Cinema

Cinema, musica & rock

Quando il cinema cita il rock. Sedici popolari hit da Sembello a The Byrds, passando per Survivor, Santana, Brown, Jerry L. Lewis e Righteous Brothers

A partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta si creano legami strategici tra l’industria del cinema e quella della musica pop rock. La popolarità del brano “Rock around the clock”, per esempio, fu sfruttata cinematograficamente nel film del 1956 che porta lo stesso titolo della canzone e che fu interpretato dallo stesso cantante Bill Haley. In quegli anni e per tutto il decennio successivo cominciano a emergere molti personaggi del mondo della musica che dimostreranno di avere chiarezza di idee e una certa predisposizione, a diversi livelli e ruoli, a cogliere le potenzialità offerte dal mondo della celluloide (Elvis Presley, gli Stones, Dylan, i Beatles, gli Who). In tempi più vicini a noi, altri importanti esponenti della musica pop come David Bowie, Kris Kristofferson, Sting, Glen Frey e altri appariranno come attori anche in film che con il loro ambiente di provenienza (il mondo della musica rock, appunto) niente hanno a che fare. Spesso il genere ha fatto spontanea e prepotente incursione nelle colonne sonore di titoli celebri e amatissimi a tal punto da riuscire con impressionante capacità descrittiva a identificarle nell’immaginario collettivo.

1. Turn! Turn! Turn! (Forrest Gump) – The Byrds (P. Seeger). Ci sono colonne sonore assemblate con il preciso scopo di riassumere e riflettere lo spirito e il ‘suono’ di un’epoca, come un vecchio album di foto da sfogliare. Nel ’94 Forrest Gump di Robert Zemeckis, con Tom Hanks e Robin Wright, ripercorre trent’anni di storia americana – dalla nascita del rock’n’roll alla guerra del Vietman, dal pacifismo hippie alla regressione –, sulle orme di un moderno Candido che attraversa la vita sospinto dagli eventi, animato da una sorta di incrollabile ottimismo che gli viene più dal fatto di non interrogarsi mai sul perché delle cose, che da una sorta di filosofia esistenziale. Sfogliando l’album delle musiche, arrivano con la leggerezza della piuma che apre e chiude le immagini del film, le armonie vocali dei Byrds, la leggendaria band folk rock californiana fondata da Jim ‘Roger’ McGuinn e David Crosby. Lanciati come una specie di ‘ risposta americana ai Beatles’, i Byrds dovevano tutto alle sonorità leggermente distorte della chitarra a dodici corde di McGuinn e ai loro malinconici impasti vocali; a lanciarli, più o meno alla metà degli anni ’60, era stata la cover di un pezzo di Bob Dylan, Mr. Tambourine man, che grazie all’astuta produzione di Terry Melcher (figlio dell’attrice Doris Day) aveva avvicinato il pubblico dei teenager, avidi consumatori di surf pop e affini, al repertorio del menestrello di Duluth. Turn! Turn! Turn! È l’altro grande successo dei Byrds: ancora una volta una cover di una ballata presa in prestito a un musicista folk, Pete Seeger, che l’aveva scritta ispirandosi a un passaggio del Libro delle Ecclesiaste.

The Byrds

2. Eye of the tiger (Rocky III) – Survivor (Peterik/Sullivan). Nel 1979 Sylvester Stallone era alla ricerca di ‘un suono rock moderno e con un ritmo piuttosto forte’ per la colonna sonora del terzo capitolo di Rocky, di cui lo stesso stava curando la regia. Gli serviva qualcosa che fosse a metà strada tra i micidiali pugni di Balboa e il cuore d’oro del pugile eroe, proletario ma di buoni sentimenti, da lui interpretato. Dunque un suono che fosse un po’ hard rock e un po’ mainstream, il tipo di musica che va bene anche come sottofondo negli shopping center o negli ascensori. Il suono che cercava, Stallone lo ha trovato ascoltando il secondo album di una band di Chicago chiamata Survivor, all’epoca conosciuta solo negli Stati Uniti. Era proprio quello il suono, rock grintoso ma non troppo aggressivo, moderno ma non certo sganciato dalla tradizione, per di più suonato da gente con una certa esperienza, sulle scene dai primi anni ’70, non dei ragazzini alle primi armi. Aveva visto bene Stallone, e infatti le musiche di Rocky III sono diventate un successo commerciale pari a quello della serie cinematografica. L’attore italo-americano aveva dato ai Survivor un video con alcune sequenze del film in lavorazione, per aiutarli a scrivere le canzoni. In una scena del film l’allenatore di Rocky, che guarda caso è lo stesso Apollo Creed (Carl Weathers) suo acerrimo nemico nell’episodio precedente, gli ripete più volte di concentrarsi sull’avversario ‘keeping the eye of the tiger’. Attorno a quella frase, Peterik e Sullivan, i due leader dei Survivor, hanno costruito il brano-guida della colonna sonora, un successo mondiale che ha venduto diversi milioni di copie.

3. Since I fell for you (Ghost) – The Righteous Brothers (B. Johnson). Dalla colonna sonora di Ghost ancora i Righteous Brothers – che a dispetto del loro nome non erano affatto fratelli – con una delle ultime canzoni da loro incise prima di sciogliersi. Bell Medley e Bobby Hatfield si incontrarono nel 1962 al Balck Derby Club di Los Angeles, che aveva una clientela mista, di bianchi e neri a cui piacevano le raffinatezze dell’uptown rhythm’n’blues, che adottò subito il duo bianco tra i suoi beniamini. La miscela tra il vocione baritonale di Medley e le armonie da tenore di Hatfield, colpì anche l’immaginazione di un produttore diventato una leggenda in quell’epoca, il geniale Phil Spector, il cui slogan era ‘oggi il suono di domani’. Spector aveva uno stile che faceva di lui un vero e proprio artista, la sua concezione di produzione era quasi wagneriana, il suo stile era sontuoso e piuttosto costoso; per la prima session di incisione dei Righteous Brothers riunì la sua più grande orchestra da studio, ingaggiò un celebre arrangiatore per la parte strumentale, cercò di riadattare ai tempi l’intensità e l’eleganza dei gruppi vocali del decennio precedente, e infine riuscì a realizzare con Medley e Hatfield un vero e proprio capolavoro: You’ve lost what lovin’ feeling, una delle più belle canzoni pop di tutti i tempi. Ma il sodalizio purtroppo non durò a lungo e inutilmente i due cantanti avrebbero cercato in seguito di riprodurre gli stilemi dello Spector Sound: si separarono nel ’68, e si riunirono una sola volta, nel ’74, per partecipare a uno show televisivo di Sonny e Cher.

4. Maniac (Flashdance) – Michael Sembello (Sembello/Matskosky). Più che celebrare la cultura del ballo, del movimento fisico, del culto del corpo, Flashdance fu soprattutto una sorta di celebrazione del linguaggio del videoclip che stava conoscendo proprio allora – il film di Adrian Lyne è proprio dell’83 – il suo momento di gloria e di esplosione come ‘mezzo’ a cavallo tra pubblicità e video-arte, destinato a influenzare profondamente i consumi musicali ma anche il rapporto tra pubblico giovanile e lo stile, il ritmo del racconto visivo. Lyne, che prima di approdare a Hollywood era un apprezzato regista di spot televisivi, conosceva già la lezione. E in Flashdance costruisce abilmente lunghe sequenze di musiche e ballo che hanno proprio il ritmo di montaggio e lo stile patinato, edulcorato, di uno spot. La storia raccontata finisce con l’essere solo un pretesto. Una bella favoletta anni ’80, dove l’operaria di un’acciaieria di Pittsburgh interpretata dalla bella Jennifer Beals non solo vive in un loft (!) ma, dopo essere riuscita a farsi ammettere alla scuola di danza dei suoi sogni, porta a casa anche il cuore del proprietario dell’acciaieria. E vissero tutti felici e contanti. In particolare Giorgio Moroder, che si portò a casa un Oscar per le musiche del film; le classifiche invece premiarono la convulsa Maniac di Michael Sembello, cantante italo-americano di cui non restano altre tracce negli annali della musica pop.

5. Unchained melody (Ghost) – The Righteous Brothers (Zaret/North). Corsi e ricorsi del blue-eyed soul. Negli anni Sessanta i giovani americani impazzivano per i gruppi vocali di rhythm’n’blues sentimentale e ‘bianco’ come i due Righteous Brothers, che nel lontano 1964 ottennero soddisfazione dalle classifiche di vendita con la loro Unchained melody. Quello che Bill Medley e Bobby Hatfield certo non potevano immaginare era di ritrovarsi nuovamente in vetta alle classifiche (britanniche questa volta) con la stessa canzone, nel 1990, e cioè a distanza di oltre vent’anni dallo scioglimento della loro ‘ditta’. Tutta ‘colpa’ di Jerry Zucker, e della sua decisione di prendersi una volta tanto una vacanza dalle commedie demenziali, tipo L’aereo più pazzo del mondo, che hanno assicurato per anni il successo a lui, al fratello David e a Jim Abrahams. E per la legge del contrappasso, il suo primo film da solo è, inaspettatamente, una love story in piena regola che calca decisamente il pedale del romanticismo. E ci scappa pure qualche lacrima nella storia del giovane bancario interpretato da Patrick Swayze, che viene assassinato ma torna come fantasma per fare da angelo custode alla moglie (che ha il volto di Demi Moore) e smascherare il suo assassino con l’aiuto di una medium simpatica e un po’ cialtrona, Whoopi Goldberg (che si è portata a casa un Oscar). Perfette alchimie hollywoodiane, a cui il soul dagli occhi azzurri dei Righteous Brothers fornisce l’ideale sottofondo sonoro di nostalgia e passione.

6. Oye como va (Puerto Escondido) – Santana (Tito Puente). Il nome di Carlos Santana rievoca i fasti della Woodstock nation, l’ultima grande utopia rock, i tre giorni di ‘pace amore & musica’ che fecero da trampolino al lancio della sua band, e poi il misticismo fricchettone e le fughe in Oriente attraverso buona parte degli anni Settanta: un’epoca il cui ricordo fa capolino tra gli scenari terzomondisti di un Messico povero ma ‘vero’ e la varia umanità allo sbando – sbandati. Fricchettoni nostalgici, spacciatori di marijuana – che popola le vicende di Puerto Escondido, il romanzo di Pino Cacucci portato sul grande schermo da Gabriele Salvatores. Il tutto gira, ancora una volta, attorno al tema caro a Salvatores della fuga, esistenziale e generazionale, lontano da un mondo pieno di consumi ma privo di valori. Un’idea di fuga condivisa, nei suoi anni giovanili, anche da Carlos Santa, classe 1947, nato in Messico, cresciuto a Tijuana, ma presto trasferitosi nella San Francisco dell’era psichedelica. I Santana in realtà sono stati l’ultima grande band di quella stagione ad emergere dalla città californiana con il calore del loro ‘latino rock’. Famosi come band locale, furono lanciati a livello internazionale dalla celebre performance al festival di Woodstock nel 1969. L’anno successivo pubblicano il loro secondo album, che resterà il più bello e fortunato della storia dei Santa: Abraxas, che oltre a classici come Samba pa ti e Black Magic Woman, conteneva anche Oye como va, rilettura rock di un brano preso in prestito al re della salsa, Tito Puente.

7. Whole lotta shakin’ goin’ on (Great balls of fire) – Jerry Lee Lewis (Williams/David). La prima volta che Jerry Lee Lewis pubblicò in un singolo Whole lotta shakin’ goin’ on, era il 1957, e la maggior parte delle emittente radiofoniche americane erano specializzate in musica country e aperte al rock’n’roll si rifiutarono di trasmetterlo perché lo consideravano un pezzo ‘osceno’. Ma bastava davvero poco per scandalizzare la mentalità bigotta dell’epoca, figurarsi in un boogie dal ritmo furibondo che racconta di una festa in un fienile dove ci si dà parecchio ‘da fare’ e ci si ‘agita’ un bel po’. Le metafore sessuali più o meno esplicite erano pane quotidiano per ‘The Killer’, sempre in bilico tra sacro e profano, tra i principi assorbiti con la sua eduzione religiosa e il suo insopprimibile fascino per il ‘lato selvaggio’, che gli ha sempre fatto prediligere le storie di bordelli, sbronze, sesso e scommesse. Il bello è che, anche una volta il brano cominciò ad essere trasmessa regolarmente, non furono le radio (comunque potentissime all’epoca) a lanciare definitivamente Lewis, ma la televisione, grazie alla sua partecipazione allo Steve Allen Show. Prima della sua esibizione in tv, il singolo aveva venduto sì e no 30mila copie in tutto il paese, soprattutto nel profondo sud da cui Lewis proveniva. Dopo la sua pirotecnica performance nel varietà di Allena, il disco schizzò oltre i sei milioni di copie, continuando a vendere regolarmente per mesi e mesi; non era nata soltanto una star del r’n’r, anche la tv aveva dato un assaggio consistente di quello che un giorno sarebbe stato il suo potere.

8. Fame (Saranno Famosi) – Irene Cara (Gore/Pitchford). È l’eterna filosofia del Sogno americano: basta avere fiducia in te stesso e lavorare davvero sodo, e anche tu puoi raggiungere il successo. È quello a cui aspirano i giovanissimi studenti della High School of Performing Art di Manhattan, una scuola realmente esistente dove non è facile essere ammessi, e una volta dentro bisogna dare il massimo. Sfilano così energici ballerini, provinciali violoncelliste, attrici e rocker in erba convertiti alla musica classica, tutti insieme appassionatamente con le loro ambizioni, i loro sogni e le loro speranze, e ovviamente anche le loro delusioni, nel film realizzato nel 1980 da Alan Parker, un regista che ha spesso flirtato con il genere musical (da The Wall a The Commitments), e che in questa sua fortunata pellicola si è avvalso, per le coreografie, di un grande della danza contemporanea, Luis Falco. Il successo di Fame fu tale da ispirare anche un’omonima serie televisiva con gli stessi attori della versione cinematografica: tutti tranne Irene Cara, che oltre a essere una delle protagonista, era anche l’interprete delle canzoni del film. La colonna sonora scritta da Michael Gore ricevette il premio Oscar e così anche la title-track interpretata dalla Cara, la quale, viste le clamorose vendite del suo disco, preferì in seguito concentrarsi esclusivamente sulla carriera musicale.

9. Burning Heart (Rocky IV) – Survivor (Peterik/Sullivan). La fortuna dei Survivor è indubbiamente legata alle colonne sonore di Rocky da loro firmate, sia per il terzo che per il quarto episodio della serie ideata da Sylvester Stallone, tanto che, conclusosi il loro sodalizio artistico, la band americana non è riuscita a rimanere sulla cresta dell’onda. Quando l’attore italo-americano aveva chiesto loro di scrivere le canzoni per il suo film, i Survivor esistevano da circa sei anni. Si erano fermati nel ’78 a Chicago, dall’incontro tra il tastierista e compositore Jim Peterik, ex Ides of March, il chitarrista Frank Sullivan e il vocalist Dave Bickler (ai quali più tardi si uniranno il bassista Dannis Johnson e il batterista Gary Smith). Sintonizzati sul rock da alta classifica, energico ma essenzialmente melodico come vuole il gusto mainstream americano, i cinque di Chicago hanno debuttato nell’80 con l’album Survivor, seguito nell’82 da Premonition. E in mezzo, Peterik e Sullivan, che sono anche gli autori di tutte le canoni, avevano ottenuto un buon successo personale componendo brani per altre band, ad esempio i 38 Special, band della Florida che aveva sfiorato i piani alti delle classifiche con la loro Hold on loosely. Prima di approdare al film di Stallone, i Survivor avevano una precedente esperienza con una pellicola di fantascienza a cartoni animati, Heavy Metal, per la quale avevano scritto la canzona-guida; successivamente all’exploit di Rocky, con una solida fama di gruppo rock-da-classifica, furono chiamati a incidere The moment of truth per la colonna sonora di un’altra produzione hollywoodiana destinata a diventare una ‘saga’ senza fine, quella di The Karate Kid.

10. The game of love (Good Morning, Vietnam) – Wayne Fontana & the Mindbenders (Clint Ballard Jr.). The game of love non poteva mancare tra i dischi più ‘passati’ dal disc-jockey Adrian Cronauer, interpretato da Robin Williams, visto che si trattò di una delle più grosse hit del ’65, l’anno in cui si svolgono le vicende raccontate dal film di Barry Levinson. Wayne Fontana, il leader dei Mindbenders, si chiamava in realtà Glyn Ellis ed era un aspirante ingegnere elettronico di Manchester con velleità musicali, che nel tempo cantava con una band di skiffle. I Mindbenders nacquero praticamente per caso. Ottenuto un piccolo contratto discografico, Fontana e il suo gruppo fissarono la data per registrare il loro primo singolo. Tutto a posto, salvo che all’ora dell’appuntamento in studio c’era soltanto il cantante, mentre dei musicisti nemmeno l’ombra. Wayne, che non era certo disposto a perdere l’occasione, si fece allora aiutare da tre sessionmen reclutati all’ultimo minuto, che in seguito diventarono la sua band in pianta stabile. In nome The Mindbenders fu ispirato da un film psico-horror con Dirk Bogarde, che proiettavano in quei giorni in un cinema vicino casa di Fontana. The game of love fu il loro più grande successo, in un certo senso anche l’unico, visto che dopo appena un anno, nel 1966, il cantante e la band si separarono continuando ognuno per proprio conto. Provarono anche a ‘sbarcare’ negli Stati Uniti, ma senza riuscirci; infatti, le autorità americane, in uno slancio di ‘protezionismo’ nei confronti della musica made in Usa ‘minacciata’ dall’invasione del pop inglese, rifiutarono il loro visto.

11. Great balls of fire – Jerry Lee Lewis (Otis Blackwell/Jack Hammer). Il rock’n’roll ha avuto un solo grande re, Elvis Presley. Ma non sono certo mancati i contendenti al suo trono. Il più agguerrito di tutto era Jerry Lee Lewis, un ragazzo bianco del ‘profondo sud’ (nato nel 1935 a Ferriday in Louisiana) che da piccolo andava a spiare i concerti di rhythm’n’blues nelle bettole del ghetto nero, girava per fiere e feste di paese a suonare il pianoforte, si faceva buttare fuori dalle scuole fondamentaliste che non apprezzavano il suo spirito ribelle. E da grande è diventato una leggenda col soprannome di ‘The Killer’: cantante e pianista incendiario, trasgressivo, spesso acrobatico (ancora oggi si diverte ad arrampicarsi sul suo pianoforte e a suonarlo con i piedi), nella sua carriera è riuscito a scandalizzare non solo per la sensualità selvaggia delle sue esibizioni, ma anche per la sua vita privata. Dal matrimonio con la cuginetta tredicenne Myra Gale, (alla misteriosa) morte di due delle sue successive mogli, dalle sue abituali frequentazioni con alcol e psicofarmaci, alla morte violenta di due dei suoi gigli, la vita di Jerry Lee Lewis è una turbolenta sequenza di successi ed eccessi, scandali, ascese e cadute dell’empireo rock. Una vita che ha ispirato il film biografico-musicale girato da Jim McBride nell’89, con stile da videoclip veloce, sincopato, costruito sui ritmi del rock’n’roll e concentrato soprattutto sulla dicotomia tra l’irriducibilità anticonformista di Lewis e la mentalità chiusa e bigotta dell’epoca.

12. I will survive (Quattro matrimoni e un funerale) – Gloria Gaynor (Fekaris/Perren). Gloria Gaynor è stata una vera regina delle discoteche, una diva degli anni d’oro della disco music cresciuta nei locali notturni di New Yorke della East Coast popolati da tanti aspiranti John Travolta in giacca bianca e capelli imbrillantinati. Nata nel New Jersey – suo padre era un celebre artista di vaudeville e sua madre una cantante – la Gaynor lavorava in un club di Manhattan, dove cantava con i Soul Satisfiers, quando fu scoperta dal suo futuro manager, Jay Ellis. Con la sua voce potente, capace di acuti sorprendenti, non ci mise molto a imporsi: nel ’75 incise il suo primo album, Never can say goodbye, che all’epoca segnò un precedente importante. Era infatti la prima volta che veniva inciso un album di musica dance non-stop, senza brani lenti e senza alcuna pausa tra un brano e l’altro. Ma fu I will survive, nel ’79, a incoronarla definitivamente regina; il brano parte lentamente e va crescendo, fino ad esplodere in una vera e propria dichiarazione di sfida, che fu rapidamente adottata dal popolo gay delle discoteche come suo inno (e lo stesso successe con il disco successivo, I am what I am). Una dichiarazione che suona ironica e amara al tempo stesso, nel contesto di Quattro matrimoni e un funerale (1994), dove il funerale è proprio quello del simpatico ed estroverso omosessuale interpretato da Simon Callow…

13. The great pretender (Good Morning, Vietman) – The Platters (Buck Ram). Diffidate dalle imitazioni. E anche dalle riedizioni. I Platters non ci sono più e molte formazioni circolate in questi anni su palcoscenici e club anche italiani, con quella gloriosa sigla spesso non hanno proprio nulla a che fare. Ovviamente non ci sarebbe mai stato un bussiness della nostalgia attorno ai Platters se il quintetto di Los Angeles non avesse svolto un ruolo tanto preminente nella tradizione dei gruppi vocali, floridissima negli anni Cinquanta con ensemble, quasi esclusivamente di vocalist neri, come gli Isley Brothers (quelli di Shout), i Four Tops, i Drifters. I cinque Platters rappresentarono l’ala dolce e sofisticata di questa ‘scuola’. Formati nel ’53 su iniziativa del compositore e impresario Buck Ram – che ha scritto tutti i loro grandi e immortali successi – all’inizio erano un quartetto tutto al maschile, secondo il modello più diffuso, con due voci tenorili, un baritono e un basso. Ma dopo gli insuccessi iniziali Ram pensò bene di reclutare anche una voce femminile, un contralto per la precisione: Tony Williams, il leader dalla voce eccezionale di estrazione gospel capace di acuti stratosferici e singhiozzanti, assieme a Zola Taylor, David Lynch, Herb Reed e Paul Robi, erano i cinque ‘veri’ Platters. Quelli che cantavano Only You e Smoke gets in your eyes con voci di velluto, allure confidenziale, classe inimitabile. E uno stile senza tempo.

14. Hit between the eyes (Freejack, in fuga nel futuro) – Scorpions (Meine/Schenker/Rarebell). Capita raramente che l’heavy metal faccia capolino nelle colonne sonore delle produzioni di cassetta hollywoodiane, a meno che non si tratti di film d’azione particolarmente violenti, dove l’equazione sangue, violenza, rock duro, è tanto ovvia quanto banale. Nel caso degli Scorpions, non stupisce troppo ritrovare il loro hard rock teutonico tra le musiche di un film che è in parte d’azione e in parte di fantascienza, secondo il collaudatissimo modello di Terminator. Freejack porta la firma di Geoff Murphy ed è curiosamente ambientato in un futuro affatto lontano, il 2009. Per salvare le vite e i cervelli di alcuni potenti miliardari, è necessario tornare indietro di qualche anno (nel 1991) per ‘prelevare’ dei corpi da riciclare, chiamati appunto ‘freejack’. Succede però che uno di loro si ribelli e tenti di fuggire. Purtroppo al botteghino il film è stato quasi un fallimento, malgrado le molte citazioni e il cast notevole che schiera Emilio Estevez, Rene Russo, Anthony Hopkins, e malgrado il forte richiamo esercitato dalla presenza di Mick Jagger, leader dei Rolling Stones, nei panni del futuribile cacciatore di taglie. Una parte da ‘cattivo’ per l’eterna pietra rotolante, che non aveva più prestato al cinema il suo volto spigoloso da oltre un ventennio: in precedenza aveva recitato solo in Performance di Nic Roeg, dove faceva la parte di un ex cantante tossicomane, e sempre nel ’70 aveva preso parte a I fratelli Kelly, western ambientato in Australia e firmato da Tony Richardson.

15. La Bamba – Los Lobos (traditional, arr. Ritchie Valens). Girato nel 1987 da Luis Valdez, La Bamba è ispirato alla vera storia di Ritchie Valens (Ricardo Valenzuela), giovane e sfortunato rocker chicano che perse la vita a soli diciasette anni, il 3 febbraio 1959, nello stesso incidente aereo in cui morì Buddy Holly. Negli anni del dopoguerra il rock’n’roll non era una passione di esclusivo appannaggio degli adolescenti bianchi americani, eccitati da una musica ‘rubata’ ai neri, che faceva storcere il naso a genitori e benpensanti. Anche i giovani pachucos figli di immigrati ispanici, per lo più messicani, che vivevano nei barrios californiani fra San Diego e Los Angeles, amavano i dischi di Little Richard o di Carl Perkins, le macchine tirate a lucido e i ciuffi imbrillantinati. Quello che gli mancava era una ‘loro’ star, un musicista che mettesse insieme il rock’n’roll e l’orgoglio comunitario per le proprie radici. Ritchie Valens riuscì a riempire questo vuoto con appena tre canzoni; una di queste era, appunto, La Bamba, rifacimento in chiave r’n’r di una canzone popolare latinoamericana, un brano dal ritmo travolgente che in quegli anni diventò il disco in lingua straniera di maggior successo negli Usa, dopo Volare. Ritchie Valens è purtroppo scomparso più in fretta di una meteora, ma la sua influenza sulle generazioni successive del rock chicano è indubbia: a tenerne alta la bandiera oggi sono soprattutto i Los Lobos, a cui non a caso è stata affidata la colonna sonora del film.

16. I got you (Good Morning, Vietnam) – James Brown. Saigon, 1965, la guerra in Vietnam è scoppiata da poco, e al comando americano sbarca un disc-jockey di nome Adrian Cronauer (realmente esistito) che ha la faccia simpatica e bonacciona di Robin Williams e il compito di sollevare il morale alle truppe, che ancora non sanno cosa li attende. Prima di Cronauer, la radio del comando trasmetteva in stile piuttosto ingessato musiche languide e soporifere del genere Perry Como. Arriva lui, ed è come se un tornado irrompesse in un negozio di cristalleria. Un tornado con la voce torrida da ‘godfather of soul’, James Brown, che erompe dai megafoni paleolitici del campo e dà una bella scossa non solo ai soldati, ma anche e soprattutto ai vertici militari del campo. Ai quali Cronauer – non si limita a trasmettere musiche scatenate ma fa anche battute ironiche a mille all’ora su Nixon e i politici repubblicani – piace sempre meno, tanto che alla fine lo rispediscono a casa senza troppi complimenti. Nel campo torna la ‘pace’. Non c’è mai stata molta pace invece nella lunga carriera di James Brown, che a sessant’anni suonati si è ritrovato di nuovo in carcere come a sedici anni, per storie di droga e di violenza, e che nella musica soul ha trovato una via per sottrarsi a un destino di miseria e di riformatori, un modo per affermare la propria libertà espressiva, l’orgoglio di razza, e diventare così un punto di riferimento per tutte le generazioni successive, compresa quella rap.

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Marco Fallanca

Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Partigiano del Web, opinabile e pedante opinionista, arbitro di calcio, disilluso podista, precoce e accanito cinefilo che possiede a casa una videoteca con oltre 9000 film. Già giurato del 61º TaorminaFilmFest, seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori, in realtà sono un genio ma è molto più comodo non darlo troppo a vedere. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.

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