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Perché si protesta ad Hong Kong

La rivolta popolare è cominciata agli inizi di giugno in opposizione a un disegno di legge sull’estradizione. Ma adesso sembra essersi radicalizzata: sit-in quotidiani, voli bloccati e scontri con la polizia

A cinque anni dalla Rivoluzione degli Ombrelli per il suffragio universale, durata 79 giorni, da giugno ad Hong Kong si protesta contro il disegno di legge sull’estradizione che avrebbe consentito di inviare le persone sospettate nella Cina continentale per essere processate. Il diffuso timore era che una legislazione in tal senso potesse essere utilizzata con intenti repressivi, erodendo i diritti civili e in sostanza lo stesso regime speciale di «un Paese, due sistemi» su cui si impernia l’autonomia dell’ex città-stato. In piazza sono scesi a milioni, paralizzando varie zone della città, e le proteste, entrate nella decina settimana, hanno assunto ormai cadenza quasi quotidiana.

I manifestanti di Hong Kong non si sono accontentati di aver ottenuto la sospensione del disegno di legge, ma ne chiedono il ritiro definitivo. Dopo numerosi scontri con la polizia, si sono aggiunte altre richieste: le dimissioni della governatrice Carrie Lam; il rilascio dei circa 700 manifestanti arrestati  e la caduta delle accuse nei loro confronti; un’inchiesta indipendente sull’operato della polizia e il ritiro della qualifica di “sommossa” con cui le autorità hanno etichettato la protesta. Con il tempo, ha preso corpo anche la richiesta di una maggiore democratizzazione, in modo che sia attuato un vero suffragio universale.

In questi giorni è andata in scena la misura estrema dell’occupazione dell’aeroporto di Hong Kong con conseguente cancellazione totale dei voli, irruzione della polizia e lancio di spray al peperoncino. La situazione è arrivata anche all’attenzione dell’Onu: l’Alto commissariato per i diritti umani ha invitato le autorità di Hong Kong a non usare la violenza contro i manifestanti, e ha chiesto un’indagine sulle misure usate durante le ultime manifestazioni, avvertendo che ci sono prove che gli interventi della polizia degli ultimi giorni non siano stati in linea con gli standard internazionali. La missione diplomatica cinese a Ginevra ha risposto dicendo che quella dell’Onu è una dichiarazione che «manda il messaggio sbagliato ai criminali» e ha invitato l’alto commissariato per i diritti umani a «smettere di interferire negli affari di Hong Kong». L’Unione europea ha lanciato un appello alla «moderazione». Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che aveva definito la situazione di Hong Kong «molto complicata» augurandosi che nessuno venisse ferito o ucciso, ha pubblicato un tweet che dice «La nostra intelligence ci ha informato che il Governo Cinese sta spostando truppe verso il confine con Hong Kong. Devono tutti mantenere la calma!».

La grande incognita è proprio l’atteggiamento del governo cinese di fronte alla sfida più grande dai tempi di Tienanmen. Secondo lo statuto di Hong Kong, l’esercito cinese può intervenire solo su richiesta delle autorità locali. Una clausola che però potrebbe essere aggirata dall’invio di forze paramilitari per la repressione del «terrorismo», parola che è stata utilizzata spesso negli ultimi giorni. Le conseguenze politiche di un intervento diretto sarebbe molto gravi per una Cina che ha cercato con palpabili successi di proiettare nel mondo il suo «soft power». I rischi di un forte impatto economico negativo, sia per Hong Kong sia per la Cina, sono parimenti alti. La Borsa ha perso il 16% dai picchi di aprile e ha annullato i guadagni dell’anno.

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