alfabeto di generazioni che l’hanno preceduta o che l’avrebbero seguita.

In quei tre giorni di “pace, amore e musica” dal 16 al 18 agosto di cinquant’anni fa, intonò “Freedom” di Richie Havens come uno spiritual, cantò mantra ai tramonti, si prese per mano, dormì sotto le stelle, si bagnò nuda nelle pozze d’acqua e all’alba dell’ultimo giorno, ai bordi della fine, ascoltò le distorsioni dell’inno nazionale, “Star Spangled Banner”, come una rivelazione d’identità, come un destino, scegliendo suo sacerdote un meticcio mancino che suonava a occhi chiusi, e si chiamava Jimi Hendrix.

Woodstock Baron Wolman
Photo @ Baron Wolman

«Woodstock fu un sogno ad occhi aperti, un momento di pensiero collettivo in cui non esistevano barriere, né divisioni, probabilmente fu solo una bellissima illusione, ma che per pochi giorni si trasformò in una meravigliosa realtà fatta di fiducia, gioia di vivere e condivisione di ideali» dice il fotoreporter Baron Wolman, oggi simpatico ultrasettantenne, che attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica descrisse quei tre giorni in tutti i suoi momenti, dalla gente che si ammassava e abbandonava le auto ovunque per raggiungere il raduno agli artisti sul palco. Un racconto per immagini esposto fino al 28 giugno all’Università di Taranto, nell’ambito del Medimex.

L’onda di quei giorni reinventò la giovinezza. Chiedeva pace & amore. Portava fratellanza. E addirittura una co- lomba bianca su chitarra acustica, come mostrava il logo disegnato da Arnold Skolnich. Metteva insieme tutte le strade dell’Altra America – quelle degli hipster e di Jack Kerouac, dei treni merci e di Bob Dylan, dei figli dei fiori californiani e dell’urlo all’idrogeno di Allen Ginsberg, dei campus in rivolta e dei renitenti alla leva – per farle convergere nella New York Interstate Thruway, fino alla conca verde della fattoria di Max Yasgur, trecento acri circondati dalle Catskill Mountains.

Appena siamo arrivati a Woodstock,
eravamo addirittura mezzo milione
e ovunque era canto e celebrazione.
E ho sognato che ho visto i bombardieri
che facevano la scorta (controllavano) nel cielo
trasformarsi in farfalle
sopra la nostra nazione.

«Come oro, come polvere di stelle», canta Joni Mitchell, per via dei fuochi nella notte e dei joint di marijuana che passavano di mano in mano, lampeggiando viaggi mentali. Veloci come le motociclette di “Easy Rider”, appena decollate sugli schermi del nuovo sogno americano.

«Rock in the mud», rock nella melma, riassunse il cinico titolo di un articolo del New York Post il 17 agosto del 1969. Finita la musica e seccato il fango, l’incantesimo si sciolse. Si tornò alla vita reale. E il milione, o cinquecentomila, o quanti fossero i figli e le figlie dei fiori spesso fuggiti da casa per celebrarsi in quei prati, a casa tornarono. Si tagliarono i capelli, si coprirono, si lavarono, finirono l’università o trovarono un lavoro, ebbero figli, trasformarono la controcultura in cultura dominante. Chi era “out” divenne “in”. Il 74% delle ragazze che danzavano strafatte sulle note di Jerry Garcia e dei Grateful Dead divennero madri di famiglia, signore regolarmente sposate, e divorziate, con gli “squares”, i regolari, i cloni dalle “nove alle cinque” col posto sicuro in banca. Il popolo dello Lsd è divenuto il popolo dei Viagra. Le missionarie del libero amore, che poi tanto tanto libero non era, praticano il culto del botox. Soprattutto, Woodstock divenne la dimostrazione del fantastico potenziale di incassi rappresentato dai concerti di massa.

woodstock baron wolman
Photo @ Baron Wolman

Dei protagonisti di quella tre giorni di “pace, amore e musica”, alcuni non ci sono più. Richie Havens che aprì nel 1969 con la sua leggendaria “Freedom” è morto nel 2013 e così altri grandi che hanno listato a lutto il mondo della musica: Ravi Shankar, Tim Hardin, Joe Cocker, Janis Joplin e Jimi Hendrix. Ma molti altri menestrelli invecchiati della rock revolution, quelli che, come gli Who, cinquant’anni fa urlavano “Spero di morire prima di diventare vecchio”, continuano ad andare in tournée a 60, 70, persino 80 anni, impossibilitati ad andare in pensione dalla crisi del mercato discografico, dalla dipendenza dagli applausi e dall’ambizione di restare “forever young”.

Photo @ Baron Wolman

Il paradigma della speranza, che in quell’estate del 1969 aveva raggiunto la sua massima coniugazione, è divenuto il paradigma della paura, che oggi domina la vita della Generazione W, paura della vecchiaia, della malattia, del mutuo, del pignoramento, delle tasse, delle rughe, dell’impotenza, dell’alieno, del jihadista, della pensione.

E la paura stava per far tramontare il progetto della celebrazione dell’anniversario Woodstock 50 dal 16 al 18 agosto a Watkins Glen, New York, location a circa 90 minuti a est del luogo dove l’iconico festival ha avuto luogo mezzo secolo fa. Trovato un nuovo finanziatore, dopo il ritiro del primo, il festival dovrebbe farsi. In scaletta, The Killers, Miley Cyrus, Dead & Company, Chance the Rapper, Jay-Z e gli Imagine Dragons. Tutt’altro calibro rispetto ai protagonisti di cinquant’anni fa.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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