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Perché l’Europa è ostaggio della Turchia?

Ankara è il quinto partner commerciale per l’Ue con un business che va dalle armi all’industria delle automobili. Ma ai rapporti economici si aggiunge la minaccia di Erdogan sui migranti

Altro che passo indietro, Erdogan alza ancora il tiro: «Non dichiareremo mai cessate il fuoco». Il presidente Turco risponde così alle sanzioni degli Stati Uniti. Trump nelle scorse ore si era detto «pronto a distruggere rapidamente l’economia turca» chiedendo ad Ankara di interrompere le operazioni militari in Siria. Mentre diversi Paesi europei, Tra cui l’Italia, stanno interrompendo le esportazioni di materiale bellico verso la Turchia. Ma i rapporti fra Europa e Turchia sono radicati e si espandono dai legami commerciali a quello che viene considerato il principale strumento di pressione nelle mani di Erdogan: i 6 miliardi di euro promessi dalla Ue alla Turchia per bloccare i flussi di migranti diretti verso il Vecchio Continente, secondo un accordo siglato nel 2016.

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«Apriremo le porte a 3,6 milioni di rifugiati siriani e li manderemo da voi», ha minacciato immediatamente Erdogan rispondendo ai Paesi europei che avevano parlato di «invasione» o «occupazione». Al momento la Ue è riuscita a produrre solo una condanna formale dell’aggressione, salvo incappare nel veto di paesi come Ungheria e Bulgaria rispetto all’imposizione di un embargo completo sulla vendita di armi alla Turchia. Ma gli stati membri si impegnano ad «avere posizioni nazionali forti a proposto delle loro politiche di esportazione di armi verso la Turchia». La decisione è, quindi affidata a iniziative bilaterali come quelle già annunciate da Germania, Francia e Italia. Il business delle armi non raggiunge le dimensioni di altri segmenti industriali, ma rappresenta comunque un volume di scambi notevole fra la Ue e Ankara.

La Turchia è il terzo Paese al mondo verso cui l’Italia esporta armi e materiali d’armamento, dopo Qatar e Pakistan, come emerge dall’ultima Relazione al Parlamento sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento. Solo nel 2018 sono stati autorizzati 360 milioni di euro di vendite. «Negli ultimi quattro anni l’Italia ha autorizzato forniture militari per 890 milioni di euro e consegnato materiale di armamento per 463 milioni di euro», ha affermato Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il disarmo. «In particolare nel 2018 sono state concesse 70 licenze di esportazione definitiva per un controvalore di oltre 360 milioni di euro. Tra i materiali autorizzati: armi o sistemi d’arma di calibro superiore ai 19.7mm, munizioni, bombe, siluri, arazzi, missili e accessori oltre ad apparecchiature per la direzione del tiro, aeromobili e software». La Germania, secondo dati del ministero federale dell’Economia e dell’Energia, ha esportato in Turchia l’equivalente di quasi 243 milioni di euro nel 2018 , una cifra che incide su un terzo circa dei 771 milioni di euro complessivi in export bellico (il secondo paese è l’Arabia Saudita con 159,8 milioni di euro).

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C’è poi un altro segmento industriale che chiarisce l’interdipendenza fra Ue e Turchia ed è quello automobilistico. Tra 2000 e 2018, come riporta Il Sole 24 ore, i costruttori hanno investito sul paese l’equivalente di 15 miliardi di dollari Usa . La produzione di veicoli dei 13 player globali attivi in Turchia è lievitata dalle 374mila unità del 2002 agli 1,5 milioni del 2018, trasformando il paese nel 15esimo produttore automobilistico su scala globale e, appunto, il numero cinque in Europa. I quattro paesi di destinazione principali per l’export turco sono Germania, Francia, Spagna e Italia. Oltre a Volkswagen e al suo neostabilimento, destinato sulla carta a generare 5mila posti di lavoro, il paese ospita 175 centri di ricerca e sviluppo di marchi globlali delle quattro ruote ed è sede di centri di brand europei come l’italo-statunitense Fca, la tedesca Daimler e l’austriaca Anstalt für Verbrennungskraftmaschinen List (meglio nota come Avl, un produttore di sistemi di azionamento). Uno dei fiori nazionali all’occhiello è la Tofaş, collaborazione fra la Fca e il conglomerato industriale Koç Holding, con una capacità produttiva di 450mila vetture l’anno. Recidere integralmente rapporti significherebbe perdere un avamposto commerciale e produttivo rilevante. La Turchia è il quinto partner commerciale per la Ue e riversa sul mercato comunitario il 50% delle sue vendite internazionali complessive.

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