Economia

I tassi negativi e il rischio del… non rischio

Se fino a pochi anni fa gli investitori avevano l’imbarazzo della scelta nella ricerca di facili guadagni, senza correre rischi, oggi la situazione è radicalmente mutata. Il ruolo centrale della pianificazione finanziaria

Quello dei tassi di interesse è un mondo al contrario. Gran parte dei titoli obbligazionari del pianeta presenta ormai rendimenti negativi. Incredibilmente, chi li compra sa già in partenza di effettuare un investimento che gli produrrà perdite piuttosto che guadagni. E quanto più è affidabile l’emittente, tanto più è alto il prezzo che l’investitore dovrà pagare al suo debitore. Un bel problema per i risparmiatori che non sanno più che pesci pigliare. E pensare che soltanto pochi anni addietro gli investitori avevano soltanto l’imbarazzo della scelta nella ricerca di facili guadagni senza correre rischi. Ma adesso la musica è cambiata: se non si vuole rischiare l’alternativa è il rendimento negativo.

Tuttavia, una terza opzione esiste e sembra essere attualmente molto apprezzata: il conto corrente. Un vero e proprio rifugio per il popolo dei risparmiatori dove, secondo le più recenti rilevazioni, giacciono inutilizzati ben oltre 1.100 miliardi. “Almeno non ci perdo”: il ragionamento degli investitori sembra essere questo e, considerato quanto sopra, appare del tutto legittimo.
Ma è davvero cosi? Vediamo di capirne di più. Cominciamo col dire, in premessa, che risparmiare significa posticipare una spesa e, poiché il tempo determina (salvo sporadici e momentanei periodi) un costante aumento del prezzo dei beni e dei servizi acquistabili con la moneta, questa è soggetta ad una continua erosione del suo valore reale. Stiamo parlando, ovviamente, dell’inflazione. È vero, ad esempio, che chi avesse tenuto 10mila euro in un deposito infruttifero negli ultimi 10 anni oggi non avrebbe subito alcuna perdita. Ma si tratta, in realtà, di una semplice (e costosa) illusione ottica. Infatti, la stessa somma, seppur nominalmente inalterata, ha visto ridursi la sua capacità di spesa del 12,5%. Se tanto mi da tanto, dunque, possiamo ragionevolmente stabilire una prima verità, tanto scontata quanto poco percepita: non correre alcun rischio, utilizzando depositi infruttiferi, comporta la certezza di una perdita di entità proporzionale al tempo trascorso. Riepilogando, con i Titoli di Stato si perde, con i depositi pure e con i mercati azionari bisogna rischiare. Un vero e proprio “cul de sac”, possiamo ben dire, quello in cui si trovano oggi i risparmiatori.

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Tuttavia, abbiamo ragione di ritenere che la situazione sin qui descritta possa ammettere altre utili soluzioni che però, per poter essere compiutamente individuate e utilizzate, necessitano della preventiva rimozione di alcuni importanti e mai del tutto risolti equivoci connessi con il vero e autentico significato del concetto di rischio in campo finanziario, con particolare riferimento a quello più specificamente connesso ai mercati azionari. Allo scopo, il primo e dirimente aspetto che bisogna evidenziare è la duplice modalità con cui è possibile utilizzare i mercati azionari: quella della speculazione e quella dell’investimento.
Nella prima ipotesi si tende ad ottenere consistenti guadagni lucrando sulla differenza, anche nella stessa giornata, tra il prezzo di acquisto e vendita di un qualsiasi prodotto finanziario. Stiamo parlando del cosiddetto “gioco di borsa”, un metodo con cui si possono ottenere guadagni consistenti ma anche azzerare in poco tempo (ipotesi tutt’altro che scolastica) il capitale impiegato. Quest’ultimo aspetto riguarda più il mondo delle scommesse che quello dell’investimento e, pertanto, riteniamo di scarso interesse per la presente trattazione ogni ulteriore approfondimento in merito.
L’altro approccio, quello che invece ci interessa, mira ad intercettare la crescita dell’economia mondiale per il tramite di investimenti globalmente e adeguatamente – sottolineiamo – diversificati. Crescita, è utile evidenziarlo, inarrestabile nel tempo, seppur con andamenti irregolari e scarsamente prevedibili nel breve periodo.

Bisogna infatti tener ben presente che i mercati azionari, nel medio/lungo periodo, hanno sempre incorporato detta crescita seppur “disturbata” dalle tipiche oscillazioni di breve periodo che ne connotano l’andamento e che, giustamente, gli conferiscono lo status di investimenti rischiosi. A riprova, analizzando sin dall’inizio del secolo scorso l’indice azionario americano, possiamo osservare come esso sia sempre stato caratterizzato da una continua crescita, intervallata da fasi di correzione sempre abbondantemente riassorbite nelle successive e immancabili fasi di rialzo. Più precisamente, i periodi positivi sono durati mediamente 8,9 anni con un guadagno medio cumulato pari al 468% mentre quelli negativi, invece, 1,4 anni con una perdita media pari al -41%:

E come il rischio di cui stiamo trattando sia soggetto ad una sua riduzione con il passare del tempo risulta ancor più evidente dalle due figure rappresentate in basso. Si tratta di due ipotetici investimenti effettuati nello stesso mercato ma con durate diverse, rispettivamente 1 e 7 anni. L’analisi è stata effettuata utilizzando il MSCI, indice mondiale delle azioni, e riguarda gli ultimi 50 anni di storia, caratterizzati, com’è noto, anche da gravissime crisi, tra cui la bolla di internet, l’attentato alle Torri gemelle e, per ultimo, dalla terribile crisi finanziaria del 2008, seconda (forse) solo a quella del 1919.

MSCI WORLD RENDIMENTI ANNUI 1970/2019
MSCI WORLD RENDIMENTI 7 ANNI MOBILI 1970/2019

In definitiva, possiamo logicamente dedurre che, se l’orizzonte temporale è breve, l’investimento azionario risulta essere di certo rischioso. Ma è pur vero che, allungando il periodo di detenzione dell’investimento medesimo, si assiste ad una speculare inversione del rischio. Infatti, come indicativamente rappresentato nella figura in basso, le azioni divengono sempre meno rischiose mentre il rischio tende parallelamente a crescere nei depositi.

La rischiosità, pertanto, in nessun caso è rappresentabile in modo assoluto e costante. Sicché, per esempio, se un trentenne decide di accantonare delle somme con scopi previdenziali (lungo termine) corre rischi maggiori (sempre in termini di mantenimento del potere di acquisto) utilizzando strumenti di deposito, piuttosto che azionari. Per contro, chi investe con un obiettivo di breve termine, si assume rischi ben più rilevanti acquistando azioni. Non è dunque il prodotto “migliore” in assoluto la chiave per effettuare un buon investimento. E non lo è per un motivo molto semplice: non esiste. In realtà, la vera chiave di volta per una corretta allocazione del risparmio è individuabile in una attenta e preventiva pianificazione finanziaria che rappresenta la vera questione centrale per la tutela del risparmio, tuttora generalmente sottostimata e gravemente trascurata. Ogni prodotto finanziario, abbiamo visto, può dirsi buono o cattivo solo se valutato in funzione degli obiettivi di investimento, segnatamente di ordine temporale, a cui è chiamato a rispondere. Una ovvia, trita e ritrita verità. Tanto ovvia quanto ancora generalmente ignorata dai risparmiatori e, talvolta, anche da coloro che dovrebbero guidarli nelle loro scelte.

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Giuseppe Cannizzaro

Laureato in economia aziendale, svolge l’attività di Consulente Finanziario dal 1984, per professione e per passione. Ha ricoperto l'incarico di esperto a titolo gratuito per le problematiche finanziarie presso il Comune di Messina dal 2014 al 2018, è C.T.U. presso il Tribunale di Messina, C.T.P. (consulente tecnico di parte) nell'ambito di contenziosi bancari. Ritiene fondamentale la collaborazione con professionisti di altri settori al fine di fornire alle famiglie servizi polispecialistici, integrati e sinergici di consulenza patrimoniale globalmente intesa. È esperto in contratti derivati che ritiene una pericolosa minaccia (sottostimata) per la tenuta del sistema economico/sociale mondiale.
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