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Acqua pubblica, come è gestita in Italia e in Europa

La legge sulla ripubblicizzazione è ferma da tempo in Commissione Ambiente alla Camera. Ma un punto del nuovo programma di governo tra M5s e Pd riapre la questione: «Approvare subito una legge, completando l'iter legislativo in corso»

Quella sull’acqua pubblica sarà una delle prime partite sulla quale Movimento 5 stelle e Pd saranno chiamati a confrontarsi. Il programma di governo al punto 22 dice che «l’acqua è un bene comune: bisogna approvare subito una legge sull’acqua pubblica, completando l’iter legislativo in corso». Una proposta di legge sul tema, a prima firma di Federica Daga (M5s), è ferma da tempo in Commissione Ambiente alla Camera. È ispirata alla proposta di iniziativa popolare formulata nel 2007 dai Movimenti per l’Acqua, su cui furono raccolte più di 400mila firme. Da allora sono passati 12 anni e il referendum del giugno 2011 in cui il 54% degli elettori (27 milioni di italiani) si schierò contro la privatizzazione.

Per chi quella norma l’ha presentata si tratta di una rivoluzione che porterà a gestire l’acqua fuori dalle logiche di mercato, con la creazione di aziende speciali, facendo decadere le attuali concessioni e lasciando al ministero dell’Ambiente il compito di stabilire le tariffe. Eppure contro la legge, fortemente sostenuta dal presidente della Camera Roberto Fico, c’è un fronte del no. Dai sindacati preoccupati per «il futuro di 70mila posti di lavoro e un blocco agli investimenti di 2,5 miliardi», agli amministratori del Nord che rivendicano esperienze positive.

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Anche i partner di governo, Pd e Movimento 5 stelle, partono da posizioni molto diverse. Mentre il M5s punta a una ripubblicizzazione totale delle attuali gestioni private, il Pd con la proposta a prima firma di Chiara Braga vorrebbe lasciare agli enti locali la scelta su quale forma di gestione adottare, suggerendo solo una sorta di priorità per quella in house. Un modo molto diverso di vedere le cose, al punto che gli emendamenti presentati dal Pd alla proposta M5s puntano a sostituire parti intere di testo con quello proposto da Braga. La stessa capogruppo dem della commissione Ambiente, all’indomani della presentazione degli emendamenti dichiarava che l’obiettivo era «evitare che il settore idrico venga gettato nel caos da una legge demagogica, che non tiene per niente conto delle esigenze di stabilità e rilancio degli investimenti, fondamentali per dare ai cittadini un servizio di qualità e a costi accessibili». Sarà difficile mettere insieme le due diverse posizioni, anche se nel programma di governo sembra prevalere quella del M5s («Bisogna approvare subito una legge sull’acqua pubblica, completando l’iter legislativo in corso»).

Nel nostro Paese le reti idriche sono di proprietà pubblica ed è vietata la loro vendita a soggetti privati, anche se la società acquirente avesse capitale interamente pubblico. In base al decreto-legge n. 112 del 2008, la loro gestione può essere però affidata a soggetti privati. Secondo i dati di Utilitalia (la federazione che rappresenta la quasi totalità degli operatori dei servizi idrici in Italia), nel 2017 oltre la metà degli abitanti residenti nel nostro Paese (il 53%) riceveva un servizio erogato da società interamente pubbliche. Poco più di tre italiani su 10 invece (il 32%) lo riceveva da società miste a maggioranza o controllo pubblico, mentre un 12% direttamente dall’ente locale. Un 2% era servita da società private e l’ultimo 1% da società miste a maggioranza o controllo privato.

Anche negli altri grandi Paesi dell’Europa continentale – Francia, Germania e Spagna – vige un sistema in cui la proprietà è solo pubblica; mentre la gestione può essere pubblica, mista o privata. In due nazioni del Regno Unito (Inghilterra e Galles) le reti sono di proprietà privata e gestite da privati, anche se sulle tariffe e le regolamentazioni esiste un controllo da parte dello Stato. Nell’Unione europea, il settore idrico è regolato a livello comunitario da diverse normative, come la direttiva quadro sulle acque e quella sull’acqua potabile, che delineano un quadro comune europeo, la cui attuazione però poi cambia a seconda dei Paesi. In sostanza, queste regole comunitarie stabiliscono gli standard di qualità minimi che devono essere garantiti in tutti i Paesi membri. Come raggiungere questi livelli è lasciato alla discrezionalità dei legislatori nazionali.

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