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Ex Ilva, ArcelorMittal avvia la procedura di ritiro dall’Italia: 11mila dipendenti a rischio

Il gruppo franco-indiano ha attivato la cessione del ramo d’azienda che coinvolgerà 12 siti. Conte: «Faremo tutto il possibile per fare in modo che la controparte rispetti gli impegni»

ArcelorMittal si presenta al vertice convocato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte con l’avvio formale della procedura per restituire ai commissari gli stabilimenti dell’ex Ilva. L’azienda ha infatti comunicato formalmente ai sindacati e alle aziende collegate la «retrocessione dei rispettivi rami d’azienda» oltre al trasferimento dei dipendenti: 10.777 persone (ai sensi dell’articolo 47 della legge 428 del 1990). La comunicazione segna l’avvio della procedura per il disimpegno della multinazionale in tutta Italia: oltre a Taranto anche Genova, Novi Ligure, Milano, Racconigi, Paderno, Legnano, Marghera.

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È durato tre ore il vertice a Palazzo Chigi, al quale hanno partecipato il premier Giusppe Conte, il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, dell’Economia Roberto Gualtieri, del Sud Giuseppe Provenzano, della Salute Roberto Speranza e delle Politiche agricole Teresa Bellanova. Per ArcelorMittal erano presenti il presidente e ceo Lakshmi Mittal e il chief financial officer Aditya Mittal. Assente l’ad di ArcelorMittal Italia Lucia Morselli. Prima del vertice il premier Giuseppe Conte si era detto «fiducioso» e disponibile al dialogo e al confronto. «Il governo è disponibile a fare tutto il possibile e il necessario perché ci sia da parte della controparte il rispetto degli impegni contrattuali».

Da entrambi i fronti ufficialmente si percepisce la linea dura. Conte parla della necessità di tutelare «la continuità degli investimenti produttivi» e «il rispetto del livello occupazionale». Al momento ArcelorMittal non pare intenzionata a rispettare gli impegni. La decisione di recedere dal contratto di affitto d’altronde mette a rischio 10.700 dipendenti, oltre ai 4mila in cassa integrazione che sarebbero potuti rientrare nel 2023 una volta completati gli investimenti di riconversione ambientale. Nell’atto di citazione depositato al Tribunale di Milano con cui intende recedere dal contratto d’affitto dell’acciaieria (l’acquisto scatterà solo nel maggio del 2021), l’azienda chiede il ripristino dello scudo legale, fin da subito addotto come pretesto per lasciare Taranto. Ma non basta: «Anche se la protezione legale fosse ripristinata, non sarebbe possibile eseguire il contratto». Tradotto: anche se il governo decidesse di garantire l’immunità tolta pochi giorni fa dal decreto Crisi d’impresa, magari con un emendamento alla manovra (il cui iter parlamentare parte dal Senato, dove Italia Viva garantirebbe il proprio apporto) con un dl ad hoc, il gruppo franco-indiano lascerebbe ugualmente l’Italia.

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Patuanelli ha accusato gli acquirenti dell’Ilva «di aver deciso di andarsene ancora prima della ristrutturazione» ma «si può valutare l’inserimento di una norma che espliciti il principio già presente nel nostro ordinamento. Perché l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica della pubblica Autorità esclude la punibilità». Per il governo, dunque, l’immunità chiesta da Arcelor è un pretesto. Lo ha detto a chiare lettere il ministro dell’Ambiente Sergio Costa: lo scudo penale «con le bonifiche ambientali non c’entra proprio niente, tant’è vero che da quando è stato firmato il piano di risanamento ambientale, a settembre 2018, ad oggi non c’è stata nemmeno una indagine con rilievo penale per la tutela dell’ambiente. Quindi il motivo non è certamente il piano ambientale».

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