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Cosa resta del Mondiale di calcio femminile di Francia 2019

Alle azzurre rimane un quarto di finale inaspettato alla vigilia, ma anche e soprattutto la visibilità di cui il movimento aveva bisogno. A noi tifosi ha restituito i valori di uno sport autentico e genuino

Abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini di un mondiale femminile di alto livello, giocato da squadre atleticamente e tecnicamente ben preparate ed organizzate. Un mondiale che per la seconda volta consecutiva ha incoronato le americane campionesse del mondo. Neppure l’Olanda, campione d’Europa in carica, è riuscita a sovvertire l’ordine prestabilito e i pronostici. Ma al di là dei risultati cosa resterà di questo mondiale femminile? Sicuramente i gol. Quello di Barbara Bonansea nella prima contro l’Australia che ci ha fatto scattare dalla sedia ed esultare. Quello di Aurora Galli che ci ha fatto sperare regalandoci i quarti di finale. E quello dell’olandese Vivianne Miedema che ci ha fatto piangere insieme al capitano Sara Gama spegnendo il nostro sogno mondiale.

Il giugno francese ha svelato il potere del calcio femminile. In tutti i Paesi che hanno una nazionale in gara ai Mondiali di Francia si sono registrati ascolti record. Come ha raccontato il Wall Street Journal, è una crescita che va avanti da tempo: i Mondiali del 2015 furono visti da circa 750 milioni di persone in tutto il mondo e la Fifa, la federazione calcistica internazionale, ha già detto che quest’anno si è raggiunto il miliardo di telespettatori. Martedì 18 giugno, per la prima volta nella storia d’Italia, una partita di calcio femminile è stata trasmessa su Rai 1. La partita, giocata dalla nazionale italiana contro il Brasile, non solo è stata la partita di calcio femminile più vista di sempre in Italia, ma è stata anche la cosa più vista in assoluto quella sera sulla televisione italiana, con 6,5 milioni di spettatori e il 29,3% di share.

Un’espansione iniziata già da qualche anno sia a livello mondiale ed europeo, sia a livello italiano. Negli Stati Uniti il calcio femminile è stato un fenomeno unico nel suo genere, e lo rimane tuttora: si è formato da solo, ha vinto tanto, si è battuto numerose volte per il riconoscimento dei suoi diritti e continua ad essere un modello per l’emancipazione femminile nel mondo dello sport. Secondo l’ultimo rapporto finanziario presentato dalla U.S. Soccer, negli ultimi tre anni la nazionale femminile ha generato più entrate di quella maschile, peraltro in crisi dopo la mancata qualificazione all’ultimo Mondiale. Dal 2016 al 2018 le attività femminili hanno generato 50,8 milioni di dollari, perlopiù provenienti dalla vendita dei biglietti per le partite, contro i 49,9 milioni generati dalla nazionale maschile.

E se alle americane resta una meritata vittoria, le italiane si consolano con un quarto di finale inaspettato alla vigilia. Del mondiale francese rimane un’esperienza meravigliosa in campo, ma sopratutto una visibilità della quale il movimento italiano aveva bisogno. Ci hanno restituito un calcio bello, puro, genuino, fatto di emozioni e non di contratti faraonici. La nazionale femminile ha ridato orgoglio ai colori azzurri dopo la mancata qualificazione della squadra maschile allo scorso mondiale. Una nazionale che da vent’anni non partecipava ad un mondiale, in un girone di ferro ha saputo imporsi sull’Australia, numero 6 del ranking fifa, ed ha tenuto testa al Brasile di Marta, eletta per sei volte miglior giocatrice al mondo. Nulla di tutto ciò era scontato. Le azzurre hanno conquistato i cuori del popolo italiano: la passione, la professionalità e l’entusiasmo che le ragazze mondiali hanno messo in campo hanno contagiato davvero tutti e hanno dato al calcio femminile quell’importanza mediatica che serviva per mettere in luce delle questioni importantissime: dai pregiudizi sessisti alla disparità di genere fino alla delicata questione del professionismo.

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Il calcio femminile in Italia non è professionistico. Questo vuol dire che gli stipendi sono più bassi, che non esistono regole che impediscano alla società di contrattare direttamente con le giocatrici per i trasferimenti, che le donne non hanno un’assicurazione sanitaria, che non è previsto il pagamento di contributi pensionistici e che non vi è tutela in caso di maternità e invalidità. Il Mondiale ha donato al calcio femminile italiano una vetrina importante, che adesso non deve svanire, ma deve solamente consolidarsi, fino al raggiungimento del professionismo tanto sudato e meritato.

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