Cultura

Alessandro Cecchi Paone: «Io, il teatro, la tv e la nazionale femminile»

Il popolare giornalista, impegnato in un nuovo allestimento della Tosca, si racconta e racconta l’evoluzione del Paese: dalla televisione ai diritti civili. Chiarendo anche le sue recenti dichiarazioni sul calcio femminile

Alessandro Cecchi Paone non ha bisogno di presentazioni. Gli esordi come giornalista, la passione per i temi culturali, il ruolo di docente universitario e quello di opinionista in tv. Tutti noi abbiamo conosciuto la sua “Macchina del tempo”, un progetto televisivo d’importanza scientifica e culturale di grande rilievo e che gli ha valso di diritto un posto tra i divulgatori scientifici italiani più conosciuti e stimati. Ma non tutti conoscono la sua nuova sfida, quella in campo teatrale: dopo aver curato lo scorso anno l’allestimento de La Traviata, Alessandro Cecchi Paone torna adesso alla regia con la Tosca prodotta dal Coro Lirico Siciliano per il Festival dei Teatri di Pietra. L’opera debutterà il prossimo 13 luglio al Teatro Greco di Siracusa e verrà replicata il 30 luglio al Teatro Antico di Taormina e il 4 agosto al Teatro Greco di Tindari. In scena vestirà i panni del personaggio eponimo il grande soprano bulgaro Svetla Vassileva.

In una chiacchierata cordiale, con Alessandro Cecchi Paone abbiamo parlato dei suoi tanti interessi in ambito culturale, del suo impegno civile e dell’evoluzione della tv, toccando anche le polemiche che talvolta hanno accompagnato le sue esternazioni. Come quella recentissima sulla nazionale di calcio femminile.

Cosa deve aspettarsi il pubblico che verrà a vedere la Tosca nei teatri siciliani?
«Storia, bellezza e cultura in uno scenario senza tempo quali sono appunto i Teatri di Pietra. Ed è questa la prima grande novità per il pubblico: assistere ad un opera lirica in quello che è stato il centro culturale delle civiltà greche e romane. La seconda novità è che l’allestimento della Tosca viene inserito all’interno di un Festival. Questa serialità permette di stabilire un legame con il pubblico. La terza novità è una lettura registica innovativa che attinge a grandi mani dalla televisione: ci saranno proiezioni, grandi schermi, ma anche suggestioni pittoriche che fanno riferimento a Caravaggio. Uno spettacolo innovativo che non perde di vista la tradizione».

Dalla tv al teatro, lo scorso anno con La Traviata adesso con la Tosca. Come è stato vestire i panni di regista?
«Il passaggio non è stato traumatico. Nei miei programmi come “La macchina del tempo” e “Appuntamento con la storia” mi sono sempre occupato anche dell’aspetto scenografico e non soltanto dei contenuti. Quindi non è stata una totale novità occuparmi della regia di un’opera lirica».

Che momento vive oggi la cultura in Italia e che ruolo ha la televisione nella divulgazione di temi culturali?
«Pessimo, purtroppo. Rispetto agli anni d’oro della televisione, che ho vissuto e firmato, dove una rete commerciale dedicava due prime serate a settimana a programmi di divulgazione culturale e scientifica, le cose sono cambiate. In peggio. Ma la televisione è solo lo specchio di quello che sta accadendo nel sistema paese, dove c’è sempre meno offerta di cultura. Da docente universitario dico che se vogliamo essere portatori di una cultura democratica, sia sul piccolo schermo che fuori, servono delle iniziative di facile accesso al grande pubblico. Ed è quello che nel nostro piccolo cerchiamo di fare con il Festival dei Teatri di Pietra: convincere la gente che assistere ad un’opera lirica non è impegnativo, ma può essere bello ed emozionante».

Ha esordito in tv nel 1977 come conduttore di un Tg per ragazzi. In questi quarant’anni com’è cambiata la televisione, dai programmi di informazione ai reality show?
«Dal punto di vista tecnologico è stata un’evoluzione positiva. Ho cominciato in una Rai in bianco e nero ed ho assistito negli anni all’introduzione delle trasmissioni a colori, all’arrivo delle tv estere e locali, alla nascita delle reti private, al passaggio al digitale terrestre. Dal punto di vista dei contenuti l’evoluzione non è stata così positiva: mentre in passato i dirigenti delle reti pubbliche e private sentivano molto la responsabilità di fornire al pubblico delle occasioni di divertimento e allo stesso tempo di crescita individuale e collettiva, le cose sono cambiate forse di pari passo con l’evoluzione della società stessa. Si è sempre più attenti soltanto alla dimensione industriale, dimenticando che qualsiasi cosa viene messa in onda lascia un segno nell’esperienza di visione individuale e nella formazione culturale della collettività. Il punto di svolta lo possiamo collocare all’inizio degli anni duemila con l’avvento del primo Grande Fratello, un format in cui la gente comune diventa protagonista senza più la mediazione dei professionisti. Se da un lato è stata una grande forma di democratizzazione, dall’altro è diventata una grande fiera delle vanità».

«Almeno la metà delle giocatrici della nazionale sono lesbiche»: negli ultimi giorni le sue dichiarazioni sulla nazionale di calcio femminile impegnata nel mondiale appena concluso in Francia hanno fatto molto discutere. Si aspettava le dure reazioni del web?
«Sì, perché nel web ormai prevalgono le persone che non hanno consapevolezza di ciò che dicono, ma non me ne curo. Quello che non capisco è il perché delle reazioni. Ho semplicemente detto una cosa che chiunque al bar, a casa o in ufficio pensa, ipotizza e dice. E ancora una volta questo Paese ipocrita fa finta a livello pubblico che questo non succeda. Io lo dico, e dico pubblicamente che una buona presenza di atlete omosessuali nel calcio femminile è una cosa vera e positiva. E ho anche aggiunto che vengono pagate meno rispetto agli colleghi uomini, che sono state spesso insultate dagli stessi dirigenti per il fatto di essere donne, che diventa un doppio problema se sono anche lesbiche. Le mie parole non avevano una valenza negativa, tanto che nessuna di loro si è offesa. Ho semplicemente detto la verità in un Paese ipocrita e lo rifarei altre mille volte».

Che ruolo gioca il coming out di personaggi noti nell’evoluzione civile del nostro Paese?
«Con molta fatica le cose fondamentali le abbiamo ottenute, come la legge sulle unioni civili. Certo ci sono ancora grandi sacche di arretratezza, di omofobia, di emarginazione, quindi secondo me il coming out di personaggi noti nel 2019 ancora serve. E paradossalmente serve una presa di posizione forte da parte delle donne lesbiche. La prima è stata quella dello scorso anno di Imma Battaglia e Eva Grimaldi. Tutte le altre donne tacciono forse perché sentono il doppio peso di essere donne e di essere lesbiche in un paese maschilista. Per fortuna dal punto di vista maschile dopo il mio che è stato il primo, insieme a quello di Leo Gullotta, ma ormai parliamo di 15 anni fa, i coming out sono stati più numerosi. Certo mancano ancora a livelli importanti, nella politica, nella classe dirigente e nel mondo militare».

L’Italia è un Paese civile?
«Sì, perché fa parte del mondo civile. Sì perché fa parte dell’Europa, dell’Alleanza Atlantica, di quei paesi che hanno vinto la Seconda guerra mondiale. Da sola avrebbe molti ritardi e molte lacune. Pensiamo a quanto sia stato faticoso ottenere la legge sul divorzio o sull’aborto, e a quanto ancora oggi sia difficile e ancora parziale l’affermazione delle persone omosessuali, della loro sessualità e della loro libertà».

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