Musica

Anton Corbijn: «Il concerto? Meglio al cinema»

Il regista olandese racconta il tour dei Depeche Mode attraverso gli occhi di sei fan. «Uno show sul grande schermo è un modo più esclusivo di vedere una band che unisce anche le persone». Il film sostituisce il dvd: un fenomeno che riguarda molte rockstar, da Nick Cave ai Coldplay, dai Cure a Shakira, dai Metallica a Vasco Rossi

Il suono è forte e chiaro, il palcoscenico è vicino e i servizi igienici di solito sono migliori dei bagni chimici. L’unica cosa che potrebbe mancare a un concerto in un cinema è uno spinello. Secondo il premiato regista Anton Corbijn, gli eventi musicali unici sul grande schermo stanno al secondo posto dopo l’esperienza del concerto dal vivo e cominciano ad avere un valore sempre più importante sia per i fan sua per i musicisti. «È un vero evento, piuttosto che vederlo in televisione da solo a casa. Questo è come un concerto, ed è un modo più esclusivo di vedere una band che unisce anche le persone», ha dichiarato Corbijn all’Observer, in vista dell’evento cinematografico mondiale che lancerà il suo nuovo film sui Depeche Mode, che sarà proiettato nelle sale italiane i prossimi 21 e 22 novembre.

Il film di 90 minuti, intitolato “Spirits in the Forest”, è un documentario sui concerti, ma è anche un tributo ai fan internazionali della band. È questo atteggiamento inclusivo che può far funzionare bene gli eventi musicali di una sola notte per un pubblico cinematografico, ritiene Corbijn. «Certo, è ancora una esperienza fantastica assistere a un concerto dal vivo, ma non tutti possono. E questo è un modo per ottenere un po’ di ritorno sui tuoi soldi dopo un tour, ora che vengono venduti meno dvd», osserva il regista. «Nick Cave lo ha fatto, i Coldplay lo hanno fatto e i Metallica l’hanno appena fatto, quindi è un nuovo modo di far rivivere i concerti dal vivo o di portarli in luoghi dove mai potresti arrivare con il tour».

I veterani dell’heavy metal Metallica hanno incassato un record di 4,3 milioni di sterline il mese scorso proprio la prima notte di una serie di due appuntamenti. E la prossima settimana i fan della musica pop in sessanta paesi saranno in grado di ammirare la cantante colombiana Shakira in un film girato durante il suo tour mondiale “El Dorado”. I Cure si sono autocelebrati sul grande schermo con “Anniversary 1978-2018 Live in Hyde Park London” del regista Tim Pope. In Italia, Vasco Rossi dopo il record d’incassi (160mila euro solo in un giorno) nel 2017 con “Vasco Modena Park – Il Film”, ci riprova con “Non Stop Live 18+19”, che sarà nelle sale cinematografiche il 25, 26 e 27 novembre. Una pellicola che raccoglierà tutte le emozioni dei concerti di San Siro del 2018, insieme al meglio dei live in giro per l’Italia.

Corbijn, inizialmente apprezzato fotografo, si è conquistato nell’ambito del rock una notevole rilevanza nel 2007 per “Control”, il film drammatico sulla vita travagliata del compianto cantante dei Joy Division, Ian Curtis. Eppure non è tentato di tornare a guardare la vita dietro le quinte delle stelle, ha detto. «“Control” è stato così unico per me. Dopo quel film tutti mi hanno inviato sceneggiature su altri cantanti morti, come Jeff Buckley, Kurt Cobain e Marvin Gaye». Il regista, che oggi ha 64 anni, ha preferito i vivi. Ritagliandosi un ruolo importante nella storia artistica di due delle rock band più influenti: gli U2 e i Depeche Mode. «Ho lavorato con i Depeche per decenni e sono diversi da qualsiasi altra band» racconta il regista. «I Depeche hanno qualcosa di simile a una setta, quindi l’esperienza del concerto è speciale. I Depeche pubblicano un album ogni quattro anni circa e fanno un tour, e questo è tutto. Non li vedi negli spettacoli in chat. Altre band, come gli U2, non sono circondate dalla stessa sensazione di culto perché sono molto aperte e parlano di tutto. Alla fine degli anni Ottanta, ho compreso che i miei effetti visivi e il loro suono andavano molto bene insieme. Tutto è cresciuto organicamente, senza grandi incontri o trattative».

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L’atteggiamento con il quale il regista olandese si è accostato al tour “Global Spirit” di 115 date si è incentrato sull’esperienza dei fan, sulle di sei seguaci devoti della band che hanno viaggiato da lontano, come la Colombia e la Mongolia, per il concerto allo stadio Waldbühne di Berlino. «È sorprendente come i Depeche Mode possano toccare la vita di così tante persone. Questi fan hanno storie molto diverse e culture diverse, quindi abbiamo impostato un piano per filmarli nei loro ambienti e poi metterli insieme per il concerto», spiega Corbijn. «Sono profondamente orgoglioso di condividere questo film e la storia potente che racconta. È incredibile vedere i modi molto reali in cui la musica ha influenzato la vita dei nostri fan» ha commentato il cantante Dave Gahan, carismatico leader della band.


Tutti e sei i ragazzi raccontati nel film sono fan sfegatati dei Depeche Mode con storie personali commoventi. Cinque avevano già visto la band suonare dal vivo, uno, una giovane guida mongola, non aveva invece mai lasciato il suo Paese prima. Corbijn sospetta che la capacità della band di colpire l’immaginazione di un gruppo così disparato di persone sia dovuta ai testi delle canzoni del chitarrista Martin Gore. «I temi toccati da Martin si collegano molto con le persone che sentono di aver bisogno di una guida, o forse di una mano», sostiene.

La band è diventata famosa con il boom del pop elettronico degli anni Ottanta e, pur attraversando molte trasformazioni di stile, ha in qualche modo mantenuto un forte legame emotivo con i fan. Questo, per Corbijn, rende i Depeche Mode gli attori perfetti per un evento cinematografico. E Gahan, per un soffio, non è davvero diventato un attore. «Il mio più grande rimpianto risale a quando vivevo ancora a Los Angeles, molti anni fa» ricorda. «Mi proposero un piccolo ruolo in un film scritto e diretto da un regista emergente. Si chiamava Quentin Tarantino. Il ruolo era quello che ha poi interpretato Tim Roth in “Pulp Fiction”, il rapinatore nel ristorante che si vede all’inizio e alla fine del film. All’epoca ogni tanto provavano a propormi qualcosa. Ma non era roba per me. Però ripensando a quest’offerta poi mi sono detto: “Beh, forse almeno quella avrei dovuto accettarla”».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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