Cinema

Perché “A Star Is Born” è un capolavoro mancato

Il film più fortunato dell’anno, esordio alla regia di Bradley Cooper, trasforma un melenso cavallo di battaglia di Hollywood in un classico moderno. Ma a volte questo non basta

Lo sguardo, sui particolari. Ogni volta, una rinnovata epifania o un definitivo commiato. C’è un cantante, come Kris Kristofferson nella versione del ’76 ma l’anima è quella di un mélo tra i fasci cromatici di un film anni ’80. C’è forse film che nella scorsa stagione è stato oggetto di promozione pari a quella di “A Star Is Born”? Terzo remake di un classico, l’esordio alla regia Bradley Cooper, interprete al fianco di Lady Gaga – oltre che co-sceneggiatore, compositore e produttore – è una monumentale toccante performance di intrattenimento che percuote la maggior parte degli alti e bassi del prisma emotivo atteso dal grande pubblico per un film che promette, senza troppe pretese, di introdurre a un tiepido viaggio melodrammatico. Melodrammatico non in senso spregiativo – sia inteso – ma in quanto ogni cosa risulta nella messa in scena enfatizzata ai massimi livelli: i trionfi sono clamorosi, le tragedie sono schiaccianti. I musical non sono bestie discrete. Un successo divenuto fenomeno globale che ha ricordato il tormentone sollevato negli anni Novanta da Guardia del Corpo; anche allora, la formula magica era composta da una cantante celebre, un sex symbol e canzoni in grado di riecheggiare sulle ugole degli spettatori per anni e anni. “A Star Is Born” è la nuova versione di un titolo vecchio quanto Hollywood, con l’evergreen di un romanzo popolare, nel quale Bradley Cooper interpreta Jackson Maine, adulata star country rock la cui stella è in declino dopo anni di lotta contro la tossicodipendenza, l’alcolismo e l’acufene.

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Al termine di un concerto, si reca casualmente in un bar dove vede Ally (Lady Gaga) esibirsi in una rappresentazione soul de La Vie En Rose di Edith Piaf; se ne innamora, professionalmente e non. Ally è un’aspirante cantante che, nonostante il suo evidente talento, è stata respinta da innumerevoli etichette discografiche perché non ha il ‘look’ giusto. Jack ne rimane immediatamente incantato e, se lui in un primo momento è titubante, i due finiscono per legarsi la sera stessa: lei intona proprie canzoni nel parcheggio di un supermercato, lui è magnetizzato dalla sua presenza. La sera successiva si esibiscono con il brano che lei ha accennato nel parcheggio, ora completamente arrangiato. Shallow è sicuramente la vetta massima di un capolavoro mancato. La sequenza inizia con Ally e l’amico Ramon (Anthony Ramos) che lasciano l’impiego di camerieri al ristorante e vengono condotti su un aereo privato e poi scortati tra la folla, serpeggiando lungo i corridoi del backstage e infine davanti a quella folla brulicante. La visione è un’esperienza elettrizzante, con Cooper che prende in prestito le tecniche di ripresa e montaggio dei film-concerto, riempiendo l’inquadratura di un’energia innegabile. Quando Ally intona le prime note, lo spettatore si ritrova all’apice del coinvolgimento emotivo, in una simbiosi emotiva senza soluzione di continuità. La chimica tra gli interpreti è palpabile: Cooper e Gaga danno voce – e vita – a un duo sorprendente, da brividi, non solo sulle scene. Di lì a poco Ally firma con un produttore, esegue canzoni pop amate dal grande pubblico con tanto di appariscente restyling, ballerini di backup e messa in scena con luci al neon.

La prima metà delle 2 ore e 15 minuti di “A Star Is Born” è trascendente, stupefacente e allucinogena. La metà successiva è interamente costruita dai postumi da comedown: l’impianto perde ogni dinamismo e si trascina per mera inerzia. L’impatto emotivo e l’impianto narrativo, che Cooper ha così sapientemente costruito (sul calco della sceneggiatura di Mossa Hart nella versione di Cukor), scivolano via tra semplificazione di caratteri e situazioni, non sfumate non approfondite. C’è lo stereotipo dell’uomo usurato dai fantasmi dell’alcol e di una vita intera, e la donna che trova nell’arte il proprio riscatto. E poi c’è tutto quel melenso idealismo del sogno americano sul talento che emerge nonostante tutto e tutti. L’ascesa è rapida e la caduta altrettanto: il cantante è al centro di ogni svolta narrativa, troppo impegnato com’è a frapporre i propri crucci alla realizzazione personale altrui. L’unica vera rivelazione è proprio Gaga, la cui performance meravigliosamente misurata sfida quanto ci si aspetterebbe da una performer impetuosa che ha fatto della sicurezza di sé il proprio marchio di fabbrica. Ma la medesima intensa interpretazione abortisce spontaneamente tutto l’enorme potenziale e scorre piatta con l’incedere della visione. Se, da un lato – in teoria – ciò rispecchierebbe la linea emotiva di Ally, in realtà, dall’altro emergono i limiti di Gaga nelle dinamiche drammaturgiche, a impedirle di sostenere quell’enorme responsabilità senza sottrarre goffamente energia all’economia della narrazione. D’altra parte, il taglio registico ingenuo e a volte grossolano trova giustificazione nel fatto che non è certo il filtro della metafora o la sperimentazione linguistica a richiedersi a una storia universale e atemporale che, come si diceva, si racconta quasi da sola.

Chiunque abbia visto una delle tre versioni precedenti, con Janet Gaynor (1937), Judy Garland (1954) e Barbra Streisand (1976), ne ricorderà senz’altro l’epilogo. Ma anche per coloro che non ne hanno avuto occasione, si tratta di una traiettoria e di una dinamica comunque molto familiare. L’idea di fondo è che brillano troppe stelle per uno stesso cielo e, mentre alcune inesorabilmente esauriscono il proprio ciclo vitale, l’ultima nata è involontariamente destinata a brillare al loro posto. Quindi, la storia non riguarda solo il percorso artistico di Ally in cima alle classifiche e la genesi del suo successo, ma riguarda anche e soprattutto il lento agonizzante declino di Jack. Raccontare il tragico epilogo di una vicenda umana e artistica richiede, però, maggiore raffinatezza e maturità stilistica di quanto “A Star Is Born” sia in grado di offrirne: la prova attoriale di Cooper nei panni di un Jack logorato, sempre prossimo a precipitare nel baratro della depressione e delle dipendenze, è brillantemente calibrata e coerente in ogni sfumatura, riesce persino a cristallizzare la fisicità, da quei tratti del volto indurito, abbronzato e imperlato di sudore alla scelta di cantare un’ottava sotto. E l’attore sa anche farsi da parte, per far brillare la stella altrui. Dietro la macchina da presa, Cooper è esigente e meticoloso in ogni dettaglio; il risultato notevole per un debutto. In origine, lo avrebbe dovuto dirigere un maestro come Eastwood ma ciò che cattura, commuove e seduce è proprio la mano sicura del regista. Sam Elliot nel ruolo di manager e malinconico rancoroso fratello maggiore viaggia su altre frequenze di umana ieraticità mentre Dave Chappelle si conferma una certezza nei ruoli drammatici. Se la versione con la Garland è stata in grado di attingere al lato disumano dello studio system hollywoodiano e agli orpelli della fama, “A Star Is Born” si rivela più ambivalente sul mondo della musica pop. Jack è deluso da Ally per la sua trasformazione in pop star costruita che usa la sua voce a uso e consumo dell’industria discografica, perdendo ogni sorta di autentica peculiarità.

Dando marcatamente voce alla prospettiva di Jack – pur nel quadro di una tormentata e disperata love story istintiva, cliché della romance cinematografica assolutamente esplicito – il film scredita e delegittima il potere e la popolarità di Ally man mano che questa alimenta la propria ascesa. Ma quel giudizio morale – fronteggiato dalla colonna sonora originale interamente riscritta e interpretata dal vivo davanti alle cineprese al Coachella e al Glastonbury, senza l’ausilio di pre-registrazioni – non esercita alcuna influenza sull’impatto emotivo delle imponenti tracce. Proprio la questione musicale vede il musicista Cooper incarnare al meglio l’essenza crepuscolare e romantica dell’artista sul viale del tramonto. E differentemente dalle versioni precedenti, emerge proprio una componente tragica che sembra tuttavia porre il proprio asse intorno all’espediente narrativo della stella in dissolvenza tosto che in quello dell’astro nascente. La versione – scritta insieme con Eric Roth, quello di Forrest Gump e Insider – che Cooper offre della usuale parabola di affermazione, fallimento e redenzione sorprende ancora una volta, sebbene il fulcro della vicenda sia più che noto, con la complementare presenza artistica e scenica di un’interprete come Stefani Germanotta che, oltre a sfoggiare una voce fascinosissima, dismette a momenti i panni della grande eccentrica performer sopra le righe ed esibisce tratti e connotati poco canonici che abitualmente non ci è dato conoscere: dalle linee del naso un po’ accentuato ai grandi occhi di uno sguardo un po’ strano, piazzati al centro di un volto autentico per la prima volta del tutto naturale e inedito. La persona oltre il personaggio, normalizzata e senza maschera. I demoni interiori autolesionisti e conflittuali nei quali la celebrità implode finiscono per risultare più convincenti e sfumati rispetto alla meteorica consacrazione del partner. In tutta la sua imperfezione, “A Star Is Born” si dimostra ugualmente un’esperienza visiva e una “favola” soddisfacente ed emotivamente evocativa. A tratti devasta, perché è una dichiarazione d’amore alla protagonista e per la sua genuina crudele immediatezza. Otto candidature all’Oscar ma Shallow, miglior canzone, conferma quell’unico, isolato sussulto, in un duetto al pianoforte davvero impareggiabile. Alla fine non può nulla nemmeno l’innegabile successo della musica strappalacrime, piena di drammi e cuori spezzati, destinata a rimanere comunque negli annali. Nel finale c’è il frammento di una storia d’amore senza tempo ma piena di cliché; succede tutto troppo in fretta e le insicurezze e i vuoti emotivi da colmare sono troppi. Nei destini incrociati dei due protagonisti c’è sì tutta la vulnerabilità del sogno della popolarità e i suoi devastanti effetti collaterali ma a trionfare è il cinema hollywoodiano, così classico, convenzionale e innocuo. Sarebbe un piccolo capolavoro, se solo fosse riuscito a mantenere il fascino inebriante dei suoi primi sessanta minuti.

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