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Carta d’identità per registrarsi sui social: la proposta del renziano Marattin

Rendere obbligatorio l’uso di un documento d’identità contro profili fake e haters. Ma gli esperti mettono in guardia: rischi per privacy e tutela dei dati personali

Da ultimo i messaggi antisemiti contro la senatrice a vita Liliana Segre. Ma i social network sono sempre più un contenitore di minacce, insulti, fake news. Contro questa deriva il deputato Luigi Marattin – ex consigliere economico di Palazzo Chigi, fedelissimo di Renzi da poco passato a Italia Viva – ha pubblicamente fatto sua la proposta via Twitter del regista Gabriele Muccino di rendere obbligatorio l’invio di un documento di identità per chiunque apra un account su una piattaforma social.

«Da oggi al lavoro per una legge che obblighi chiunque apra un profilo social a farlo con un valido documento d’identità. Il profilo lo apri solo così. Troppo a lungo abbiamo scambiato la (sacrosanta) libertà di espressione con qualcosa di estremamente diverso. Ed estremamente pericoloso. Ora basta», ha scritto proprio sui social. La proposta permetterà comunque di selezionare liberamente un nickname, ma la protezione dell’anonimato risulterebbe assai più labile: per esempio, diventerebbe molto più semplice comunicare alle forze dell’ordine i dati di user problematici, come quelli che usano linguaggio d’incitamento alla violenza, diffondono notizie palesemente false o mettono in atto cyberbullismo.

L’idea non è nuova e non ha bandiera politica. Ci avevano già provato, nell’ottobre 2018, i senatori Malan, Damina, Vitali, Aimi, Floris, Pagano, Cangini e Giammanco con un disegno di legge (decaduto con la fine anticipata del governo gialloverde). La loro proposta modificava il decreto legislativo n° 70 del 9 aprile 2003 dal titolo “Attuazione della direttiva 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione nel mercato interno, con particolare riferimento al commercio elettronico” e prevedeva l’obbligo della carta d’identità per accedere a social network e servizi online. L’obiettivo era fa venir meno l’anonimato, consentendo ai siti internet a trasmettere più facilmente i dati anagrafici della persona accusata di avere commesso un reato.

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Proposta di buonsenso ma inutile per alcuni addetti ai lavori, se non addirittura dannosa per altri. Infatti, secondo parecchi esperti informatici, carte d’identità, codici fiscali e patenti finirebbero in un archivio a disposizione dei vari siti internet. Dati sensibili a disposizione di migliaia di società commerciali, con i problemi di privacy e tutela dei dati personali che ne derivano. Già adesso, chiunque si registri su una piattaforma social, o semplicemente navighi su internet, è rintracciabile grazie al proprio IP, un acronimo che sta per Internet Protocol, che indica esattamente dove si trova il computer o il telefonino collegato alla rete. La polizia postale, in caso di reato può risalire all’indirizzo Ip e dunque alla persona che lo ha commesso. Va detto che è possibile navigare nascondendo l’IP, ovvero celando la propria identità, ma questo è un diritto umano sancito dalle Nazioni Unite per difendere la libera manifestazione del dissenso. Sono le dittature a cancellare l’anonimato.

Stefano Zanero, esperto di sicurezza informatica e professore del Politecnico di Milano, aveva più volte spiegato le problematiche legate al voler associare un documento d’identità con i propri profili online: «Un ulteriore problema che rende tutte queste ipotesi pura fantasia è: anche volendo chiedere “i documenti” per registrarsi “col proprio nome”, come si verificano quei documenti? Perché mandare un documento alterato è un amen. Di nuovo si colpiscono solo i cittadini onesti». E ancora: anche se la definizione esistesse e fosse priva di ogni equivoco, la legge sarebbe applicabile solo in Italia, il che mal si concilia con la definizione stessa del web. Solo le persone sul suolo Italiano sarebbero soggette a questa legge e, come fatto notare da diversi esperti di settore e cosiddetti “white hat” qualsiasi VPN geolocalizzata fuori dal territorio nazionale oppure Tor permetterebbero di aggirare la normativa.

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