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Andrea Camilleri, il cantore di Vigàta

Ospitiamo un ricordo di Andrea Camilleri firmato dal regista Giuseppe Dipasquale, che ha lavorato a lungo al suo fianco, trasponendo i libri per il teatro. Sua la messa in scena de “Il birraio di Preston” per la stagione del Teatro Stabile di Catania nel 1998. Insieme a Camilleri, Dipasquale ha “tradotto” in siciliano “Molto rumore per nulla” di Shakespeare col titolo “Troppu trafficu ppi nenti”. Nel 2005 il grande successo teatrale con “La concessione del telefono”. Nel 2011 l’inedito per il teatro “Cannibardo e la Sicilia”. Lo scorso anno la messa in scena de “Il casellante”

Andrea Camilleri lascerà di sé tutto. Non porterà via nulla, perché tutto di sé è stato in grado di regalarci con la sua enorme generosità. E lo ha fatto con lo stesso animo puro dei bambini, con la stessa immensità del mago dei sogni, con la stessa capacità evocativa di un cantore omerico che trasformava le fabulae horribilis in miti pieni di stupore e meraviglia, pur continuando a dire e narrare in quelle vicende fatti non sempre edificanti per l’umanità. Ho sempre considerato Andrea – nella vita, come nella scrittura – un nuovo aedo moderno. Egli è un cantore di storie, cantore di miti, cantore di una Sicilia senza più lutto che riconosce e ricostruisce come modello la sua terra nella immaginaria Vigàta. Il Cantore di Vigàta, appunto.

Egli ha cantato non più la Sicilia delle lacrime che piange sulla sua inconsolabile tragedia, ma una Sicilia ironica e distaccata che riconosce finalmente di essere essa stessa causa del suo male, e ne rintraccia i germi in una prassi naturale al paradosso. Ciò non significava disconoscere il movente di un lutto legittimo e storico, ma, finalmente, non lamentarne più astrattamente la mancata soluzione. Con la visione di Camilleri sono spariti di colpo dalla giaculatoria letteraria gli adagi del mondo offeso, del siamo come dei e via discorrendo. È come se si fosse compiuta, sullo specifico tema Sicilia, certo grazie anche a scrittori come Vittorini e Tomasi di Lampedusa, una catarsi che, per corso naturale, ha illuminato il lato comico di quella malìa letteraria.

Questa Sicilia, per certi versi anche un po’ ‘ridicola’ (e so bene quanto questo termine possa suonare offensivo a molti siciliani), un po’ caricatura di se stessa, un po’ per storia e per natura tragediatura, ma raccontata con gli occhi sinceri e non maliziosi di un siciliano. Una Sicilia che oggi era necessario raccontare così, con gli occhi di un cantore. Questa Sicilia che non dimentica i morti, non dimentica i mali letali che cercano di consumarla inesorabilmente dal di dentro, che non dimentica il tradimento verso valori appartenuti ad essa quando era culla di una civiltà, questa Sicilia che oggi può senza timore ricominciare a parlare di se stessa con la necessaria ironia e distacco, affinché l’autocompiacimento delle virtù come dei vizi e dei dolori, non costituisca lo stagno dal quale diviene difficile uscire.

Andrea ha permesso tutto ciò, e ci ha fatto il più prezioso regalo che un siciliano potesse agognare.
Quando lo conobbi, più di trentacinque anni fa in Accademia “Silvio d’Amico”, di lui mi colpì la capacità di essere allo stesso tempo materialista e onirico, come pochi ne sono venuti al mondo nel corso dello scorrere delle generazioni umane. Ti sapeva inchiodare ad un problema oggettivo, ma al tempo stesso, ti indicava la via d’uscita, che era quasi sempre quella del sogno, della visione, della pura immaginazione.

Lui amava farci lezioni di Regia raccontandoci i suoi sogni. Un giorno, doveva essere il 1986 o l’87, mi raccontò un sogno che mi si scolpì dentro. Non so perché, ma quel racconto è inciso nella mia anima e nel mio ricordo ancora vivo come allora. Più volte in questi anni lo ricordavo ad Andrea e gli dicevo: “Scrivilo, è bellissimo!”. Ma lui non ha mai voluto scriverlo, ha preferito rimanesse il racconto di un sogno fatto ad un suo allievo. Lo faccio io, ora, per lui, sapendo che me lo permette.

«Di colpo mi ritrovai davanti ad una porta scura di un palazzo molto elegante e avveniristico. Non riuscivo a capire come vi fossi capitato, visto che stavo facendo tutt’altro. Mi chino sul campanello per vedere chi abitasse in quell’appartamento e sulla targhetta vedo scritto un nome H.G. SCHMIDT».

Qui Andrea si fermava e mi faceva notare che quel nome aveva le stesse iniziali di Wells, Herbert George Wells, lo scrittore di racconti fantascientifici come “La macchina del tempo”, etc.

«Mi feci coraggio – riprendeva Andrea – e decisi di suonare quel campanello, ma nessun suono conseguì alla pressione del mio dito. Poi, di colpo e inaspettatamente, la porta si aprì da sola. Mi apparve un grandissimo salone vuoto che dava in fondo su una parete di vetri affacciati sull’infinito. Un signore, piacevole all’aspetto e vestito di un camice bianco mi accolse con un sorriso di luce in viso. “Dottor Camilleri, benvenuto!” . Rimasi senza parole. Non conoscevo quell’uomo, ma lui conosceva me. “Si accomodi, non l’aspettavamo così presto”, disse. “Mi aspettavate? Ma io non so perché sono qui”, risposi sulla difensiva. “Lei è qui per sua scelta. Di certo avrà notato qualcosa di strano nelle ultime ore…” mi rassicurò, ma poi non tanto a dire il vero. “Veramente dottore”, tale a questo punto mi parve essere il ruolo di quel signore che non aveva voluto presentarsi, “Io sto bene. Per essere un uomo di sessant’anni me la godo alla grande”, replicai con un po’ di spocchia e anche con la speranza che quella strana visita non richiesta finisse. “Non capisco”, fece lui, “qualcosa che l’abbia portata qui da me ci deve essere, altrimenti non le avrei neanche aperto l’ingresso!”. “Non saprei che dirle”, feci felice e sbrigativo. “Le assicuro che mi sento meravigliosamente bene!”. Quell’uomo si avvicinò a me allora per la prima volta da quando ero entrato nella stanza fin quasi a mettere la sua faccia vicino alla mia e con voce profonda e rassicurante mi chiese: “Mi racconti allora la cosa più strana che le è capitata in queste ultime ore”. Lo guardai stupito, era un uomo molto bello e molto luminoso. Ridendo gli raccontai che ultimamente mi capitava di sentire un suono dentro l’orecchio. “Ecco, volevo ben dire! Un suono. Ci siamo”, disse soddisfatto e contento. “È scientifico, capisce dottor Camilleri, che lei si trovi qui. E questo suono è la chiave di tutto. A lei potrà sembrare strano, ma le assicuro che non lo è. I nostri prodotti sono perfetti e non sbagliamo mai, e lei, mi permetta di dirglielo è uno dei risultati più riusciti che possiamo vantare. Mi dica, mi dica del suono”.Ero davvero più disorientato e confuso di prima. “Sento un suono, fermo e deciso, ma non è un fischio, ma proprio un suono!”. “È naturale. Un suono. È il segnale”, fece lui sicuro di sé. “Potrebbe dirmi come fa questo suono”. “Certo”, risposi, “lo ricordo benissimo, fa: ‘biiiiiiiiiiip bi bip!’”. Lo vidi sobbalzare di scatto indietro, stranito e improvvisamente la luce che aveva attorno si fece grigia, scura come fosse diventato un altro uomo. Aveva perso l’aplomb iniziale. “Non è possibile! Non può accadere una cosa del genere. ‘Biiiiiiiiiiip bi bip!’? E’ sicuro? Forse ricorda male, dottor Camilleri, il suono non può essere questo! Lei si confonde, sicuramente sarà ‘bi bip biiiiiiiiiiip!’”. “No”, feci io con assoluta certezza, “sono sicuro, il suono è ‘biiiiiiiiiiip bi bip!’”. Quell’uomo entrò nel panico. Iniziò ad imprecare in una lingua a me sconosciuta. Andò dietro la grande scrivania di vetro e tirò fuori come per magia degli ologrammi che consultava spasmodicamente e velocissimamente come fossero le pagine di un libro battuto dal vento. Poi di colpo si quietò e mi tornò a guardare con la stessa calma di prima, ma questa volta in viso gli si leggeva un certo imbarazzo. “Dottor Camilleri, lei deve accettare le mie scuse. Il suono che avrebbe dovuto sentire doveva essere ‘bi bip biiiiiiiiiiip!’ e non ‘Biiiiiiiiiiip bi bip!’. Evidentemente, cosa che non era mai successo, c’è stato un terribile sbaglio. Lei non doveva trovarsi qui. Se ne vada e torni soltanto quando il suono le si sarà ricomposto nella giusta sequenza”. Fu allora che quel mio occasionale medico sparì e con lui il sogno».

Non pensavo, e non l’ho fatto fino al momento in cui un mese esatto fa, il 17 giugno, quella sequenza di suono si è ricomposta nell’orecchio di Andrea, al valore simbolico e premonitore che quel sogno avesse. Allora, noi allievi ci sentivamo sedotti e elevati ad una rara prerogativa della formazione creativa quale voleva essere quella del corso di Regia in Accademia: essere gli artefici della biga alata del Fedro platonico potendoci lasciare andare al ludibrio dei sensi certi di essere temperati dalla disciplina della nostra anima. Quella biga, la sua biga, che oggi più che mai con i suoi cavalli ci conduce sia verso la thymoeidès (l’anima) sia verso epithymetikòn (la concupiscenza), corre inesorabilmente verso l’eterno e l’infinito, guidandoci nella direzione di una vita libera dal lutto perpetuo, e ci insegna – come Andrea ha sempre fatto in tutta la sua vita – che essa, in tutte le sue declinazioni, è sempre e solo gioia.

Giuseppe Dipasquale

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