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Nel capolavoro di Wenders il ritratto di una città che non c’è più

"Il cielo sopra Berlino" torna in sala restaurato in 4K. Il dolente inno alla vita e alla memoria di un racconto di formazione che si muta in poema neoromantico

Era il 9 novembre 1989 quando il governo della DDR fu costretto a decretare l’apertura della frontiera: un momento storico che segna l’avvio del processo politico di riunificazione delle due Germanie che si concluderà nel 1990. Due anni prima quel muro – che per 28 anni ha diviso Berlino Est e Ovest – fu immortalato nel memorabile film di Wenders, “Il cielo sopra Berlino”, pellicola che segnò anche il ritorno a casa del regista tedesco dopo otto anni di esilio volontario negli Stati Uniti.

«Berlino Ovest era un luogo aspro, selvaggio ma pacifico, altamente stimolante, creativo e avventuroso – ha detto il regista – godeva lo status di capitale della guerra fredda ed era plasmata dal muro. In questo melting pot abbiamo girato il nostro film, ignari o, meglio, non potendo immaginare che la storia universale avrebbe presto superato la nostra piccola storia di un angelo immortale innamorato di una donna in carne ed ossa e il film, solo due anni dopo, sarebbe diventato un documento storico di una città che improvvisamente non esisteva più».

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Damiel e Cassiel, angeli da prima ancora che Berlino cominciasse a esistere, svolgono la missione loro assegnata, ascoltando i pensieri lieti o tristi dei berlinesi, che essi vedono solo in bianco e nero. Ascoltano i pensieri degli umani, intuiscono quel che l’uomo prova, lo annotano, ma non possono provarlo. Si scambiano il presente, il passato, il futuro delle sensazioni umane e, pur discutendo di etereo, aspirano alla carnalità dell’umano.

Sono la memoria storica di una Berlino che volge verso la fine della Guerra Fredda, una Berlino che ci illude ancora che esista un mondo buono e uno cattivo. Tirano avanti, tirandosi dietro la curiosità di saper cosa significa aver freddo ai piedi; nulla è immutabile. Ma Damiel (Bruno Ganz), più partecipe dell’altro alle ansie degli umani, come alle loro infinite piccole gioie, subisce fortemente l’attrazione esercitata dalla città – ancora sfregiata da enormi cicatrici – e dalla sua stessa gente. La stessa esercitata da Marion – Solveig Dommartin, ex compagna del regista – affascinante trapezista licenziata dal circo in cui lavora e sconvolta dall’imminente solitudine, oltre che da presagi di morte. Il posto di Damiel è accanto a lei, in un ruolo insolito, ma prudente e discreto nella sua tenerezza. Lo intuirà a un dato momento anche Peter Falk, attore che gira un film sulla Germania nazista, anch’egli molto tempo prima un angelo; ora è solo un ex che ha operato una scelta precisa, pronto a fare il bene, amico degli esseri umani, pieno di speranza e fiducia.

Anche Damiel fa la sua scelta: rinuncia all’immortalità e nasce uomo, ai piedi del muro di Berlino, optando per l’amore, allo scopo di vivere con Marion – le gioie e le sofferenze di tutti gli umani. L’amore renderà umano l’angelo, l’amore lo colorerà, l’amore lo fare sorridere. L’amore lo metterà al mondo, l’amore lo consumerà.


Aiutato dai dialoghi, dai monologhi e dai versi poetici di Peter Handke – oggi Premio Nobel per la Letteratura – Wenders volteggia sulle “ali del desiderio” – Wings of Desire è il titolo americano del film – con riprese aeree tra la dea della Vittoria e la vecchia chiesa bombardata di Kaiser Wilhelm, tra una deserta Postdamer Platz e la Biblioteca Centrale dove vorticano migliaia di pensieri, poesie (di Rainer Maria Rilke) e musiche: l’effetto finale è un coro sacro nel tempio della cultura.

I luoghi non dimenticano la grande tragedia della Berlino ferita dai traumi del passato: le immagini di repertorio girate dagli americani dopo il loro ingresso nella capitale ne sono un doloroso memento. Rimane un muro a separare l’Est dall’Ovest, una linea invalicabile che testimonia uno stato di pace apparente. La necessità di fare parlare i luoghi (Falso movimento, Lo stato delle cose, Paris Texas) si coniuga con la scelta di un punto di vista non sempre aderente alla realtà oggettiva, e spesso strabordante nella sottolineatura enfatica, dando luce a un documento fotografico antecedente alla fine di quel mondo: il muro nel 1989 crollerà travolto dalla Glasnost e quegli spazi semideserti vedranno sorgere il centro Sony.

La leggera invisibilità dell’angelo e la necessaria pesantezza dell’uomo, una dicotomia apparentemente non ricomponibile. L’esile trama è il pretesto per intrecciare il bianco e nero del noumeno con il colore del fenomeno: gli angeli vedono l’essenza delle cose e lo smalto irripetibile fotografia di Henri Alekan (mago delle luci di René Clément, Jean Cocteau e Marcel Carné) compie il miracolo di dar voce ad ogni singolo riflesso di luce, ad ogni ombra proiettata sul muro. Un bianco e nero che taglia gli occhi per colorare il cielo di Berlino. Per un giorno a settimana, il cielo è di un azzurro intenso, per gli altri sei è grigio come tutto il resto.

Le intermittenze coloristiche di un bianco e nero non solo estetico ma anche descrittivo. Il bianco e nero per i pensieri, per il trascendente. I colori per il corpo, per la vita, per l’immanente di una liturgia di immagini evocative e meditazioni monologanti. Il mondo sognato dai bambini, gli unici a guardare ancora verso il cielo, in contrapposizione alla memoria storica di una Berlino decadente, testimone di una identità violata. La divisione del muro come linea di lacerazione tra il desiderio e la realtà contingente; il tentativo di valicarla, bloccando il tempo in un’istantanea fotografica, dà un senso alla vita.

Le immagini del circo dopo lo spettacolo sono un omaggio a Chaplin e la stessa dolente malinconia riempie di lacrime gli occhi di Marion che volteggia come un angelo ma si ritrova sola con sé stessa davanti allo specchio. L’amore è anche una prova di stabilità da funamboli e Damiel riporterà il colore nella vita della giovane acrobata. Berlino è simbolo della contraddizione e del mal di vivere moderno. Il rock di Nick Cave and The Bad Seeds scuote nel profondo le anime condannate all’imperfezione. L’anziano aedo omerico interpretato da Curt Bois aiuta a conservare la memoria. C’è bisogno dell’amore per i personaggi di Ozu, della delicatezza del linguaggio di Truffaut, dello sguardo metafisico che scolpisce il tempo di Tarkovskij: sono i numi tutelari cui affidare il lascito di un’opera a cavallo tra classico e moderno, in cui il racconto di formazione si muta in poema neoromantico nel crocevia culturale della Berlino anni ‘80.

A trent’anni dal crollo del Muro, “Il cielo sopra Berlino”, che valse al suo autore la Palma d’oro al Festival di Cannes del 1987, ritorna nella sale. Il restauro 4K del film – un complesso lavoro digitale sulle immagini e il suono, durato quasi un anno, per renderlo disponibile in 4K e Dolby 5.1 – è stato curato personalmente dal regista e realizzato dalla Wim Wenders Stiftung nel laboratorio di restauro della ARRI grazie a fondi del Medienboard Berlin-Brandenburg e FFA, e del francese CNC. Restauro, già presentato al pubblico in anteprima mondiale alla Berlinale in seno al programma Berlinale Classics, che ha permesso di portare alla luce lo splendore della fotografia e la nitidezza delle immagini andata perduta nelle copie di proiezione a causa del particolare processo di stampa del tempo.

«Con la scansione 4K siamo ritornati ad ammirare le mille sfumature in bianco e nero dell’arte di Henri, restituendo le luci a ogni inquadratura e ripristinando ogni dissolvenza ed effetto ottico» ha spiegato il regista «sono stato in grado di decifrare i cartelli stradali, illeggibili per 30 anni, e le immagini sui muri di Thierry Noir, l’artista di street art ora famoso, sono tornate più vivide che mai. La città scomparsa di quel tempo è davvero apparsa ai nostri occhi, con il suo atteggiamento malinconico nei confronti della vita e il suo blues».

Il cinema sopra Berlino
L’arrivo nelle sale della versione restaurata del film vuole anche essere un omaggio a Bruno Ganz, ineguagliabile angelo, recentemente scomparso. «Mi è stato chiesto se il film è invecchiato. Cosa posso dire?» ha aggiunto il regista «Gli angeli sono sicuramente senza età, ma noi siamo diventati più vecchi. La città è cambiata così tanto che a malapena si può parlare di invecchiamento, piuttosto della proverbiale fenice che rinasce dalle ceneri. Nel suo restauro digitale, tuttavia, ha sicuramente riscoperto la propria infanzia, o almeno l’innocenza del suo negativo originale». Mentre i lampi in technicolor scandiscono la narrazione, Berlino è ancora una volta osservata empaticamente dalla macchina da presa che, tra suggestive riprese aeree e carrelli avvolgenti, svetta come figura alata sui simboli cittadini, sui “fanciulli che trovano il tutto nel nulla e sugli adulti che trovano il nulla nel tutto”. “Il cielo sopra Berlino” è un dolente, prezioso, potente inno alla vita e alla memoria.

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Marco Fallanca

Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Partigiano del Web, opinabile e pedante opinionista, arbitro di calcio, disilluso podista, precoce e accanito cinefilo che possiede a casa una videoteca con oltre 9000 film. Già giurato del 61º TaorminaFilmFest, seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori, in realtà sono un genio ma è molto più comodo non darlo troppo a vedere. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.

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