Che fine fa la riforma sul taglio dei parlamentari?

Mancava un solo passaggio alla sua approvazione definitiva, ma le dimissioni di Conte hanno bloccato tutto: se ne riparlerà in caso di nuovo governo, mentre se si torna alle urne si dovrà cominciare tutto da capo

Mancava ancora il quarto e ultimo passaggio parlamentare ma, travolta dalla crisi, la legge costituzionale sul taglio dei parlamentari, votata per la prima volta al Senato il 10 ottobre 2018, sembra destinata a sfumare. Con le dimissioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte la riforma fortemente voluta dal M5s, che prevede una riduzione di 230 deputati (da 630 a 400) e di 115 senatori (315 a 200), si è arenata e, in caso di elezioni anticipate, è destinata a saltare del tutto in quanto il passaggio da una legislatura all’altra cancella le leggi lasciate in sospeso.

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Prevista inizialmente per il prossimo 9 settembre alla Camera, con un decisione presa dal Senato, quando già era stata fissata la data della sfiducia a Conte, l’ultima votazione era stata anticipata ad oggi. «Se volete tagliamo i parlamentari e poi andiamo a votare», aveva detto Matteo Salvini. Una mossa bizzarra dal momento che, per essere votata, una legge, costituzionale per giunta, necessita di un rapporto fiduciario in essere tra Governo e Parlamento e quando un governo si dimette i lavori parlamentari vengono limitati se non completamente bloccati. Un po’ per permettere ai deputati e senatori di concentrarsi sulla soluzione della crisi di governo, un po’ perché con un governo dimissionario e in carica solo per il cosiddetto “disbrigo degli affari correnti” non viene ritenuto corretto che il Parlamento rimanga attivo se non per sbrigare questioni molto secondarie o urgenti.

La votazione sulla riduzione dei parlamentari potrà essere considerata nuovamente soltanto se e quando si formerà una nuova maggioranza e se sarà votata la fiducia a un nuovo governo. Dopo le dimissioni di Conte, l’unica maggioranza ancora possibile sembra quella tra Pd e Movimento 5 Stelle. Ma i dem potrebbero chiedere una riforma diversa e complessiva, obbligando la legge costituzionale a ricominciare il suo percorso dall’inizio (fino ad ora il Pd era stato tra i pochi partiti a votare contro il taglio). In ogni caso, anche quando approvata per la quarta volta, una riforma costituzionale può essere soggetta a una richiesta di referendum confermativo se non viene approvata dai due terzi del Parlamento.

Se invece si dovesse tornare alle urne, la riforma sarà completamente cancellata. Le leggi lasciate in sospeso non vengono trascinate da una legislatura all’altra, quindi non c’è la possibilità di riunire la nuova Camera dopo le elezioni e votare l’ultimo passaggio del taglio dei parlamentari. A quel punto, l’unica soluzione sarebbe presentare nuovamente la legge e iniziare una seconda volta l’iter della sua approvazione.

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