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Trent’anni fa il rock abbatté il muro di Berlino

I concerti di Bob Dylan, David Bowie e Bruce Springsteen diedero la spinta finale. «Il muro non è caduto nel 1989, ma fu buttato giù!». “Heroes” la canzone che sconfisse quel simbolo di divisione. Gli storici show di Roger Waters e degli U2

“Seguo la Moskva
giù al Gorky Park
ascoltando il vento del cambiamento
una estiva notte d’agosto
i soldati passano oltre
ascoltando il vento del cambiamento
Il mondo è vicino
avresti mai pensato
che noi potessimo essere così vicini, come fratelli?
il futuro è nell’aria
lo posso sentire ovunque
soffiare con il vento del cambiamento
Portami alla magia del momento
in una notte gloriosa
dove i bambini di domani sognano
nel vento del cambiamento…”

È il testo della canzone “Wind of change” scritta nel 1990 da Klaus Maine, cantante degli Scorpions. È divenuta la canzone simbolo della caduta del Muro di Berlino, avvenuta l’anno prima, e della riunificazione della Germania dove è tuttora la canzone più venduta di sempre. “Wind of change” vinse il World Music Award come miglior canzone scritta da un gruppo tedesco, dominando le hit parade di ben undici nazioni.

La musica ha avuto un ruolo importante nella caduta del Muro di Berlino. Per ventotto anni, fino a quel fatidico 9 novembre 1989, quella linea fortificata in cemento armato alta 3,6 metri aveva diviso in due non solo una città, ma l’intero assetto geopolitico mondiale. Era un simbolo da abbattere per una generazione cresciuta nell’era del rock, ribellandosi agli orrori prodotti dalla cultura dei genitori con la Seconda guerra mondiale. E il Muro era l’ultima eredità di quell’epoca che si voleva dimenticare. Quella presenza oscura e oscurantista, lugubre e luttuosa, era entrata spesso nel mirino degli artisti. E forse non fu un caso che crollò quell’anno, al culmine di una staffetta sonora cominciata nel 1982 con “After Berlin”, canzone scritta da Neil Young la notte prima di un “live” in Germania, e proseguita nel 1987 con i concerti a Berlino di Bob Dylan e di David Bowie. Quest’ultimo nella parte ovest della città tedesca, verso la metà degli anni Settanta, aveva trascorso un periodo fondamentale della sua vita artistica, ritrovando la forza e l’energia per uscire da una profonda crisi e comporre quella che è nota come la trilogia berlinese: “Low”, Heroes” e “Lodger”. “Heroes”, la canzone che dà il titolo all’album, è diventata una delle più celebri di Bowie. Scritta con Brian Eno, racconta la storia d’amore di due amanti divisi dal Muro di Berlino. Il brano fu inserito anche nella colonna sonora di “Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino” (1981): prodotta dallo stesso Bowie, contiene le sue canzoni registrate tra il ‘74 e il ‘78, anno in cui è ambientato il film diretto da Uli Edel.

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Nel 1987 David Bowie tenne un concerto a Berlino Ovest a pochi metri dal Muro che ancora divideva la città, e nella parte est erano assiepati centinaia di fan tedeschi cui era impedito assistere allo spettacolo. «Noi salutiamo tutti i nostri amici che sono dall’altro lato del Muro», disse in tedesco Bowie prima di iniziare a cantare “Heroes”, scatenando gli slogan delle persone che non potevano vederlo. «Il muro deve cadere» divenne l’inno di quella serata, che nel suo piccolo accelerò un processo di cambiamento che vide la definitiva caduta del muro due anni dopo. Alla morte del Duca Bianco del rock, il ministero degli Esteri tedesco lo ha salutato celebrando quello storico concerto su Twitter: «Addio, David Bowie. Ora sei tra gli eroi. Grazie per averci aiutato a far cadere il Muro».

Pochi anni prima del collasso del Muro e della fine dell’Unione Sovietica, quasi ad annunciare il cambiamento, Leonard Cohen aveva scritto l’apocalittica “First We Take Manhattan”. La canzone doveva inizialmente intitolarsi “In Old Berlin” e lo stesso Cohen aveva confermato l’atmosfera cupa come una «voce di un’amarezza illuminata» e un «minaccioso manifesto geopolitico». La wrecking ball, la palla della demolizione, fu scagliata da Bruce Springsteen. Il 19 luglio del 1988, sedici mesi prima della caduta del Muro, il Boss del rock suonò in un concerto autorizzato a Berlino Est sotto una severa sorveglianza militare. Storico il discorso pronunciato davanti a un pubblico di 300mila persone. «Non sono venuto qui per cantare a favore o contro alcun governo, ma soltanto a suonarvi rock’n’roll, nella speranza che un giorno tutte le barriere possano essere abbattute» disse Springsteen in un tedesco appena comprensibile. Appena dopo cantò “Chimes of Freedom” e la folla impazzì. Come sottolineò alcuni anni fa l’ex presidente della Repubblica Federale Tedesca, Christian Wulff: «Il muro non è caduto nel 1989, ma fu buttato giù!».

L’immagine della caduta del Muro è poi legata al musicista russo Mstislav Leopol’dovič Rostropovič, uno dei più grandi violoncellisti dei nostri tempi, che improvvisò un concerto il 10 novembre del 1989 seduto davanti alle macerie. Eseguì alcune suite di J. S. Bach tutte in tonalità maggiori perché, dopo 28 anni, finalmente era giunto il momento di gioia per i tedeschi. La musica di Bach rappresentava la musica assoluta, una musica che abbatte qualunque barriera e unisce i popoli.

«Quando sono andato al Muro di Berlino non è stato un atto politico, ma personale», spiegò Rostropovich. «Ero a Parigi, la sera ho telefonato a un amico che mi ha detto di accendere immediatamente il televisore. All’inizio non capivo, guardavo quelle immagini e non capivo. Quando ho compreso, le lacrime hanno iniziato a scendere. Il Muro di Berlino nella mia vita ha avuto il ruolo di una cicatrice sul cuore. Avevo 47 anni quando mi hanno cacciato dall’Unione Sovietica, dopo i 47 anni è iniziata un’altra vita. E queste due vite non si sono mai riunite. Quando ho visto che buttavano giù il Muro di Berlino ho pensato che finalmente avrei potuto avere la speranza che queste due parti della mia vita potessero ricongiungersi. E come un pazzo la mattina successiva ho preso il violoncello, sono salito su un aereo. Non sono andato a Berlino a suonare per la gente, sono andato lì a suonare affinché Dio mi ascoltasse, direttamente dal Muro di Berlino. Una specie di preghiera di ringraziamento a Dio. E davvero, dopo quel giorno, le mie due vite si sono riunite».

L’anno dopo Roger Waters, davanti alla Porta di Brandeburgo, avrebbe ricostruito temporaneamente il Muro, per poi abbatterlo metaforicamente in un tripudio oceanico di pubblico al suono di “Another brick on the Wall”. Era il 21 luglio 1990, l’opera era stata pubblicata nel 1979, ma l’ex Pink Floyd ripeté sempre che “The Wall” si sarebbe potuta eseguire dal vivo solo in seguito alla caduta del Muro di Berlino. Le intenzioni iniziali di Waters erano di invitare ospiti di fama mondiale, come Peter Gabriel, Bruce Springsteen, Eric Clapton, Joe Cocker e Rod Stewart. Nessuno di loro darà però la disponibilità al progetto. Esclusa l’ipotesi di una reunion con i Pink Floyd, vennero “arruolati” Bryan Adams, The Band, Paul Carrack, Thomas Dolby, Marianne Faithfull, James Galway, Jerry Hall, The Hooters, Cyndi Lauper, Ute Lemper, Joni Mitchell, Paddy Moloney, Van Morrison, Sinead O’Connor e gli Scorpions.

Il Muro di Roger Waters in realtà è una metafora di tutte le guerre: storiche, psicologiche ed esistenziali per arrivare fino a Berlino. E quando nel 2010 Waters decise di rimettere in scena da solo la sua opera prediletta, quella che di fatto aveva sancito la fine dei Pink Floyd, gli venne naturale aggiornarla, inserendo immagini delle guerre contemporanee, dagli americani che bombardavano Baghdad alla guerra in Palestina fino al muro tra il Messico e l’America. Ricordando a tutti che l’idea di un muro che divide è l’esatto opposto dell’idea di empatia, quella a cui Waters e i Pink Floyd sono sempre stati maggiormente devoti: l’empatia che dovrebbe avvicinare gli uomini, spingerli a comprendersi e dialogare. Una crociata che Waters continua ancora oggi.

“Another brick on the Wall” divenne un’altra canzone simbolo. Come “One”, la preghiera di pace con cui gli U2 aprirono nel 2009 lo storico concerto ai piedi della porta di Brandeburgo. «Happy birthday Berlin», urlò Bono all’ingresso sul palco, mentre una selva di fari antiaerei disegnava diagonali di luce nel nuvoloso cielo sopra Berlino. L’attacco fu mozzafiato. Con “One”, appunto, una delle canzoni più struggenti degli U2: «l’amore è un tempio, un solo amore, un solo sangue, sorelle, fratelli», un invito all’unità e all’abbattimento dell’incomunicabilità, cantato mentre sulla facciata della porta venivano proiettate icone del passato, falci e martello, stelle rosse, immagini dei graffiti del vecchio Muro.

“I russi, i russi, gli americani
no lacrime, non fermarti fino a domani
Sarà stato forse un tuono
non mi meraviglio
è una notte di fuoco”

L’ombra spettrale del Muro si allungò anche sull’Italia, ispirando alcuni dei nostri cantautori. «Il testo di “Futura” nacque come una sceneggiatura, poi divenuta canzone. La scrissi una volta che andai a Berlino» spiegò in una intervista Lucio Dalla. «Non avevo mai visto il Muro e mi feci portare da un taxi al Check Point Charlie, punto di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest. Chiesi al tassista di aspettare qualche minuto. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta. Poco dopo si fermò un altro taxi. Ne discese Phil Collins che si sedette nella panchina accanto alla mia e anche lui si mise a fumare una sigaretta. In quei giorni a Berlino c’era un concerto dei Genesis, che erano un mio mito. Tanto che mi venne la tentazione di avvicinarmi a Collins per conoscerlo, per dirgli che anch’io ero un musicista. Ma non volli spezzare la magia di quel momento. Rimanemmo mezz’ora in silenzio, ognuno per gli affari suoi. In quella mezz’ora scrissi il testo di “Futura”, la storia di questi due amanti, uno di Berlino Est, l’altro di Berlino Ovest che progettano di fare una figlia che si chiamerà Futura».

Anche “Alexander Platz” di Franco Battiato è un frammento di vita quotidiana nella Berlino prima dell’unificazione: la solitudine e il gelo del mese di febbraio si percepiscono attraverso le strofe, sussurrate da Milva con studiata emozione. Il ritmo cadenzato e ossessivo ci fa quasi “vedere” i passi della donna che percorre nella neve gli sconfinati viali di Berlino, o che “aspetta all’angolo come Marlene”. La voce esplode poi nel refrain e dissolve la tensione nel finale del brano, terminando a bruciapelo con una inaspettata domanda, ”Ti piace Schubert?”, sull’assolo di piano. Qualche anno dopo, Franco Battiato ne fece una sua personale interpretazione contenuta nell’album “Giubbe rosse”.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.

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