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Tutti i nodi che separano M5s e Pd

Dal Conte-bis al taglio dei parlamentari: sono molti gli ostacoli sulla strada della formazione di un governo giallorosso

Nel primo confronto non sono emersi «ostacoli insormontabili», ma benché sia in discesa la strada dell’accordo Pd-M5S è lunga e tortuosa. Ci sono punti di convergenza, alcuni indicati dallo stesso capo politico del M5S Luigi Di Maio che ha diffuso una lista di dieci priorità non apertamente ostili a quelle del PD: i giornali citano soprattutto il welfare (il “reddito di inclusione” approvato dall’ultimo governo del Pd e il “reddito di cittadinanza” non sono poi così diversi) e la tutela dell’ambiente.

Ma su diversi aspetti le posizioni sono state, almeno fin qui, divergenti. La riforma delle banche, sollecitata dal M5S, non piace per niente al Pd, come del resto la minacciata revoca delle concessioni autostradali. Sull’immigrazione la sinistra chiede un cambio di rotta, solidale con quelle Ong, invece i grillini non vedono di buon occhio le riforme del mercato del lavoro della sinistra. E poi ci sono i temi di perenne incomprensione, dalla legge Lorenzin sui vaccini, alle politiche per la famiglia e le adozioni, fino ai grandi accordi commerciali internazionali, appoggiati dal Pd osteggiati dal M5s.

Il primo intoppo è sul nome del candidato premier. Il Movimento punta a un Conte bis: «Tutto il M5S è leale a Conte ed è l’unico nome come premier», ha sottolineato Di Maio. Ma Zingaretti, secondo fonti della segreteria, ribadisce il suo no al Conte-bis per esigenze di «discontinuità», esprimendo inoltre «malessere» per gli «ultimatum» da parte del M5s. Ma dopo l’uscita di scena di Fico, quello di Conte appare l’unico nome grazie al quale la base M5S riuscirebbe a digerire l’accordo M5s-Pd. È inoltre un nome che tiene unito il Movimento senza essere fonte di divisioni fra le varie anime. Ma divide il Pd: Conte ha già da giorni il placet di Renzi, e quello di alcuni vertici di partito che spingono per un governo di legislatura, ma non quello del sottosegretario Zingaretti che comunque non chiude le trattative: «Si cerca una soluzione possibile».

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Altra condizione posta dal M5s è il taglio dei parlamentari entro settembre senza «controcondizioni». La riforma, che prevede il taglio secco di deputati (da 630 a 400) e senatori (da 315 a 200), è già stato votato tre volte dalla maggioranza gialloverde, e non dal Pd che pure con la riforma costituzionale di Renzi prevedeva il ridimensionamento degli eletti ma nel quadro di una più ampia revisione costituzionale, e mancherebbe solo il quarto, ultimo passaggio alla Camera. Il Pd ha accettato ricordando, però, che il taglio va accompagnato da «garanzie costituzionali e da regole sul funzionamento parlamentare», assicurando la disponibilità sollecitata dai Cinque Stelle a costruire un calendario insieme in tempi rapidi. Per i dem la riforma va accompagnata da un ripensamento del bipolarismo e dalla revisione della legge elettorale in senso proporzionale.

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Tra le intese più difficili da trovare c’è quella sugli investimenti pubblici e le infrastrutture. Il Movimento mantiene tutte le sue riserve sulle grandi opere, a partire dalla Tav, e chiude decisamente la porta alle trivelle di perforazione per la ricerca di idrocarburi così come ai rigassificatori. Per il Pd, invece, alcune opere sono semplicemente irrinunciabili. Altro tema molto delicato, legato alle infrastrutture, è quello delle concessioni autostradali. Il M5S ha già messo la loro revoca sul tavolo della trattativa con il Pd, che per ora prende tempo, anche se era stato molto duro e critico con Luigi Di Maio quando, dopo il crollo del ponte di Genova, ha annunciato la rescissione unilaterale degli accordi.

Altro scoglio è il tema immigrazione. Durante il governo Conte il Movimento 5 Stelle ha appoggiato e promosso i due cosiddetti “decreti sicurezza” proposti dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, spostandosi a destra su questo tema: Di Maio fu il primo politico italiano a definire “taxi per migranti” le Ong che soccorrono le persone nel Mediterraneo. Anche il Pd durante il governo Gentiloni e la gestione del ministro dell’Interno Marco Minniti, aveva virato a destra sebbene senza mai arrivare alle decisioni e ai toni usati dal governo Conte. Negli ultimi tempi, però, il Pd sembra avere rinnegato in parte quell’approccio: poche settimane dopo l’elezione di Zingaretti, il Partito democratico non ha rinnovato il sostegno alla missione di assistenza alla cosiddetta Guardia Costiera libica, e diversi parlamentari Pd hanno fatto visita e stretto contatti con le Ong che lavorano nel Mediterraneo.

C’è poi da superare la divergenza sulle politiche del lavoro, campo d’azione di Di Maio. Una delle leggi del governo Renzi più criticate dal M5S fu il cosiddetto Jobs Act, che fra le altre cose modificò pesantemente l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e introdusse il contratto a tutele crescenti. Il M5S per anni fece campagna per ripristinare la versione originale dell’articolo 18, senza però fare nulla una volta al governo: e anzi il cosiddetto “decreto dignità” promosso da Di Maio, che riduce la possibilità di utilizzare contratti a tempo determinato, è stato molto criticato dal Partito Democratico, che ha accusato il governo di scarsa attenzione nei confronti dei contratti più precari.

In politica estera mentre il Pd è convintamente atlantista, il Movimento 5 Stelle è storicamente scettico sull’appartenenza dell’Italia alle organizzazioni internazionali occidentali come la Nato e l’Unione Europea. Negli ultimi anni ha stretto rapporti amichevoli col partito del presidente russo Vladimir Putin, ben prima che lo facesse la Lega, vede di buon occhio una relazione sempre più stretta con la Cina con il controverso memorandum di intesa firmato dal governo Conte e nell’apice della crisi in Venezuela promosse il veto del governo italiano e una dichiarazione congiunta dell’Unione Europea a sostegno del leader dell’opposizione al regime di Maduro, Juan Guaidó. In Europa il Pd fa parte della maggioranza uscente che ha gestito la legislatura in Parlamento Europeo e nel Consiglio Europeo negli ultimi 5 anni, mentre il M5s in passato ha avuto posizioni apertamente euroscettiche (nel 2015 raccolse le firme per un proporre un referendum sull’euro) e al Parlamento Europeo al momento è nel gruppo dei non-iscritti, dopo aver passato una legislatura assieme ai partiti di estrema destra. Non a caso, la prima condizione richiesta da Zingaretti per avviare i negoziati col M5s è «una leale appartenenza all’Unione Europea».

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