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ArcelorMittal vuole lasciare l’ex Ilva

A un anno dall'arrivo a Taranto, il gruppo ha notificato ai commissari e ai sindacati la volontà di ritirarsi. Le motivazioni: annullamento scudo penale e rischio chiusura dell'altoforno 2

ArcelorMittal restituisce l’Ilva allo Stato italiano. A un anno dall’arrivo a Taranto, Am InvestCo Italy ha notificato ai commissari straordinari dell’Ilva la volontà di rescindere l’accordo per l’affitto con acquisizione delle attività di Ilva Spa e di alcune controllate acquisite secondo l’accordo chiuso nel 2018. La mossa ha spinto il governo a convocare un vertice d’urgenza al ministero dello Sviluppo Economico al quale parteciperanno, oltre a Stefano Patuanelli, i ministri per il Sud e per l’Ambiente, Giuseppe Provenzano e Sergio Costa, e anche Roberto Speranza e Nunzia Catalfo, rispettivamente titolari della Salute e del Lavoro. In forse, ma possibile, la presenza del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri.

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L’acquisizione dell’Ilva era arrivata nel novembre del 2018 dopo lunghe trattative mediate dal governo per impedire la chiusura dell’acciaieria e la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro, rischio che è tornato attuale dopo l’annuncio di oggi. Attualmente il contratto di ArcelorMittal è di affitto, e avrebbe dovuto trasformarsi in una completa acquisizione nel 2020. La multinazionale si era impegnata a fare investimenti ambientali per 1,1 miliardi di euro, produttivi per 1,2 miliardi e a versare poi 1,8 miliardi di euro – meno i canoni di affitto già versati – al momento dell’acquisizione. Il gruppo impiega 10.700 operai, di cui 8.200 nello stabilimento di Taranto (ci sono anche impianti a Novi Ligure e Cornigliano). 1.276 lavoratori sono in cassa integrazione ordinaria dallo scorso settembre. Non è ancora chiaro se l’annuncio di ArcelorMittal sia definitivo, o se sia una mossa negoziale per ottenere dal governo maggiori concessioni per quanto riguarda il taglio del numero dei dipendenti.

La ragione principale avanzata da ArcelorMittal per la rescissione del contratto è il fatto che nelle scorse settimane un emendamento al decreto “salva imprese”, voluto dal Movimento 5 Stelle, aveva revocato alla multinazionale l’immunità penale, una garanzia che le era stata data sulla non perseguibilità delle eventuali violazioni realizzate prima del termine del risanamento ambientale. Il comunicato della società ricorda che «nel caso in cui un nuovo provvedimento legislativo incida sul piano ambientale dello stabilimento di Taranto in misura tale da rendere impossibile la sua gestione o l’attuazione del piano industriale, la società ha il diritto contrattuale di recedere dallo stesso contratto». Tra le altre ragioni c’è la crisi del settore siderurgico e il rischio che venga rivista l’autorizzazione ambientale concessa all’acciaieria. ArcelorMittal ha poi citato i provvedimenti del Tribunale di Taranto che rischiano di obbligare allo spegnimento dell’altoforno 2 dell’acciaieria, che necessita di interventi speciali dopo la morte di un operaio nel 2015.

Togliere lo scudo penale ai vertici di Arcelor Mittal, scrive il segretario nazionale della Fim Cisl, Marco Bentivogli, è stato «un capolavoro di incompetenza e pavidità». E ora, dice ancora Bentivogli, al mancato disinnesco della «bomba ambientale» si unisce anche la «bomba sociale». «La rescissione del contratto da parte di ArcelorMittal è una notizia drammatica ma era nell’aria, ce l’aspettavamo dopo le ultime decisioni del governo e del parlamento», commenta invece il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, sottolineando che «ora il governo e il parlamento si devono assumere le loro responsabilità e devono porre rimedio a un disastro che loro stessi hanno causato e che si sta per abbattere su tutti gli stabilimenti italiani dell’ex Ilva, non solo a Taranto».

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