Musica

Sheryl Crow: «Basta dischi, lo streaming li ha uccisi»

“Threads”, in uscita il 30 agosto, sarà l’ultimo album della cantautrice californiana. Un addio, ma non ai concerti e alla musica, con tanti amici: da Keith Richards a Sting, da Clapton a St. Vincent, e poi Joe Walsh, James Taylor, Stevie Nicks, Willie Nelson. «Ho sconfitto il cancro al seno, ora convivo con un tumore al cervello per fortuna benigno»

A volte basta un avvio di carriera folgorante per vivere di rendita tutta la vita. È quanto sembra essere accaduto a Sheryl Crow, ex insegnante di canto esplosa nel 1993 grazie al super-hit “Run baby run” e divenuta un’icona pop sulla scia di 50 milioni di album venduti nel mondo e di nove Grammy Awards. Poi, a garantirle l’attenzione dei mass media, sono state soprattutto le liason da rotocalco, con Eric Clapton prima e poi con l’asso del ciclismo Lance Armstrong. Fino alla vigilia dei 40 anni.

«Mi stavo preparando a compiere 40 anni, e Britney Spears e Christina Aguilera erano appena uscite… avevano 17 o 18 anni…» racconta alla rivista britannica Nme. «Come fai, non direi a competere, perché odio usare questo termine nell’arte, ma come fare a sopportarlo? Ho iniziato a pensare che a un certo punto sarei diventata obsoleta semplicemente per via dell’età. Ho passato un paio d’anni bui, fortunatamente poi è uscito “Soak Up The Sun” ed ho ritrovato il successo. Anche “First Cut Is The Deepest” ha fatto bene. Ma il cancro al seno ha nuovamente cambiato tutto. Ha cambiato la mia prospettiva sull’attaccamento: attaccamento al successo, attaccamento alla gioventù, attaccamento in generale. Ho sperimentato una vera liberazione e questo mi ha reso molto più divertente».

Sheryl Crow
(foto D. Shore)

Da allora Sheryl Crow è diventata una sostenitrice della legge sull’ambiente e sulle armi da fuoco, è una madre single adottiva di due bambini, una sopravvissuta al cancro al seno e adesso convive con un tumore al cervello per fortuna benigno. Traumi che sembrano aver fatto il loro giro completo. Tant’è che oggi la cinquantasettenne californiana si sente «in pace» con “Threads”, l’album che uscirà il 30 agosto, «molto probabilmente l’ultimo».

«Sono davvero in pace. Sono soddisfatta della mia carriera, non credo sia finita, ma sento che le cose sono cambiate così drasticamente. Ho adorato fare dischi, mi è piaciuto molto registrarli, ma sento come l’amore, il tempo e l’emozione che vanno a creare una produzione artistica, un corpus completo di lavori, siano diventati inutili. Adesso le persone fanno playlist e ascoltano in streaming solo una o due delle canzoni di un album. Questo disco mi sembra proprio il progetto giusto come sigillo di chiusura: un progetto che è una linea temporale fra i miei primi anni fino ad ora e persino al futuro».

“Threads” è una sorta di festa di fine anno scolastico, alla quale Sheryl Crow – fisico ancora tonico, chitarra a mo’ di pistolera e una melodica voce rasposa – ha invitato vecchi e nuovi amici conosciuti nei suoi 36 anni di carriera per ricordare i tempi andati, pensando però al futuro. S’inizia con Stevie Nicks, leggendaria voce dei Fleetwood Mac, e la giovane countrysinger Maren Morris in “Prove You Wrong”, per proseguire con Bonnie Raitt e Mavis Staples su “Live Wire”, si ascolta il vocione del compianto Johnny Cash in “Redemption day”, e poi brani con Eric Clapton, Sting, Willie Nelson, Keith Richards dei Rolling Stones, Joe Walsh, James Taylor, Emmylou Harris, Kris Kristofferson, fino ad arrivare a St. Vincent, Chuck D, Gary Clarck jr. Abbracciando così il macinato country rock come l’hip hop, la struggente ballad come il funky.

Sheryl Crow
(foto D. Shore)

«Beh, non è stato un progetto che abbiamo realizzato in un paio di settimane. È un album che, nel giro di tre anni e mezzo, si è riempito di canzoni di qualcuno che voleva unirsi a me. Ho un ottimo rapporto con tutti coloro che hanno collaborato. Sono persone che ho ammirato, da cui sono stata ispirata, che ho conosciuto, con cui ho avuto relazioni. Anche gli artisti più giovani sono persone con cui ho avuto l’opportunità di andare in tournée e vedere crescere. Sento che sono il futuro per quanto riguarda il genere dei cantautori. Stevie Nicks è stata un’ispirazione monumentale nella mia vita. È anche un’ottima amica. E in un certo senso la guardo come la voce che mi ha messo in moto per quanto riguarda il mio songwriting. Volevo essere come lei. Nello stesso brano ho inserito Maren Morris, che sento come un’estensione di Stevie e di me stessa. È una brava cantautrice e lavora sodo. Mi è sembrata un’ottima opportunità riunirle».

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In “Threads” non mancano frecciate nei confronti del detestato presidente americano Donald Trump. In “Wouldn’t Want To Be Like You”, eseguita insieme con St. Vincent, viene sbugiardato come autore di “fake news”. «L’importanza della verità in America è finita fuori dalla finestra, il fatto stesso che la stampa libera sia attaccata dal nostro stesso Presidente. Io sono mamma di due bambini piccoli e, come ogni altra mamma o papà, insegno loro ad andare a testa alta, dicendo sempre la verità e trattando le persone con empatia e compassione. Eppure, tutto ciò che vedi ora, prevalentemente in America, va in senso contrario. Questo presidente, cancellando quel poco che aveva fatto Obama, sta portando il mondo verso una catastrofe climatica. Spero molto – conclude Sheryl Crow – nell’azione di giovani come Greta Thunberg e di movimenti come Fridays For Future».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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