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Robert Smith: «Ultimo valzer con i miei Cure»

Un tour per i 30 anni di “Disintegration”, che ha fatto scalo a Firenze Rock, un film sui 40 anni della band nelle sale l’11 luglio e un nuovo album, l’ultimo. «Sto diventando un vecchio scontroso». «Negli anni 80 siamo stati una eccezione»

Dal 1983, l’eyeliner fuligginosa, il rossetto stropicciato e la foresta di capelli hanno reso Robert Smith un logo umano, trasmutato attraverso il lavoro di registi come Tim Burton, col quale collaborò nel film “Alice in the Wonderland”, e Paolo Sorrentino, che lo prese a modello per il protagonista del film “This Must Be the Place”, o di disegnatori come Neil Gaiman, autore della serie a fumetti “Sandman”.

Anche senza trucco, e benché un po’ appesantito, il leader dei Cure ha difficoltà a mimetizzarsi. Nel 1989, al culmine della sua fama, si è trasferito in un tranquillo villaggio della costa meridionale dove vive ancora con sua moglie, Mary. «Londra era piuttosto caotica» sospira. «Sono sopravvissuto; un sacco di persone che ho lasciato a Londra no».

Per uno che una volta cantava “non importa se moriamo tutti”, Smith ha un gusto accattivante per la commedia della vita. Come quando tenne una conferenza stampa durante la prima guerra del Golfo per spiegare che il singolo di debutto del 1979 dei Cure, “Killing an Arab”, era un riferimento al romanzo “L’etranger” e non, come alcuni dj delle radio americane sostenevano, un inno islamofobo. «Era totalmente surreale dover spiegare Camus a un mare di facce assolutamente stupefatte». O quando intervistò David Bowie per Xfm e arrivò talmente ubriaco che continuò a parlare del suo idolo per due ore.

Se Bowie è stato il suo eroe, Smith significa molto per milioni di persone cresciute negli anni Ottanta. Epoca della quale i Cure si considerano una eccezione. «Imperversavano i Duran Duran», ride Smith: «Era davvero triste, perché Simon Le Bon e compagni ci amavano e venivano ai nostri spettacoli, ma rappresentavano tutto ciò che odiavamo: l’effimero, il look, il glamour, le cazzate dei consumatori, l’orrore che ci trovavamo di fronte».

robert smith the cure

I Cure hanno attraversato gli anni Ottanta nel modo in cui i Beatles sono passati come un fulmine negli anni Sessanta, o Bowie negli anni Settanta: selvaggiamente prolifico, in costante cambiamento. «È strano guardare indietro», commenta Smith. «Tutto è stato fatto a un ritmo incredibilmente veloce. La vita passava». Per un neofita di 19 anni del sobborgo suburbano West Sussex, la terra di nessuno, Smith sembrava incredibilmente sicuro di sé. «Da dove veniva quella grottesca sicurezza? Probabilmente dal punk. La maggior parte delle band punk erano orribili. Un sacco di bluff a quell’età».

Nel giro di un paio d’anni, le meraviglie del ragazzo punk furono elaborate in “Faith” (1981), album che suonava come una nebbia fredda. «Avevo pensato: “Quanto più cupi possiamo essere? O facciamo rumori molto piccoli alla fine di un bunker di cemento e io sussurro su di loro, o facciamo qualcosa di diverso”». Seguì “Pornography” del 1982, un inferno di rabbia, nausea e disperazione. «C’era molta tensione nelle nostre vite personali. La musica riflette sempre, in larga misura, come sono mentalmente». I Cure erano talmente cresciuti a livello internazionale che i promotori cominciarono a chiamarli i Pink Floyd degli anni Ottanta. Smith considerò “Disintegration”, il suo capolavoro del 1989, squisitamente cupo e disinvolto. L’etichetta discografica pensò che si trattasse di un suicidio commerciale. Fu smentita dalle vendite: oltre tre milioni di copie. E un tour per il trentennale dell’album che ieri sera ha fatto tappa a Firenze Rock. S’inizia con mezza dozzina di b-sides, poi l’intero album contenente pietre miliari come “Pictures of You” e “Lullaby”, per concludere con tre bis.

Sul palco Robert Smith continua a divertirsi. E, come accadde nella notte di Taormina di quattordici anni fa, quando il concerto sforò le tre ore, ogni sera cerca di battere il record di Bruce Springsteen di 4 ore e 6 minuti. C’era quasi riuscito a Città del Messico in occasione del suo cinquantatreesimo compleanno, ma sbagliò i calcoli di tre minuti.

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Smith era ostile a qualsiasi festeggiamento per i quarant’anni della band, ma poi si è arreso. «Avevo detto di no, ma sapevo che probabilmente sarebbero andati avanti comunque». Così ha frugato nei cassetti per realizzare un documentario diretto dallo storico collaboratore Tim Pope, comprendente “The Cure: Anniversary 1978-2018 Live in Hyde Park London”, il concerto celebrativo per i 40 anni, che il prossimo 11 luglio sarà proiettato nei cinema di tutto il mondo. Non solo. Potrebbe finalmente vedere la luce il nuovo attesissimo album, il quattordicesimo in studio, in stand by da oltre dieci anni dall’ultimo “4:13 Dream”. Per ora sono state registrate 19 canzoni e alcune coprono i dodici minuti di durata: «Volendo essere ottimista, l’album sarà pronto per essere pubblicato verso la fine dell’anno». E sui nuovi brani anticipa: «Saranno dark e incredibilmente intensi. Ho aspettato dieci anni per fare qualcosa che significasse davvero qualcosa». Sarà l’ultima concessione ai fans. Poi, sui Cure dovrebbe calare definitivamente il sipario.

Smith si preoccupa che, a 60 anni da poco compiuti, sia diventato un reazionario che disprezza social media, smartphone e simili. «Sono in guerra con un sacco di cose del mondo moderno. È una follia la passione della gente per la tecnologia e le cose nuove», si sfoga. «Odio davvero come sono andate le cose negli ultimi vent’anni. Non so come sia successo. Tutto sembra cambiato in peggio». Si lascia travolgere dalla malinconia: «È strano come gli anni Settanta siano spesso definiti come un periodo di grandi disordini… Eravamo su una grande traiettoria per raggiungere l’uguaglianza. Poi con l’arrivo di Maggie (Thatcher, nda) e Ronnie (Reagan, nda) le cose sono inesorabilmente finite male…» sospira. «Ero molto ottimista quando ero giovane, anche se scrivevo canzoni molto deprimenti, ma ora sono quasi l’opposto. Ho una visione molto triste della vita. Sto diventando un vecchio scontroso».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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