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Hong Kong, tra scontri e prove di dialogo

Impegno a dare risposte sulle brutalità della polizia e sospensione del disegno di legge sull’estradizione: la governatrice Lam fa piccole concessioni. Ma ancora molto lontane dalle richieste dei manifestanti

Dopo mesi di proteste, sit-in quotidiani e scontri con la polizia, la governatrice di Hong Kong Carrie Lam ha annunciato la creazione «immediata di una piattaforma per il dialogo» per venire incontro alle richieste dei manifestanti. Sul piatto ci sono la legge sulle estradizioni in Cina e la richiesta incessante delle dimissioni di Lam. «Cominceremo immediatamente – ha detto la governatrice – a lavorare per un creare una piattaforma per il dialogo che spero sia fondata sulla comprensione reciproca e sul rispetto. Spero davvero che questo sia l’inizio del ritorno alla calma, lontano dalla violenza».

Tre punti principali, per provare a placare la rabbia dei cittadini e trovare «una via d’uscita» dal caos che da tre mesi paralizza Hong Kong. Il primo: una piattaforma di dialogo «aperta e diretta e raggiungere i cittadini di ogni opinione e background politico». Il secondo: l’estensione dell’indagine dell’Ipcc, l’organo indipendente che vigila sull’operato della polizia, a tutti gli episodi più violenti della protesta, con il coinvolgimento di esperti stranieri per produrre «evidenze fattuali, valutazioni e raccomandazioni». Il terzo: la sospensione del disegno di legge sull’estradizione che, se approvato dal Parlamento locale, avrebbe consentito di processare nella Cina continentale gli accusati di alcuni crimini gravi, come lo stupro e l’omicidio. La Leader ha ribadito che la proposta di riforma della legge sull’estradizione, che la renderebbe possibile anche in Cina e che ha scatenato le proteste, è «morta», e che non ci sono piani per riesumarla, «soprattutto alla luce delle preoccupazioni pubbliche».

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Sono aperture, ma molto lontane dai cinque punti su cui si sono cristallizzate le richieste della protesta, condivise dalla prima fila dei giovanissimi sulle barricate ma anche dalla massa dei cittadini comuni che in 1,7 milioni sono scesi in strada domenica nonostante la pioggia torrenziale. In particolare, Lam che non si è ancora dimessa, come chiedevano i manifestanti, insiste nel non voler ritirare la norma sull’estradizione, al momento solo sospesa, e non fa ovviamente menzione della più esplosiva richiesta dei manifestanti, il “suffragio universale”. Quanto all’indagine sulle presunte violenze della polizia, chiesta a gran voce dalla folla, il campo democratico non considera l’Ipcc un organo davvero indipendente, visto che ne fanno parte diversi membri del fronte filo-Pechino.

Intanto, a rendere ancora più complessa una situazione che appare ben lontana dalla «via d’uscita» auspicata da Carrie Lam, arrivano due notizie legate alla Cina continentale. La prima è l’arresto, durante una trasferta di lavoro a Shenzhen, di un cittadino di Hong Kong che lavora per il consolato britannico della città. La seconda è l’annuncio da parte di Twitter e Facebook di aver bloccato un migliaio di profili falsi protagonisti di una campagna di insulti e fake news coordinata dal governo cinese per screditare la protesta. Twitter avrebbe sospeso preventivamente 200mila account e Facebook avrebbe rimosso «sette pagine, tre gruppi e cinque account» che amplificavano la disinformazione.

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