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Matteo Renzi lascia il Pd

Con lui una trentina di parlamentari. Il senatore ha telefonato al premier Conte per rassicurarlo: «Il sostegno al governo rimane convinto»

Annunciata, poi smentita e ancora riconfermata, alla fine la scissione di Matteo Renzi dal Partito democratico è arrivata con una telefonata ala premier Giuseppe Conte: «Vado via dal Pd, ma il sostegno al governo rimane convinto». E confermata in una intervista a Repubblica: «Lasciare il Pd sarà un bene per tutti, anche per Conte, il partito è diventato un insieme di correnti, manca una visione sul futuro».

I gruppi autonomi degli scissionisti Pd alla Camera e al Senato nasceranno questa settimana. Allo stato attuale, sarebbero in uscita 18-20 deputati. Dal misto potrebbe arrivare Catello Vitiello, ex M5S. Per creare un gruppo autonomo alla Camera ne servono 20. Per l’incarico di capogruppo il nome più probabile è quello di Luigi Marattin. Dal gruppo dem al Senato sarebbero in partenza una decina di senatori: Renzi, Bonifazi, Comencini, Marino, Faraone, Ginetti, Cerno, Laus, Grimani e Bellanova. Alla Leopolda sarà presentato il simbolo: il primo impegno elettorale le Politiche, «sperando che siano nel 2023», e le Europee 2024.

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«Voglio passare i prossimi mesi a combattere contro Salvini», ha detto Renzi a Repubblica assicurando che con la sua iniziativa il fronte contro il leader leghista potrà allargarsi.«Abbiamo fatto un capolavoro tattico mettendo in minoranza Salvini con gli strumenti della democrazia parlamentare – prosegue Renzi – Ma il populismo cattivo che esprime non è battuto e va sconfitto nella società. E credo che le liturgie di un Pd organizzato scientificamente in correnti e impegnato in una faticosa e autoreferenziale ricerca dell’unità come bene supremo non funzionino più». Quanto a Zingaretti che ha lavorato molto per mantenere l’unità del partito, come richiesto dalla base, Renzi spiega di non avere con lui alcun «problema personale, né lui ha un problema con me. Abbiamo sempre discusso e abbiamo sempre mantenuto toni di civiltà personali. Qui c’è un fatto politico. Il Pd nasce come grande intuizione di un partito all’americana capace di riconoscersi in un leader carismatico e fondato sulle primarie. Chi ha tentato di interpretare questo ruolo è stato sconfitto dal fuoco amico. Oggi il Pd è un insieme di correnti. E temo che non sarà in grado da solo di rispondere alle aggressioni di Salvini e alla difficile convivenza con i 5 Stelle».

Il Pd è diviso tra la maggioranza di zingarettiani, l’Area dem di Dario Franceschini (alleata con Zingaretti), i renziani e la Base riformista di Lorenzo Guerini e Luca Lotti. La fuoriuscita potrebbe provocare un vero terremoto negli equilibri del centrosinistra, ed è quello che in molti hanno cercato di evitare. Il ministro della Cultura Dario Franceschini ha evocato addirittura la scissione di Livorno e il periodo fascista: «Nel 1921-22 il fascismo cresceva sempre più, utilizzando rabbia e paure. Popolari, socialisti, liberali avevano la maggioranza in Parlamento e fecero nascere i governi Bonomi, poi Facta 1 poi Facta 2. La litigiosità e le divisioni dentro i partiti li resero deboli sino a far trionfare Mussolini nell’ottobre 1922. La Storia dovrebbe insegnarci a non ripetere gli errori». Ma era già troppo tardi. L’ex premier ha preso la sua decisione: è questo, secondo i suoi calcoli, il momento giusto per dare vita a una nuova formazione. «Sarebbe stato un agguato se lo avessi fatto tra sei mesi. Farlo il giorno del giuramento significa partire con chiarezza, stabilizzarlo. Non chiedo nulla. A Zingaretti lasciamo la maggioranza dei parlamentari».

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