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Lo Ius soli nel mondo: come funziona il diritto alla cittadinanza che Trump vuole eliminare

Gli Stati Uniti, almeno fino ad oggi, concedono la cittadinanza ai figli di stranieri nati sul territorio americano. Tra diritto «di suolo» e «di sangue» esistono anche molte vie di mezzo: ecco come funziona negli altri Paesi

Presto la cittadinanza americana potrebbe smettere di essere un diritto di nascita. L’ultimo fronte polemico aperto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump riguarda lo Ius soli, ossia il «diritto del suolo» vigente in alcuni Paesi che permette a chi vi nasce di ottenere la cittadinanza sin dalla nascita, indipendentemente da quella dei genitori. «Stiamo valutando seriamente di toglierlo, lo Ius soli è una cosa ridicola», ha detto Trump.

Lo Ius soli incondizionato esiste in quasi tutti i Paesi del continente americano, mentre è raro altrove. Il principio è noto anche come “birthright citizenship”, cittadinanza come diritto di nascita, ed è sancito dal Quattordicesimo emendamento della Costituzione, introdotto nel 1868. La «clausola sulla cittadinanza», approvata allo scopo di garantire i diritti degli ex schiavi, dice che «tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti sono cittadini degli Stati Uniti».

Secondo un documento pubblicato nel 2018 dal Global Citizenship Observatory, un centro studi che si occupa di raccogliere dati e informazioni sui processi di acquisizione della cittadinanza, lo Ius soli incondizionato è adottato dal 18% dei Paesi di tutto il mondo, percentuale che arriva all’83% prendendo in considerazione solo il continente americano. Oltre agli Stati Uniti, la cittadinanza viene automaticamente concessa dal confinante stato del Canada, ma anche da Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Messico, Perù e Venezuela.

Quasi tutti gli Stati d’Europa, Asia, Africa e Oceania basano il diritto di cittadinanza sullo Ius sanguinis, secondo il quale viene trasmessa dai parenti e non dal luogo di nascita. In altri Paesi, invece, viene applicato uno Ius soli «ristretto», che richiede che almeno uno dei due genitori del neonato sia cittadino o abbia ottenuto la residenza permanente nello Stato in questione al momento della nascita del bambino. In Francia, ad esempio, serve che almeno un genitore sia cittadino oppure nato in Francia (o in un territorio d’oltremare), ma il figlio può acquisire la cittadinanza ai 18 anni se dagli 11 in poi ne ha vissuti almeno 5 nel Paese. In Germania, dove fino al 2000 vigeva un pieno Ius sanguinis, ora si può ottenere la cittadinanza alla nascita se almeno un genitore ha un permesso di soggiorno permanente. E funziona in modo simile in Spagna, Regno Unito, Portogallo, Irlanda, Grecia, Iran, Australia e altri Paesi. L’India e Malta, dove esisteva lo Ius soli, lo hanno entrambe abolito.

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L’Italia nell’articolo 1 della legge 91/92 stabilisce che è cittadino per nascita il figlio di padre o madre cittadini italiani. Dopo 13 anni di rinvii, nel 2015 si era riusciti a incardinare al Senato un disegno di legge popolare che prevedeva uno Ius soli temperato (cittadinanza ai nati in Italia da genitori con permesso di soggiorno Ue e residenti sul territorio nazionale da almeno 5 anni) affiancato da uno Ius culturae (cittadinanza ai minori stranieri nati in Italia o arrivati prima dei 12 anni di età, a patto che abbiano frequentato per almeno cinque anni istituti scolastici o percorsi di formazione). Il disegno di legge si è arenato con la fine della passata legislatura e da quel momento il tema dello Ius soli è praticamente uscito dal dibattito pubblico.

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