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Da Hong Kong al Libano: le proteste che agitano il mondo

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a proteste di piazza imponenti. Partite per motivazioni economiche o per chiedere maggiori libertà, hanno finito per rivolgersi contro il potere costituito

Beirut, Hong Kong, Santiago. Cosa hanno in comune questi luoghi così lontani e così diversi? Apparentemente nulla, a parte il fatto che negli ultimi mesi sono stati attraversati da un’ondata di proteste popolari. I primi a scendere in piazza sono stati i cittadini di Hong Kong per tutelare le proprie prerogative nonostante la pressione della leadership comunista. Le proteste sono iniziate la scorsa estate quando la governatrice Carrie Lam ha cercato di far passare una legge sull’estradizione di ricercati e sospetti in Cina ma poi sono continuate anche quando la proposta è stata ritirata. Ora i manifestanti chiedono elezioni libere.

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Le loro proteste hanno ispirato gli attivisti di mezzo mondo. Le centinaia di migliaia di catalani che hanno invaso le strade a metà ottobre dopo la sentenza di condanna dei leader separatisti gridavano: «Facciamo come a Hong Kong». Anche in Cile e Libano i cortei sono continuati nonostante venissero meno i motivi che avevano scatenato la protesta. A Beirut le manifestazioni erano scoppiate a seguito della decisione del governo di aumentare il costo delle chiamate su WhatsApp e altre applicazioni simili. La misura prevedeva un aumento di 20 centesimi di dollaro al giorno, misura che il governo si è affrettato a ritirare messo davanti alla reazione popolare. Non è servito, era già troppo tardi. Le proteste in Libano non erano più solo delle manifestazioni contro le politiche del governo, ma lo sfogo di un popolo contro il sistema politico, un popolo impoverito che non si è mai sentito una nazione che ora sembrerebbe trovare un senso di unità.

In Cile è andato in scena quasi lo stesso copione. Le proteste sono iniziate a seguito dell’annuncio dell’aumento del costo del biglietto della metro di Santiago, un aumento di quasi il 3%. Anche in questo caso, il presidente cileno Piñera ha ritirato il provvedimento e ha sostituito otto dei suoi ministri con alcuni più giovani e liberali che dovrebbero stabilire un rapporto migliore con i cittadini, senza tuttavia riuscire a fermare le manifestazioni. Ma i cileni lamentano la mancanza di uguaglianza, lo scarso accesso ai servizi e costi della vita ormai altissimi. All’inizio di ottobre in Ecuador ad accendere la rabbia dei cittadini era stato il taglio dei sussidi per la benzina che esistevano nel Paese da 40 anni. Dopo giorni di autostrade bloccate e scontri con le forze di sicurezza il governo ha fatto marcia indietro.

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