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Dalla Aquarius alla Mediterranea: tutti i “no” di Salvini alle navi delle Ong

Il divieto di ingresso nelle acque italiane alle imbarcazioni di Sea-eye e Mediterranea è solo l’ultimo atto della politica dei porti chiusi

Sea Watch, Mediterranea, Sea Eye. Tre salvataggi e tre scontri in meno di un mese: le operazioni di soccorso in mare continuano e il ministro Matteo Salvini, puntuale, chiude i porti alle Ong, mentre decine di persone continuano ad arrivare indisturbate sulle coste italiane a bordo di imbarcazioni di fortuna. Dopo il soccorso di 54 migranti avvenuto al largo della Tunisia da parte della Ong italiana Mediterranea Saving Humans e di 65 migranti in acque libiche per mano della Ong tedesca Sea-eye è ricominciato il braccio di ferro tra Malta, Italia e Ue per l’accoglienza.

Era l’11 giugno dello scorso anno quando il ministro dell’Interno lanciò per la prima volta l’hashtag #chiudiamoiporti contro lo sbarco di 629 profughi a bordo della Aquarius di Sos Mediterranee e Medici senza frontiere. Fin dal suo insediamento al Viminale, dunque, Salvini ha dichiarato “guerra” alle navi delle Ong, dopo che già il suo predecessore Marco Minniti aveva avviato una stretta con “il codice di condotta” e minacciato di negare l’approdo alle navi non italiane. Poi è toccato alla Lifeline, dell’omonima Ong tedesca, che dopo una lunga odissea e le minacce di sequestro da parte dei ministri italiani, è sbarcata a Malta con 230 migranti soccorsi. E ancora alla Open Arms con a bordo 87 migranti soccorsi davanti alla Libia che dopo i rifiuti di Italia e Malta ha ricevuto il via libera da Madrid per approdare ad Algeciras.

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E come non ricordare il caso Diciotti, la nave con 177 migranti a bordo è finita al centro di un braccio di ferro Italia-Malta: il 22 agosto dello scorso anno sono stati fatti scendere 29 minori, mentre è stato necessario arrivare fino al 25 per lo sbarco degli altri. È questa la vicenda per cui è stato indagato il ministro Salvini con l’accusa di sequestro di persona aggravato finita con un non luogo a procedere. A gennaio tocca alla Sea Watch 3 fatta approdare a Catania, dopo aver stazionato per giorni davanti a Siracusa in attesa dell’ok allo sbarco. Il 19 marzo è stata la Mare Jonio, la nave della piattaforma Mediterranea Saving Humans con 48 persone soccorse al largo della Libia, a entrare nel porto di Lampedusa. Questa volta, a differenza dei casi precedenti, la soluzione è stata rapida, perché eravamo alla vigilia del voto del Senato sull’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini per la vicenda Diciotti.

La lista dei “no” di Salvini alla sbarco delle Ong è lunga fino ad arrivare al caso internazionale della Sea Watch: la capitana è stata arrestata e poi rilasciata per aver sbarcato sul molo di Lampedusa i migranti soccorsi davanti alle acque libiche, forzando il divieto di ingresso imposto dal Ministero dell’Interno e ignorando l’alt di una motovedetta della Guardia di Finanza. L’ingresso della Sea Watch nelle acque italiane ha fatto poi scattare per la prima volta contro una Ong le misure contenute nel decreto sicurezza bis (entrato in vigore il 15 giugno), fortemente voluto da Salvini proprio per contrastare l’attività delle navi umanitarie, con una multa di 16mila euro per comandante, armatore e proprietario della nave.

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