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Nel furor delle tempeste riemerge tra torbidi flutti “Il Pirata” di Bellini

La ripresa del raro titolo belliniano è l'infelice e irresponsabile approdo di una politica culturale che si rifugia nei recuperi quando non ha altro da dire. Cronaca di un allestimento che ricorre a soluzioni che naufragano anziché risolvere

La straziante situazione dell’ente lirico etneo trova casuale ed efficace metafora nelle vicende dello storico sipario, affrescato nel 1883 da Giuseppe Sciuti, recentemente ripristinato e restituito alla fruizione del pubblico. L’enorme dipinto, distribuito su una superficie di 140 metri quadrati, rappresenta il “Trionfo dei Catanesi sui Libici”, che nel 2400 a.C. avevano assediato la città sotto il regno del re sicano Cocalo: una vicenda del tutto inventata, generata dalla fantasia dei falsari Ottavio D’Arcangelo e Pietro Carrera nelle Memorie historiche della città di Catania, secondo la quale i catanesi sarebbero riusciti da soli a resistere all’assalto dei libici, decimandoli e conquistando un immenso bottino di guerra, con l’uccisione o la cattura di ben 42 elefanti. E come un tempo il Consiglio comunale intendeva celebrare un leggendario argomento di gloria catanese – non documentato in alcune fonte storica e realmente mai verificatosi – oggi, in assenza di argomenti più validi, il tempio cittadino della musica rispolvera occasionalmente, con puntuale cadenza, l’anniversario e il repertorio del compositore cui deve il nome, al sol scopo di un trincerarsi dietro una campanilista operazione di celebri e rari recuperi del repertorio belcantistico, tributando un opportuno omaggio – tuttavia infimo e oltraggioso nella realizzazione – alla memoria del Cigno prematuramente scomparso a Puteaux il 23 settembre 1835.

E così, come nell’aria del pirata Gualtiero, “nel furor delle tempeste” catanesi riemerge dai torbidi flutti “Il pirata” del ventiseienne Bellini, assente dalle scene etnee dal gennaio del 2001, quando inaugurò le celebrazioni del bicentenario della nascita con una memorabile produzione. Ma è un approdo infelice, estremo lido di una stagione lirica che non riparte ma tragicamente e fiaccamente si spiaggia sugli avvilenti velluti settembrini della sala del Sada. E, con queste dolorose premesse, lo fa anche con una certa dose d’irresponsabile sadismo. Se da un lato, infatti, il Massimo sembra procedere per straziante e più o meno consapevole moto inerziale, dall’altro sembra saltuariamente voler rincarare la dose non mettendo a frutto la benché minima risorsa anzi sembra volerla dilapidare senza il benché minimo senso del pudore. Tutto in nome di un ipotetico – e opinabile – stoico sentimento che sacrifica con pochi onori una programmazione mai decentemente razionale e una qualità artistica ed estetica nemmeno vagamente sufficiente per i fasti dell’ente lirico. Per carità, nulla di nuovo sotto il sole: produzione disarmante, pubblico rassegnato e assuefatto, politica (aziendale e regionale) assente. Il discorso è elementare e va ben oltre il compatimento per lo sforzo realizzativo: non si può parlare di nuovo allestimento se è proprio l’allestimento a mancare, in termini di lettura, manufatti e interpretazioni.

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Si celebra qualcosa che non c’è. E non perché ad andare in scena sia una rivisitazione o un’attualizzazione, ma perché risulta inconcepibile come, pur nella penuria di mezzi, si ricorra a soluzioni che naufragano anziché risolvere. Il pirata è un dramma complesso ma anche una storia semplice, fatta di separazioni, dubbi, agnizioni, destini incrociati che negano in vita ogni felicità ai protagonisti. E poi, non c’era espediente più immediato e attuale di trasporre l’azione dal XIII secolo ai giorni nostri, non sulle coste di un’immaginaria Caldora quanto sulle reali coste sicule. Tuttavia, l’unico relitto – nel senso etimologico del termine – era quello in scena. Abbandonato alla propria sorte. Il sipario si apre ma non si comprendono le ragioni di tanta statica messinscena tradizionale. L’idea stessa di spettacolo è non pervenuta e i mezzi ce li ha messi un po’ chiunque. La drammatizzazione e la filologia cedono le armi di fronte di fronte al risultato.

Eppure, il terzo titolo belliniano, composto fra aprile e ottobre 1827, riscosse nel debutto scaligero di quell’anno primo ampio e incondizionato trionfo di unanimi consensi. Il dramma in due Atti di Felice Romani – dal mélodrame Bertran, ou le Pirate di I.J.S. Taylor dit Raimond, rappresentato con musica di Alexandre e balletti di M. Renaussy al Thé’tre du Panorama Dramatique di Parigi il 26 novembre 1822 (derivato, a sua volta, dalla tragedia in cinque atti Bertram, or the Castle of Saint-Aldobrand del pastore protestante Ch. R. Maturin, Londra 1816) – varava in Italia il prototipo musicale Romantico, in cui la natura matrigna, le passioni impossibili ed eternamente rimpiante, l’eroismo, i sentimenti d’odio e vendetta, la grande scena di pazzia della primadonna tracciavano le coordinate di uno stile che avrebbe monopolizzato buona parte dell’Ottocento. Sublime lirismo e atmosfere tempestose per Gualtiero, Conte di Montalto, tenore romantico, che nella voce del leggendario Rubini trovava le dolcezze quanto i furori dell’eroe maledetto e soprattutto un canto quasi astratto per la scrittura acutissima e impervia, obbligata a spaziare dai toni elegiaci a quelli drammatici. Si può comprendere la difficoltà estrema del tessuto musicale, che insieme a quello del soprano – un “drammatico d’agilità” destinato a salire e scendere dal pentagramma con sbalzi di registro impressionanti e virtuosismi infiammati – avrebbe decretato già nella seconda metà del secolo la scomparsa del titolo dalle scene.
E in un clima tanto precario e inquieto, l’operazione subisce e guadagna la deriva come una nave senza nocchiero. L’azzardata mise-en-scène proposta e firmata da Giovanni Anfuso non rende merito a nessuno, tanto meno al suo autore, che rifugge espedienti patinati e ruffiani ma ricorre a un côté di scene riciclate che come quinte mobili compongono e scompongono un’azione confusa senza mai tuttavia risolvere. L’aura nostalgica di cui l’opera è impregnata paga lo scotto di una regia statica, con interpreti in proscenio e masse di coro e comparse tutte fissamente relegate e stipate dietro. Imponendo ad atmosfere decadenti – che per nulla attenevano all’assolata Caldora siciliana – una lettura fredda e distaccata, il carattere avventuroso della trama e la definizione dei caratteri contrapposti della psicologia dei protagonisti risultano appena abbozzati. In definitiva, non emerge il Bellini sperimentale, propugnatore di un modo nuovo di intendere il colore orchestrale, la vividezza dei recitativi, le scene d’assieme; insomma tutto ciò che non mancò di suscitare l’entusiasmo degli ascoltatori di quei tempi lontani. Il pubblico, di contro visibilmente ignaro del titolo, non si scalda nemmeno di fronte all’intensità della follia della sconvolta Imogene.

Foto di Giacomo Orlando

A fare le spese del mediocre allestimento è la concezione stessa della drammaturgia musicale della guerra contro il fato ingaggiata dal nobile Gualtiero, ribelle di stampo byroniano, che si è fatto pirata per vendicare i torti subiti dalla famiglia mentre l’amata, per la quale nutre un sentimento assoluto e che spera di fare ancora sua, è sposa a forza al suo rivale politico, Ernesto, Duca di Caldora. Senza particolari slanci empatici, il discorso drammaturgico si dipana in una successione effettiva di avvenimenti che raramente tiene conto della multiforme declinazione di affetti che muove gli interpreti. L’idea registica non trovava alleato in un impianto visivo scarnificato che, oltre ai residui di una Norma d’archivio, risultava tanto meno valorizzata dall’impianto luci. E la stessa alternanza di bianco e nero nei costumi atemporali non era certo elemento di novità e di appeal in un contesto così poco fascinoso e attrattivo. Lo stesso gioco compositivo di oggetti e orpelli fluttuanti a mezz’aria risultava a dir poco fuorviante, restringendo occasionalmente il punto di fuga sul medesimo immutato fondale. Non può ritenersi sufficiente un mero attento coordinamento degli elementi, atto a far funzionare la macchina teatrale e la drammaticità degli interpreti non trova quindi agio in quella prevalenza di splendidi e significativi recitativi declamati che preludono già in modo chiaro a quelli molto più vigorosi e possenti della futura Norma, quasi a tutela dell’estetica romantica e dei nuovi codici espressivi.

Pur senza opportuni paragoni con i cast delle ultime due edizioni, quella attuale ha dovuto tra l’altro fare i conti con la penuria – per non dire assenza – di interpreti all’altezza. L’ingloriosa serata dell’insipido debutto vede la direzione di un Miquel Ortega frettoloso e non particolarmente attento alla congruenza tra scena e golfo mistico; anzi trascura impunito ogni crescendo rossiniano. Nel dirigere la Sinfonia opta per un’agogica fin troppo mobile e sonorità a tratti azzardate, salvo poi procedere fin troppo spedito nell’esecuzione, ignaro di tempi sicuramente meno fantasiosi ma che avvolgessero più propriamente la linea di canto di interpreti e del Coro – istruito dal maestro Luigi Petrozziello – slegati e poco omogenei nel palesare il dramma nella sua enfasi emotiva. Interessato unicamente all’insieme, Ortega non lavora di cesello e, a distanza di anni dalle riprese pur non frequenti del titolo belliniano, si sarebbe certo preferita una lettura più pregnante, diretta a mettere in luce gli aspetti innovativi e sperimentali del linguaggio invece che dissimularne gli esiti, a partire dall’aura e dalla metrica insolita dell’incipit che non è stata sufficientemente messa a fuoco.

Foto di Giacomo Orlando

Persino Francesca Tiburzi, nei panni di Imogene, appare una novizia nell’esplorazione del repertorio spinto e risulta poco interessante tanto sotto il profilo espressivo quanto preoccupante sotto quello vocale, dove il suo strumento intenso e penetrante sta già facendo i conti con un registro acuto talvolta stentoreo – e per questo poco incline ai piani – e con la conseguente tendenza a cantare spesso e volentieri sul forte, anche quando la parte richiederebbe un’emissione più sfumata e patetica. A stento nella pazzia finale crediamo in cuor nostro di aver ravvisato nelle sue sembianze i tratti dell’interprete della Straniera di qualche tempo addietro e abbiamo cercare discretamente conferma a tali impressioni in un effetto drammatico e travolgente, poi sfumato poco dopo. Con una drammatizzazione misurata tenta di supplire a un’emissione raramente morbida e a un incerto dominio delle agilità, cui non fa da contrappeso un registro grave particolarmente tornito e un legato accurato. La stella della Tiburzi non brilla nemmeno nel concertato che conclude il primo atto, rifinisce poco i caratterizzanti recitativi, naturalmente è avara di virtuosismi nei salti d’ottava e nei saliscendi che il pentagramma suggerisce. Nel ruolo del titolo il poco attendibile – e credibile – Gualtiero di un affannato Filippo Adami, i cui limiti dello sfortunato mezzo nell’emissione, nella proiezione e nell’articolazione del fraseggio sono manifesti in un impegno che non onora sin dalla sua primaria sortita. Adami è un esule, non già costretto a lasciare patria in quanto partigiano di Manfredi di Svevia ma a fuggire oculatamente dalle agilità delle cabalette e dai virtuosismi dell’impianto belcantistico, non alla sua portata. Il migliore in scena è di certo Francesco Verna nei panni Ernesto, seguace di Carlo II d’Angiò: il baritono non usurpa infatti la signoria all’eroe del titolo in quanto, con buon fraseggio e varietà di colori e dinamiche, finisce per emergere su gli altri due protagonisti. Alexandra Oikonomou è una valida Adele mentre Riccardo Palazzo restituisce al personaggio di Itulbo quell’efficace e genuino brio che è proprio all’interprete. Il basso Sinan Yan (Solitario) poco convince per una dizione non impeccabile. Il Bellini di certo non è la reggia di Caldora. Gli sventurati temerari naufragati tra i velluti del teatro non possono che riservare educati applausi di cortesia e un’isolata claque si defila mentre Il Pirata – e l’ente lirico – naviga a vista.

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Marco Fallanca

Direttore di Produzione del TaorminaFilmFest. Già giurato, consulente e responsabile delle relazioni esterne. Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.
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