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Dalla nazionalizzazione alla mini-Ilva: il futuro delle acciaierie di Taranto

ArcelorMittal deposita l'atto di recesso del contratto e il premier Conte pensa a un piano “B” per salvaguardare produzione e posti di lavoro

ArcelorMittal tira dritto sul suo disimpegno dall’ex Ilva. I legali della società hanno depositato all’iscrizione a ruolo in Tribunale a Milano l’atto di citazione per il recesso del contratto di affitto, preliminare all’acquisto, dell’ex Ilva. Tant’è che il premier, pur avviando la battaglia legale, comincia a studiare il piano “B”: il ritorno della gestione dell’ex Ilva ai commissari, un prestito ponte di 700-800 milioni e una nuova gara d’appalto con capofila Cassa depositi e prestiti. E forse il modello finale potrebbe essere quello adottato per Alitalia, con il ministero dell’Economia con un 15% del capitale.

Uno scenario che presenta non pochi problemi: che cosa ne pensano i vertici di una Cassa depositi e prestiti ormai trattata come soluzione per tutti i mali e che cosa ne pensa l’Unione europea sugli aiuti di Stato. Con questa nazionalizzazione, ci sarebbe un ultimo, fondamentale, problema: chi la gestirebbe? Un unico imprenditore o una serie di imprenditori siderurgici? Potrebbe anche ritornare protagonista la cordata Acciaitalia sconfitta nel 2018 proprio da ArcelorMittal. A patto però di avere tutte le garanzie giuridiche tolte ad gruppo franco-indiano.

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Lo scenario più scontato sarebbe, invece, sicuramente quello di una amministrazione straordinaria estesa all’intero corpo dell’Ilva. Con un commissario straordinario che sia una sorta di amministratore delegato in grado di operare con pieni poteri. C’è poi l’ipotesi di una mini-Ilva. I Mittal hanno lanciato la provocazione di dividere in due la produzione: allo Stato lasciare l’area a caldo, mentre la società continuerebbe ad occuparsi l’area a freddo. Al di là del confronto duro e deteriorato fra la multinazionale e il Governo, questa idea di chiudere l’area a caldo è, in realtà, stata spesso invocata da più parti come fattibile, se non auspicabile, perché diminuirebbe l’impatto ambientale e perché riporterebbe l’impianto a una dimensione più gestibile.

Peccato che i conti non tornino. Prima di tutto perché la sola area a freddo potrebbe funzionare con 2.500 addetti. E gli altri 8mila dipendenti che fine faranno? Tutti in cassintegrazione? Questo impianto comporterebbe un output di 4 milioni di tonnellate di prodotto laminato. Il tema è che l’Ebitda, la redditività industriale lorda, è la metà per i “laminatori” (i siderurgici che operano con la sola area a freddo) rispetto ai “produttori”, di cui l’Ilva con il ciclo integrale di Taranto e gli insediamenti di Novi Ligure e Cornigliano è stata il maggior esemplare europeo: 5% del fatturato la redditività industriale lorda per i primi e 10% per i secondi. Dunque, in ogni caso, sarebbe un impianto assai più debole nella logica industriale e finanziaria, reddituale e occupazionale.

In attesa di capire cosa succede, Conte con la benedizione del Pd e per venire incontro a Luigi Di Maio e al M5s, ha deciso di mettere in stand-by la grana dello scudo penale. Quella in grado di terremotare governo e maggioranza. Se ne riparlerà quando sarà chiaro il destino dell’ex Ilva.

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