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Cosa succede dopo gli attacchi agli stabilimenti petroliferi in Arabia Saudita?

Non si sa ancora chi sia il responsabile ma gli Usa sospettano dell'Iran e minacciano pesanti conseguenze

Ci potrebbero volere mesi prima che la capacità di produzione di petrolio dell’Arabia Saudita possa tornare a pieno regime dopo gli attacchi agli stabilimenti petroliferi appartenenti ad Aramco, l’azienda statale saudita di idrocarburi. Non è ancora chiaro chi sia il responsabile: l’operazione è stata rivendicata immediatamente dai ribelli houthi, che stanno combattendo una guerra in Yemen contro uno schieramento guidato dai sauditi, ma ci sono diversi dubbi. Gli Stati Uniti dicono che dietro agli attacchi potrebbe esserci l’Iran, e secondo diversi giornali americani, tra cui il New York Times, il governo guidato da Donald Trump starebbe studiando la possibilità di rispondere militarmente.

«Le forniture energetiche dell’Arabia Saudita sono state attaccate. C’è ragione di credere che conosciamo i colpevoli, siamo pronti e carichi in attesa della verifica, ma stiamo attendendo di sentire dal regno saudita chi ritiene sia la causa di questo attacco, e in base a quali condizioni procederemo», ha scritto il presidente americano. I dubbi sulla rivendicazione dei ribelli houthi ci sono stati fin da subito, per diverse ragioni. Il governo statunitense, alleato dell’Arabia Saudita, ha detto che gli attacchi ai due stabilimenti petroliferi erano partiti da nord o nordovest, quindi da Iran o Iraq, e non dallo Yemen, che si trova a sud. Inoltre sarebbe stata usata una combinazione di droni sofisticati e missili da crociera, cioè armamenti che indicano obiettivi e livelli di precisione molto al di là della capacità e delle disponibilità dei ribelli houthi, ma più compatibili con un paese come l’Iran, che da diverso tempo ha iniziato a compiere operazioni militari contro obiettivi ostili nel Golfo Persico, su cui si affaccia anche l’Arabia Saudita.

Nonostante si attendano conferme da parte di Riad, per il segretario di Stato americano Mike Pompeo non ci sono dubbi il colpevole è solo uno: l’Iran. «Teheran è dietro la quasi totalità degli attacchi contro l’Arabia Saudita mentre il presidente Hassan Rouhani e il ministro degli Mohammad Zarif fanno finta di essere impegnati sul fronte diplomatico. Non c’è alcuna prova che l’attacco sia arrivato dallo Yemen», ha twittato Pompeo. Intanto l’Iran ha negato le accuse, ma secondo diversi esperti gli attacchi di sabato sarebbero coerenti con la strategia che il regime iraniano sta portando avanti da mesi, cioè quella di uno scontro sempre maggiore con gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita.

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Al di là delle decisioni che prenderanno Stati Uniti e Arabia Saudita una volta accertati i responsabili degli attacchi, quello che è successo sabato ha già avuto importanti conseguenze sulla capacità saudita di produrre petrolio, e quindi sul prezzo globale del greggio. L’Arabia Saudita è responsabile infatti di circa il 10% delle forniture mondiali di petrolio, con 7,4 milioni di barili esportati al giorno. Gli attacchi hanno ridotto sensibilmente questa percentuale, che potrebbe rimanere più bassa fino a che non verranno riparati tutti gli impianti danneggiati: si stima infatti che gli attacchi abbiano distrutto la produzione di 5,7 milioni di barili al giorno di greggio. Per evitare un eccessivo aumento del prezzo del petrolio, Trump ha autorizzato a immettere sul mercato petrolio della Strategic Petroleum Reserve statunitense, riserva gestita dal dipartimento dell’Energia americano, nel caso in cui sarà necessario stabilizzare il mercato. Al momento non ci si aspetta uno sconvolgimento nel mercato globale del petrolio: la stessa Arabia Saudita ha abbastanza riserve di greggio da poter soddisfare gli impegni presi almeno per i prossimi 60 giorni. La questione rimane comunque capire quanto ci metteranno i sauditi a riparare i danni provocati dagli attacchi e riportare la produzione di petrolio sui livelli precedenti gli attentati.

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