Musica

Serena de Bari: respinta da “Amici”, promossa dal professore Vecchioni

Un sorprendente album di debutto e un “tormentone” estivo per la diciottenne pugliese che ora mira a Sanremo Giovani. «Troppa musica spazzatura in giro, non capisco i ragazzini che seguono rapper che parlano di droga». «Non canterò mai banalità, nella mia musica messaggi positivi»

Le sue origini pugliesi sono già nel cognome: De Bari. Che non è un nome d’arte, ma il suo cognome vero. E con il vezzoso “de” minuscolo, che dà un tocco di aristocratico. A sottolineare le radici, la cadenza dialettale, «della quale non mi vergogno, perché bisogna essere naturali», sostiene. E con alcuni suoi più famosi conterranei ha in comune molte caratteristiche: simpatia, talento, originalità, semplicità, genuinità. Il segreto del successo di tanti artisti pugliesi. Serena è il nome. Nata 18 anni fa a Molfetta, e dall’età di 13 sui palcoscenici delle feste di piazza nei paesi tra la Murgia e il Salento, «cantando canzoni italiane per andare incontro ai gusti del pubblico». “Se stasera sono qui”, di Tenco-Mogol, «ma nella versione di Mina», era il suo cavallo di battaglia. Sarà anche il suo lasciapassare per “Amici”.

Nel talent show di Mediaset viene ammessa nel 2017. Ma per la sua età, appena sedicenne, e forse anche perché temevano il suo talento naturale, Serena è presa di mira dai compagni di avventura. «Si sono accaniti contro di me, non ho ricevuto alcuna solidarietà» racconta. «Io non sapevo come comportarmi. Forse ero troppo istintiva. In queste situazioni o ti sottometti e stai zitta oppure ti difendi». Il suo carattere le ha dettato la seconda strada. «Ho scelto la schiettezza. Che spesso non piace al pubblico e viene interpretata come presunzione». Alla resa dei conti, ovvero al momento di formare le due squadre capitanate in quella edizione da Elisa e Morgan, Serena resta fuori dalla competizione. È scartata. «Ma non ho un ricordo cattivo, tutt’altro» commenta la ragazza pugliese. «È stata un’esperienza che mi ha insegnato tanto. Mi ha fatto capire il valore della mia identità, che era stata così forte durante la mia sfida d’ingresso da farmi definire da Maria de Filippi “un Vasco Rossi ubriaco”, che può essere preso come un grandissimo complimento, ma anche come una critica. E Maria mi ha voluto lasciare nel dubbio, alla mia libera interpretazione. “Amici” è stata un’esperienza che mi ha fatto conoscere il mondo della televisione, mi ha portato a contatto con grandi artisti, e con tantissime persone che ancora oggi continuano a seguirmi. Certo, ci resti male quando vieni esclusa, ma ogni caduta è motivo di un nuovo inizio».

Archiviata la “Serena di Amici”, ecco la Serena de Bari, che marchia col nome l’album di debutto. Sorprendente e possente nella vocalità, ricca di tonalità e di sfumature. Vario nelle musiche: rock, funk, ballad. «Un disco maturato durante il mio percorso televisivo, con l’intento di dare peso ai testi, di valorizzarli sempre di più», come è accaduto quando Serena ha aperto i concerti di Roberto Vecchioni, presentandosi “nuda”, senza basi, “armata” soltanto di voce e chitarra acustica. «Ogni serata spesso diventa meccanica, in quella occasione ho acquisito maggiore consapevolezza dei miei mezzi e delle mie canzoni». Con la promozione con lode da parte del Professore di “Samarcanda”. Anche nel singolo “Mare e Batucada”, fra i “tormentoni” di questa estate, pur mirando al divertimento, al ballo, alla spensieratezza, Serena ha voluto inserire un messaggio. «Volevo far emergere quanto l’unione dei popoli attraverso la musica trasmetta amore, felicità e colori, requisiti essenziali per poter vivere bene insieme, rispettando il prossimo: “Juntos num so ritmo”, siamo tutti uniti nello stesso ritmo, il ritmo del mondo e della fratellanza tra i popoli». Un messaggio sottile contro l’emergere di razzismi. «Anche se non so quante persone l’abbiano colto», è il cruccio di Serena.

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«Oggi si è persa l’abitudine all’ascolto, c’è troppa musica spazzatura in giro, che raggiunge anche i vertici delle classifiche di vendita. La musica deve lanciare messaggi positivi». Un riferimento ai rapper? «Non al genere musicale, che rispetto, ma ad alcuni suoi interpreti. Alcuni lavorano bene, ma negli ultimi anni ci sono stati troppi cattivi maître à penser. Ascoltando le parole di alcune canzoni in voga mi sento scoraggiata. Non riesco a capire perché molti ragazzini siano ammaliati da rapper che parlano di droga». Al contrario la musica di Serena vuole essere «un inno alla forza e all’amore, e motivo di spensieratezza dai momenti negativi che possono caratterizzare le nostre giornate», spiega. «Non riesco a cantare cavolate o scrivere banalità». Per adesso si limita a interpretare brani scritti da altri, nel frattempo cerca di far emergere la «vena cantautorale, che deve partire dall’anima, deve esprimere qualcosa di speciale». Quel qualcosa di speciale che spera di poter mettere in mostra al prossimo Sanremo Giovani. «Ci proviamo». Le carte in regola ci sono.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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