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Tasse locali e pignoramento dei conti, cosa c’è davvero in manovra

La proposta del governo prevede una riforma complessiva della riscossione degli enti locali: dal 2020 potranno emettere atti di accertamento che, se il contribuente non paga, diventano immediatamente esecutivi. Le multe restano escluse

Negli ultimi giorni è tornata di stretta attualità la riforma della riscossione locale, inserita nella legge di bilancio, secondo la quale i comuni pignoreranno direttamente i conti correnti dei debitori per recuperare tasse locali e multe non pagate. C’è chi dalle fila dell’opposizione ha parlato di «misura da Stato di Polizia fiscale» e di «Unione sovietica fiscale», ma di fatto la riforma non introduce nulla di nuovo. E soprattutto, la manovra non prevede nulla di nuovo per quanto riguarda le contravvenzioni al Codice della strada. Quello che c’è, invece, è una riforma complessiva della riscossione degli enti locali, che finora avevano come principale strumento l’ingiunzione fiscale regolata da un Regio decreto del 1910. Al suo posto, per rendere più efficace il recupero dei tributi locali come l’Imu e la tassa rifiuti arriveranno dal 2020 atti di accertamento che, se il contribuente non paga né fa ricorso entro i termini, diventano immediatamente esecutivi.

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Nella bozza delle legge di Bilancio per il 2020, l’articolo 96 introduce la “Riforma della riscossione degli enti locali”. Al comma 9, si prevede che «gli avvisi di accertamento» che si riferiscono ai tributi locali e gli «atti finalizzati alla riscossione delle entrate patrimoniali» emessi dagli enti locali diano diritto all’ente (o a chi viene incaricato dall’ente) di procedere con l’espropriazione forzata. Perché questi avvisi acquistino efficacia di titoli esecutivi, e quindi non sia necessario l’intervento di un giudice che autorizzi la procedura di esproprio, il contribuente deve essere inadempiente – cioè non aver pagato nei termini, in totale 90 giorni – e non aver fatto ricorso contro l’avviso. Se, infatti, si ritiene che l’avviso sia sbagliato per qualsiasi ragione è possibile opporvisi, chiamando in causa l’autorità giudiziaria e sospendendo qualsiasi azione forzata da parte dell’ente locale. Una volta che l’ente ha in mano un titolo esecutivo l’esecuzione rimane sospesa per 180 giorni, in modo che il contribuente possa mettersi in regola. Passati questi, l’ente «procede ad espropriazione forzata con i poteri, le facoltà e le modalità previste dalle disposizioni che disciplinano l’attività di riscossione coattiva». Tra queste è previsto il pignoramento presso terzi. In questo caso può essere pignorato l’importo dovuto direttamente sul conto corrente del contribuente inadempiente.

Per i Comuni, che da anni chiedevano procedure più rapide e incisive, non sarà più necessario attendere l‘iscrizione a ruolo e l’emissione della cartella esattoriale. Scaduti i termini, per gli enti scatterà la possibilità di attivare le procedure esecutive, come pignoramento ed esproprio, e quelle cautelari, tra cui il fermo amministrativo e l’ipoteca. Esattamente come fa già oggi il fisco statale. Gli atti di accertamento riguardano però solo i tributi e le entrate patrimoniali, come i canoni di affitto di immobili o spazi pubblici. Al contrario le multe sono esplicitamente escluse.

Ma questa possibilità, nuova per gli enti locali, non è però una novità in assoluto. L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che esiste fin dal 2005, quando con il d.l. 203/2005 furono modificate le norme in modo da permettere all’Agenzia stessa di procedere al pignoramento presso terzi. Quindi la bozza della prossima legge di Bilancio estende agli enti locali una possibilità di cui lo Stato, e in particolare l’Agenzia delle entrate, usufruisce ormai da anni: quella di pignorare le somme dovute direttamente sul conto corrente del contribuente che non ha pagato i tributi dovuti nei termini previsti, non ha fatto ricorso contro gli avvisi di accertamento relativi e ha lasciato passare di fatto almeno nove mesi senza sanare la propria posizione.

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