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Fine vita: è morto Vincent Lambert. In Italia la legge sull’eutanasia rimane impantanata

Il caso del quarantaduenne tetraplegico ha diviso la Francia. Nel nostro Paese, dopo l’ennesimo rinvio del disegno di legge, si rischia di lasciar scadere l'anno dato dalla Consulta per riempire il vuoto normativo sul suicidio assistito

A undici anni dall’incidente stradale che lo ha reso tetraplegico e in stato vegetativo cronico, costretto a vivere in un letto di ospedale nutrito con una sonda gastrica, e dopo sei anni di una durissima battaglia giuridica e famigliare, l’ex infermiere Vincent Lambert è morto nella camera dell’ospedale di Reims, dove martedì 2 luglio i medici avevano interrotto le cure. Il caso, diventato il simbolo del dibattito sul fine vita, ha diviso la Francia oltre che la famiglia Lambert: la moglie e i fratelli hanno protestato per anni contro quella che definivano una «inesorabilità terapeutica» chiedendo che gli venisse concesso il diritto di morire con dignità; mentre gli anziani genitori, ferventi cattolici, si sono sempre battuti affinché non venissero staccate le macchine che lo tenevano in vita.

La battaglia legale che ne è seguita è stata al centro di 34 decisioni di giustizia: l’ultima a fine giugno, quando i giudici della Corte di Cassazione avevano autorizzato i medici dell’ospedale di Reims a staccare la sonda che alimentava e idratava il paziente, nel rispetto della legge del 2016 che vieta l’«ostinazione irragionevole» sui malati senza alcuna speranza di miglioramento. Dal 2 luglio scorso, quindi, i medici avevano staccato l’alimentazione. Sulla morte del 42enne si è espressa la Pontificia Accademia per la Vita: «La morte di Vincent Lambert e la sua storia sono una sconfitta per la nostra umanità», ha detto il presidente, mons. Vincenzo Paglia.

In Italia, invece, è quasi scaduto il termine concesso dalla Corte costituzionale nell’ottobre scorso prima di pronunciarsi sul caso di Marco Cappato per aver aiutato a morire l’ex dj Fabo. Dopo l’ennesimo rinvio del disegno di legge con molta probabilità non si riuscirà a rispettare la scadenza del 24 settembre: la data fissata dal presidente della Consulta Giorgio Lattanzi quando, riferendosi al caso di Fabo, aveva parlato di «vuoto normativo costituzionalmente illegittimo». Un vuoto causato dall’inazione quasi totale del Parlamento, paralizzato da veti incrociati. Determinante è stato quello della Lega: se tra M5s, Pd e Fi è emersa una voglia di collaborare a un testo possibile, i leghisti tornerebbero perfino indietro anche rispetto alla libera rinuncia a idratazione e nutrizione prevista dal biotestamento.

Nella proposta di legge presentata dalla Lega, firmata da Alessandro Pagano e Roberto Turri, viene mantenuto il reato di aiuto al suicidio. Centrale nel dl della Lega la formulazione dell’articolo 1 che propone di integrare il 580 del Codice penale con un comma ad hoc per il processo Cappato-Fabo e per i futuri casi assimilabili, mitigando (ma non eliminando) la pena per l’aiuto al suicidio quando esso viene realizzato «nei confronti di una persona tenuta in vita solo mediante strumenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile fonte di intollerabile sofferenza». La nuova pena – da sei mesi a due anni, contro l’attuale previsione di un minimo di 5 anni e un massimo di 12 – è applicabile se l’autore «convive stabilmente con il malato e agisce in stato di grave turbamento determinato dalla sofferenza dello stesso». Altrimenti si rischia quella attuale, che va dai 5 ai 12 anni. Per Marco Cappato, per intenderci, non cambierebbe nulla. Il testo modifica anche la legge sulle Dat, le disposizioni anticipate di trattamento, dato che introduce nutrizione e idratazione artificiali forzate, mentre si prevede un albo dei medici obiettori.

I testi presentati alla Camera sono cinque, tra cui quello della Lega di Pagano e Torri. Il primo risale al 2013 ed è la proposta di iniziativa popolare formata da 4 articoli, di cui due superati dalla legge sul biotestamento. Prevede l’assistenza medica al suicidio, anche sotto forma di eutanasia attiva, a patto che i pazienti siano maggiorenni, capaci di intendere e volere, affetti da una malattia produttiva di gravi sofferenze, inguaribile o con prognosi infausta inferiore a diciotto mesi. L’11 febbraio 2019 è stata presentata un’altra proposta, firmata da Andrea Cecconi, ex M5s e ora deputato del gruppo misto: secondo questo testo l’eutanasia dovrebbe essere garantita dal servizio sanitario nazionale e avvenire in strutture pubbliche. La disciplina dell’eutanasia, però, verrebbe introdotta all’interno della legge sul biotestamento, esponendo quest’ultima agli emendamenti. Lo stesso vale per il testo presentato il 7 marzo da Michela Rostan e Federico Conte, sottoscritto da altri deputati di Leu. Il 30 maggio è stato presentato il testo dei deputati M5s, primo firmatario Giorgio Trizzino, che fa rientrare suicidio assistito ed eutanasia nei livelli essenziali di assistenza «e relative prestazioni sono erogate gratuitamente, senza alcuna compartecipazione alla spesa da parte del paziente». Si disciplina l’obiezione di coscienza per il personale sanitario, ma l’ospedale deve garantire il rispetto del desiderio del paziente di porre fine alla sua vita. Le proposte ci sono, ma non si è riusciti ancora a ricavare un testo base unico per aggregare un consenso sufficiente a varare quella nuova norma sul fine vita chiesta dalla Corte costituzionale entro il 24 settembre e dare risposta a casi estremi come quello del dj Fabo.

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