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Ponte Morandi, un anno dopo è ancora emergenza

La città è ancora spezzata tra Levante e Ponente. I negozi sono vuoti, le imprese faticano a ripartire, sugli edifici si moltiplicano i cartelli di affitto o vendita. Molti cittadini aspettano ancora gli indennizzi

Alle 11.36 del 14 agosto 2018, quando un pezzo del Ponte Morandi di Genova è crollato portando con sé le vite di 43 persone non si è consumata solo la tragedia di una città, ma anche la sconfitta di un Paese. Al di là delle responsabilità penali, alle quali penserà la Procura, il crollo del viadotto rappresenta la nostra incapacità di affrontare l’emergenza. Quel ponte nato male, fatiscente e traballante, aveva cinquant’anni, di cui la metà passati senza significativi interventi di manutenzione.

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Per molti una tragedia annunciata coperta da grandi propositi: «Tutto rinascerà più alto e più bello di prima». Quest’anno appena trascorso è stato fin da subito scandito da annunci, progetti ambiziosi, visite di ministri e politici. L’ultimo in ordine di tempo, accolto con giubilo da molti, è invero una triste notizia: la proroga dello stato di emergenza. Se, dopo un anno, il collasso di 250 metri di un ponte lungo un chilometro è tuttora una emergenza, viviamo una realtà poco felice. Significa che il Paese non è riuscito a dare un senso a quel crollo. Il ponte Morandi invece avrebbe dovuto interrogarci sulla nostra incapacità di fare sistema, di darci una mossa quando è ora di agire e prendere decisioni, senza restare impegolati in eterne e sterili discussioni. Esattamente quel che è mancato in questo lungo anno di racconti sulla rabbia e la rinascita, sulle concessioni, sui modellini del nuovo ponte e sull’esplosivo per demolire i monconi di quello vecchio.

«La ricostruzione terminerà entro aprile 2020» ha ribadito alla vigilia dell’anniversario il commissario straordinario e sindaco di Genova, Marco Bucci. Ma quel «non basta» si sente spesso a Genova. «Non basta a ripartire». «Non basta a rimarginare le ferite». Perché per i genovesi quella striscia d’asfalto sulle loro teste era la loro identità, non solo un elemento abituale del paesaggio. Un anno dopo Genova guarda ancora là dove un tempo, sopra il torrente Polcevera, troneggiava quel viadotto possente ma con i piedi d’argilla. Guarda e aspetta di scorgere i pilastri del nuovo viadotto. Intanto, la città resta spezzata a metà fra Ponente e Levante, con un traffico che congestiona le principali arterie della città negli orari di punta. Ancora molti negozi restano chiusi, le imprese faticano a ripartire, su numerosi edifici si sono moltiplicati i cartelli di appartamenti in affitto o vendita. E sono nati comitati di residenti che si sentono «sfollati di serie B» per i ritardi nel versamento degli indennizzi.

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