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Hong Kong ritira la legge sull’estradizione, ma per gli attivisti non basta

Dopo mesi di ininterrotte e violente proteste, la governatrice Lam ha deciso di revocare la misura. Ma a giudicare dalle prime reazioni, «troppo poco e troppo tardi» è la frase più ripetuta, non sembra aver convinto molti.

La governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, ha ritirato la proposta di legge sull’estradizione all’origine delle grandi proteste iniziate a giugno. «La legge è del tutto ritirata», ha annunciato la governatrice Lam in un videomessaggio trasmesso dalle tv locali. Il ritiro della norma, fin qui solo sospesa, è una delle cinque richieste dei manifestanti, che ottengono così la prima vera vittoria.

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L’obiettivo, dice una fonte governativa, è «raffreddare l’atmosfera», considerata l’escalation di violenze delle ultime settimane. Il problema è che nel frattempo il ritiro della norma tanto, troppo attesa dai cittadini di Hong Kong rischia di non essere sufficiente. I manifestanti chiedono anche le dimissioni della leader di Hong Kong, l’amnistia per gli arrestati nel corso dei tre mesi di proteste cominciate il 9 giugno scorso, un’indagine indipendente sull’operato della polizia e la riforma politica in favore del suffragio universale. Lam ha definito «inaccettabile» l’amnistia per i manifestanti che sono stati arrestati dall’inizio delle proteste contro la riforma della legge sull’estradizione (1.183 secondo l’ultimo calcolo). Una simile richiesta «è contro lo stato di diritto» ed è «contro a Basic Law», la legge fondamentale con cui Pechino regola il suo rapporto con l’ex colonia britannica, ha detto Lam nel corso del messaggio televisivo.

Sulle altre richieste Lam ha fatto delle aperture, distanti però dalle richieste dei cittadini. Ha ribadito che verrà svolta un’indagine sull’operato della polizia, con il coinvolgimento di esperti stranieri, ma a svolgerla sarà l’attuale organo di vigilanza che i manifestanti non considerano indipendente. E sul suffragio universale, pur ammettendo che è “il fine ultimo”, ha detto che deve essere discusso in una diversa atmosfera e secondo le procedure legali previste. Infine il governo inviterà un comitato di esperti a esaminare i problemi della società di Hong Kong. Questo pacchetto è il più compiuto tentativo della leader di Hong Kong (e di Pechino) di placare le proteste. Ma a giudicare dalle prime reazioni dei democratici e degli attivisti, «troppo poco e troppo tardi» è la frase più ripetuta, non sembra aver convinto molti.

«Troppo poco, troppo tardi. L’accentuata brutalità della polizia nelle scorse settimane, ha lasciato una cicatrice irreversibile per l’intera società di Hong Kong e Carrie Lam, deve affrontare tutte e cinque le richieste: fine dei procedimenti penali, smettere di chiamarci rivoltosi, indagine di polizia indipendente ed elezioni libere», ha scritto su Twitter l’attivista Joshua Wong, volto delle proteste pro-democrazia del 2014. Insoddisfazione è emersa anche da molti parlamentari pan-democratici e dalla sigla più nota delle proteste, il Civil Human Rights Front, che chiede che tutte e cinque le richieste dei manifestanti siano soddisfatte e aggiunge: «Pensare che la mossa annunciata in tv possa bastare a placare gli animi dopo oltre quattordici settimane di proteste è un grave errore di giudizio politico».

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