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Il taglio dei parlamentari è legge: cosa cambia

Il disegno di riforma costituzionale ha superato l'ultimo passaggio in Aula. Una maggioranza trasversale ha dato il via libera al provvedimento. Per il presidente del Consiglio Conte è «una giornata storica per l’Italia»

Il taglio dei parlamentari diventa legge: la Camera ha approvato in quarta lettura il testo che modifica la Costituzione portando i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. I sì sono stati 553, i no 14, gli astenuti 2. Il disegno di legge, sostenuto e voluto dal Movimento 5 stelle, ha raccolto una maggioranza trasversale: per il sì si sono schierati, oltre ai grillini, anche Pd, Leu e Italia Viva. Ma anche la Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Per il presidente del Consiglio Conte quella di oggi è «una giornata storica per l’Italia». Luigi Di Maio ha parlato di «un’altra promessa storica mantenuta». «Abbiamo finalmente tagliato il numero dei parlamentari. Per sempre», ha scritto su Facebook. Ma anche Matteo Salvini non ha perso tempo rivendicando la scelta di votare sì anche dall’opposizione e ricordando che «a differenza del Pd e dei 5 stelle la Lega non tradisce e mantiene la parola». Giorgia Meloni ha ricordato il ruolo di Fratelli d’Italia nell’approvazione del provvedimento: «Sono fiera che questo sia stato possibile soprattutto grazie a noi. Non sarebbe mai passato se Fratelli d’Italia, dall’opposizione e senza chiedere nulla, non lo avesse votato in tutte e quattro le letture. Lo abbiamo fatto perché noi siamo schierati solo con quello che vogliono gli italiani». Ma a fare crescere il numero dei favorevoli alla riforma, rispetto alle precedenti letture, è stato il cambio di orientamento del Pd che ha motivato la nuova linea, seppure con il malumore di alcuni suoi esponenti, con il diverso contesto in cui il voto è avvenuto. «La riduzione dei parlamentari è una riforma che il centrosinistra e il Pd portano avanti, in forme diverse, da 20 anni — ha puntualizzato il segretario Nicola Zingaretti — Oggi abbiamo deciso di votarlo perché abbiamo ottenuto che si inserisca dentro un quadro di garanzie istituzionali e costituzionali che prima non c’erano».

Insieme al voto sulla riduzione del numero dei parlamentari, la maggioranza formata da Pd, Movimento 5 stelle, Leu e Italia Viva si è accordata formalmente anche su un vasto piano di riforme costituzionali che saranno discusse nei prossimi mesi. Il Pd lo aveva infatti chiesto in cambio dell’approvazione della riforma sul numero dei parlamentari. Questo piano di riforme comprende quattro punti differenti: modifica della legge elettorale, abbassamento dell’età per l’elezione in Senato, la riforma dei regolamenti parlamentari per garantire maggiore centralità delle Camere e avvio dell’iter per arrivare all’autonomia differenziata. Entro il 7 gennaio si saprà se uno dei soggetti indicati dalla Costituzione (un quinto dei membri di una Camera, 500mila elettori, cinque consigli regionali) chiederà il referendum confermativo. Se questo dovesse succedere, si voterebbe a maggio-giugno 2020. In caso di conferma del testo, scatterebbero i 60 giorni concessi al governo per ridisegnare i collegi (la legge delega 51/2019 è già vigente).

Una questione su cui i promotori del taglio dei parlamentari hanno insistito molto è il risparmio per le casse dello Stato. Se consideriamo che, in base a quanto riporta il bilancio della Camera, nel triennio 2018-2020 per pagare indennità e rimborsi a 630 deputati lo Stato spende ogni anno 144,9 milioni di euro, ricaviamo un costo annuo di 230mila euro a deputato. Una riduzione di 230 deputati, dunque, creerebbe un risparmio potenziale di 52,9 milioni di euro ogni anno. Facendo lo stesso calcolo per il Senato otteniamo un costo annuo di 249.600 euro per senatore. Un taglio di 115 membri di Palazzo Madama creerebbe un risparmio potenziale di 28,7 milioni di euro ogni anno. Tra Camera e Senato, quindi, i risparmi sarebbero 81,6 milioni di euro ogni anno. Questa stima tuttavia è da considerarsi leggermente imprecisa, perché non tiene conto dei possibili risparmi che avrebbero le due Camere per il semplice fatto di dover ospitare 345 persone in meno. Per Luigi Di Maio, primo promotore del provvedimento, non si tratterebbe sol di un vantaggio economico. «Non è solo una questione di soldi – aveva spiegato il 30 luglio scorso Di Maio – è anche semplificazione. Abbiamo il numero più alto di parlamentari d’Europa e ne consegue un numero spropositato di leggi, spesso inutili. Il taglio cambierà la politica per sempre. Manderemo a lavorare gente che sta lì da vent’anni e finalmente potremmo avere un Parlamento più semplice».

L’Italia con i suoi 945 parlamentari era la seconda in Europa dopo il Regno Unito. Con la riforma viene superata da Francia, Germania e Spagna. All’Assemblea nazionale di Parigi siedono 577 deputati e 348 senatori, il Bundestag tedesco conta 709 membri oltre ai 69 del Reichstag, il Congresso di Madrid è composto da 350 deputati 266 senatori. La classifica però cambia, e di molto, se si considera la rappresentanza, cioè il numero di parlamentari in rapporto con la popolazione. L’Italia in questo momento è alla ventiquattresima posizione (un deputato ogni 100mila abitanti) nella graduatoria delle Camere Basse. Con la riforma il nostro Paese scende all’ultimo posto. A guidare questa classifica sono i piccoli paesi come Malta, Lussemburgo ed Estonia. Tra i 14 parlamenti che hanno anche una Camera Alta oggi l’Italia si trova al nono posto. Con la riforma va al penultimo, affiancando la Polonia (0,3 senatori ogni 100mila abitanti) e davanti soltanto alla Germania (0,1).

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