Economia

La pietra filosofale dell’Economia Positiva

Secondo gli illuminati ideatori della moneta positiva, il governo italiano dovrebbe creare dei pezzi di carta utilizzabili per pagare le tasse e per un importo pari al loro valore facciale in Euro. Una soluzione banale e farneticante i cui effetti sarebbero disastrosi

Non esistono pasti gratis. Si tratta di una delle più ricorrenti frasi usate in economia e sta a significare che ad ogni azione che produce un vantaggio economico corrisponde sempre, in modo più o meno evidente, un costo che necessariamente dovrà sorgere da qualche altra parte. Ma questo limite, dopo centinaia di anni di studi e ricerche in tutto il mondo, sembra finalmente poter essere eliminato grazie ad una nuova e rivoluzionaria (è proprio il caso di dirlo) teoria denominata economia positiva. E il bello è che non servono neanche grandi mezzi né complessi tecnicismi economici: basta una stampante e una buona scorta di carta e inchiostro.

La grande e rivoluzionaria intuizione è infatti la seguente: se non ci sono soldi a sufficienza perché mai farseli prestare e pagarci interessi (economia negativa) se possiamo creare dal nulla tutta la moneta che ci serve eliminando per sempre deficit, spread e fare una bel pernacchione a banche e mercati finanziari? Eccovi servita, in chiave moderna, la nota fiaba di Alice nel Paese delle meraviglie, con la differenza che alla favola della moneta positiva ci credono anche gli adulti e, purtroppo, non in pochi. Ma vediamo, adesso, di capire come funziona.

L’assunto è che l’attuale economia (negativa) sarebbe null’altro che il frutto di un grande complotto ordito da occulti “poteri forti” che mantengono artatamente in circolazione una scarsa quantità di denaro con lo scopo di esercitare il loro potere assoluto nel mondo. La logica deduzione della tesi appena esposta, considerato che nessuno nella storia abbia mai pensato prima a tale miracolosa soluzione, sarebbe che il citato complotto venga tramandato nei secoli da generazione in generazione. Basterebbe questo per farci fare una bella risata e cambiare discorso. Ma, giacché c’è poco da riderci sopra, andiamo avanti.

Nel caso dello Stato Italiano, secondo gli illuminati ideatori della moneta positiva, il governo dovrebbe creare dei pezzi di carta (che da ora in poi chiameremo MP) utilizzabili per pagare le tasse e per un importo pari al loro valore facciale in Euro. Tali “certificati”, che verrebbero emessi anche in formati di piccolo taglio, dovrebbero circolare in parallelo con l’Euro e, non potendo avere vero e proprio corso legale, la loro accettazione dovrà essere volontaria e non forzosa. Inoltre, non potendo essi, per i citati motivi, assumere forma elettronica, dovranno essere fisicamente detenuti, con le conseguenti criticità che riguarderebbero le transazioni (segnatamente per quelle di importi ingenti) e la loro custodia.

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Entrando adesso nel merito della questione, già nel lessico utilizzato possiamo riscontrare una prima e importante inesattezza laddove questi MP vengono descritti come moneta “non a debito”. In realtà, altro non sarebbero che normali “pagherò” che lo Stato si impegna ad onorare rinunciando ad incassare le corrispondenti somme in Euro. Dunque un mancato incasso, nulla di diverso, sul piano economico, da un pagamento vero e proprio. Per meglio intenderci, se, per esempio, bisognerà costruire un ponte, lo Stato emetterà una certa quantità di MP con cui dovrà provvedere al pagamento di imprese, progettisti e ogni altra spesa connessa.

Il limite evidente di tali pagamenti, costituiti da MP piuttosto che Euro, è immediatamente riscontrabile nel fatto che chi riceverà MP piuttosto che Euro andrà incontro a qualche difficoltà in più. L’operaio potrebbe verosimilmente vederseli rifiutare in pagamento dal fornaio o l’impresa non potrebbe utilizzarli per comprare una gru venduta da una ditta estera e così via. Ciò comporterebbe, con buona pace dei diversi e fantasiosi intendimenti dei sostenitori della teoria in questione, la naturale insorgenza di un mercato parallelo dove detti MP verrebbero trattati a sconto rispetto al loro valore facciale. Ne seguirebbe, tornando all’esempio del ponte, che per ogni 100 euro (veri) di costo lo stato si vedrà costretto a stampare una quantità maggiore di carta per compensare lo sconto a cui abbiamo prima accennato.

La ragionevole prospettiva ulteriore sarebbe la nascita di un nuovo spread (differenza di valore MP/Euro) il cui possibile ampliamento determinerebbe un pericolo ben maggiore rispetto alle vicende dello spread che già conosciamo. In quel nuovo mercato, infatti, non ci sarebbero i benevoli acquisti della BCE a fare da “pompiere” e dunque lo Stato, in caso di difficoltà, si troverebbe in un batter d’occhio fuori dall’euro e costretto ad aumentare a dismisura le scorte di carta e inchiostro. Niente di diverso dal drammatico copione che ha visto, in passato come nel presente, protagonisti molti altri Stati, già dotati, beninteso, di piena sovranità monetaria.

Si conferma di gran moda dunque, e quanto sin qui trattato ne è conferma, il ricorrente e totalmente falso presupposto di considerare la moneta come un bene assoluto e unico fattore di crescita e ricchezza di una nazione. Trascurando del tutto il fatto, malgrado le innumerevoli e schiaccianti evidenze empiriche disponibili, che la moneta è un semplice strumento e che i suoi effetti moltiplicatori e positivi, per potersi realmente concretizzare, necessitano della compresenza di altri fattori di cui abbiamo dato ampiamente conto in precedenti articoli su queste stesse pagine. Insomma, ragionando in astratto, gli intendimenti espressi dai sostenitori della teoria sin qui trattata, cioè quelli di una nuova economia focalizzata sull’uomo e sulle sue esigenze, sono sacrosanti e pienamente condivisibili. Non può dirsi, invece, altrettanto condivisibile la sua ipotizzata declinazione operativa, del tutto irrealizzabile e, in ogni caso, come abbiamo cercato di spiegare, portatrice di enormi disastri.

In definitiva, senza generosi e inopportuni sconti lessicali, una clamorosa balla. E lo è sin dal presupposto che ne giustificherebbe la sua applicazione, ovvero la (supposta) tesi secondo cui la scarsità di investimenti in Italia (segnatamente al Sud) troverebbe motivazione nella mancanza di risorse monetarie. Per averne evidente riprova basta guardare alla gran quantità di finanziamenti restituiti indietro all’Europa per mancanza di progetti adeguati, agli oltre 100 miliardi disponibili da anni e ancora inutilizzati a causa delle nostre tipiche e contorte procedure burocratiche e, non per ultimo, all’enorme quantità di liquidità giacente nei conti correnti degli Italiani.

L’economia, tra varie discipline scientifiche è di certo quella più complessa e insidiosa. I suoi modelli e le sue teorie devono tener conto di molteplici fattori di varia natura (sociali, culturali, antropologici, climatici, demografici, ecc.), in continuo cambiamento e tra di loro fortemente interdipendenti. Non esistono, dunque, pietre filosofali e verità assolute ma soltanto intelligenti e meditate scelte di compromesso con cui cercare di individuare le migliori opzioni tra tutte quelle realisticamente disponibili. La banali e farneticanti soluzioni, come quella che vi abbiamo sin qui raccontato, propinate da sedicenti “illuminati” economisti, scaturiscono da un approccio ai temi economici arrogante e presuntuoso, frutto di ignoranza, malafede o, ancor peggio, da una loro pericolosa commistione.

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Giuseppe Cannizzaro

Laureato in economia aziendale, svolge l’attività di Consulente Finanziario dal 1984, per professione e per passione. Ha ricoperto l'incarico di esperto a titolo gratuito per le problematiche finanziarie presso il Comune di Messina dal 2014 al 2018, è C.T.U. presso il Tribunale di Messina, C.T.P. (consulente tecnico di parte) nell'ambito di contenziosi bancari. Ritiene fondamentale la collaborazione con professionisti di altri settori al fine di fornire alle famiglie servizi polispecialistici, integrati e sinergici di consulenza patrimoniale globalmente intesa. È esperto in contratti derivati che ritiene una pericolosa minaccia (sottostimata) per la tenuta del sistema economico/sociale mondiale.

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