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Pete Townshend: «A 74 anni mi sento ancora giovane»

Tornano gli Who, una delle band più importanti nella storia del rock. Nel 1965 la canzone “My generation” divenne un inno generazionale: “Spero di morire prima di invecchiare”, cantavano. Ma dopo 54 anni sono ancora lì a calcare i palchi di tutto il mondo. «È stato frainteso il significato di “invecchiare”» spiega il chitarrista e compositore presentando le canzoni del nuovo album

Pete Townshend aveva appena vent’anni quando con The Who registrò la classica canzone di indipendenza giovanile “My Generation”, in cui il cantante Roger Daltrey urla balbettante la celebre dichiarazione provocatoria: “Spero di morire prima di invecchiare”. Era il 1965.

Cinquantaquattro anni dopo il leader della storica band inglese è ancora vivo e vegeto. «So che tutti gli anziani lo dicono, ma mi sento ancora giovane», sorride Townshend mentre sorseggia una birra in un club privato a Chelsea, Londra. Il chitarrista non smette di calcare i palcoscenici di tutto il mondo, continuando a far roteare a mulinello il braccio sulla sua sei corde mentre suona il riff distorto di “Baba O’Reily”. Fino allo scorso autunno ha portato in tour nel mondo “The Who’s Tommy”, concerto con le musiche della leggendaria opera rock. «Quando mi guardo allo specchio o faccio un selfie, sono scioccato. E mi ripeto: “Sono vecchio”» prosegue divertito il chitarrista e compositore. «La verità è che, in un certo senso, guardo il mondo meglio a 74 anni rispetto a quando ne avevo 24. Ma sono sicuramente vecchio. La mia salute e la mia resistenza sono buone. La parola “vecchio” nel contesto di “My generation” era una delle parole che indicava l’istituzione, non gli anziani. Non avrei mai detto, ad esempio, “spero di morire prima di diventare come John Lee Hooker, Ella Fitzgerald o Duke Ellington”. Non volevo invecchiare prima del mio tempo come le persone al governo, i leader, i ricchi, l’aristocrazia. Non disprezzavo quelle persone, non volevo essere come loro. Ora, a 74 anni, sono accettato dalle istituzioni e molti dei suoi rappresentanti sono molto più giovani di me. Non era una questione di età, ma di mentalità» spiega nel suo cappotto di cashmere grigio, dalle cui maniche fa capolino un pesante e costoso orologio. Oggi vive a Richmond, i Parioli di Londra, è un forte sostenitore del Remain, dell’Unione Europea, ma si circonda di Brexiters: i suoi vicini di casa sono tutti sostenitori dell’addio alla Ue del Regno Unito.

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Non soltanto tour celebrativi. Questo è un momento molto creativo per Townshend. A inizio di novembre ha pubblicato il romanzo “The Age of Anxiety”: «Una storia di sesso, droga e rock’n’roll» sghignazza. In realtà è una riflessione su genio e creatività, lui che ha avuto un maestro di scrittura d’eccezione, il nobel William Golding. E il 6 dicembre uscirà un album di inediti, intitolato semplicemente “WHO”, forse per ribadire alle nuove generazioni un nome che ha fatto la storia del rock. Sarà la prima raccolta di nuove composizioni dai tempi di “Endless Wire” (2006). E il prossimo 16 marzo dal Regno Unito prenderà il via il tour. Per lui, sottolinea Townshend, è un ritmo normale da quando si è unito agli Who: aveva 19 anni, ben 54 anni fa. Neanche l’essere diventato mezzo sordo circa cinquant’anni fa lo ha fermato: colpa di quel burlone di Keith Moon, che mise troppa polvere pirica nella batteria allo Smothers Brothers Show. L’esplosione alla fine di “My generation” fu dannatamente potente. Da allora, Townshend ne sente l’eco, ma i problemi di udito non gli hanno impedito di continuare a fare musica.

Tra i loro 100 milioni di album venduti, ha portato nel cinema e sul palcoscenico opere rock che definiscono il genere come “Quadrophenia” e “Tommy” (che nel 2021 tornerà a Broadway), ha pubblicato lavori da solista, ha scritto libri di saggistica e ha partecipato a canzoni di Mick Jagger, Paul McCartney ed Elton John, i fan vanno da Ben Kingsley a Eddie Vedder a Tony Blair. «Nessun album che esce oggi renderà qualcuno ricco, ma sicuramente vale la pena fare musica in modo creativo se verrà ascoltato. Abbiamo abbastanza fan per vendere forse centomila copie, che oggi ti danno il numero uno. È pazzesco. Se avessi pubblicato un disco negli anni Settanta e ne avesse venduti centomila, mi sarei ucciso».

Roger Daltrey, il cantante della band, ha dichiarato che il nuovo album è il miglior degli Who dai tempi di “Quadrophenia”. «Quasi tutte le canzoni sono state scritte l’anno scorso, con due sole eccezioni» spiega Townshend. «Non c’è alcun tema, nessun concetto, nessuna storia, solo una serie di canzoni che io e mio fratello Simon abbiamo scritto per dare a Roger Daltrey la giusta ispirazione per far rendere al meglio la sua voce». Le nuove canzoni affrontano diversi argomenti, tra cui Grenfell Tower (il condominio distrutto da un incendio a Londra nel 2017) e Guantanamo Bay, spiritualità e reincarnazione. La traccia di apertura è una canzone dedicata ad ogni artista accusato di aver rubato la canzone di qualcun altro. «Le nostre possibilità musicali sono abbastanza limitate nel XXI secolo, senza che qualche cretino sostenga di aver inventato un giro di accordi prima di noi», sostiene il chitarrista. «Le canzoni riguardano l’invecchiamento nella musica pop, nella vita e nell’amore. Roger ed io siamo entrambi vecchi ormai, quindi ho cercato di stare lontano dal romanticismo e dalla nostalgia, se possibile. Non volevo mettere a disagio nessuno. I ricordi vanno bene, ma alcune canzoni si riferiscono alle cose di oggi. Al modo in cui il mondo risponde alle tragedie nazionali e internazionali. A volte mi sembra che siamo stati ingannati di nuovo».

Dopo la morte, per overdose, del batterista Keith Moon nel 1978 e del bassista John Entwistle nel 2002, stroncato da un infarto, Townshend afferma che lui e Daltrey «si sentono spesso come una mezza band». E al chitarrista manca la sezione ritmica originale che aveva dato una impronta precisa al sound degli Who quando la band era al suo apice. «Ciò che unificava il suono dell’album che stavamo registrando in studio con Keith, John e Pete era il fatto che suonavano insieme: c’era un suono e un dinamismo che univano tutto», sottolinea Townshend. «Non lo facciamo da molto tempo, quindi è uno dei motivi per cui non abbiamo fatto dischi. Non abbiamo una band che possiamo trascinare in uno studio e fare jam. Non c’è quel momento in cui ci riunivamo tutti e quattro, entravamo in uno studio e, one-two- three-four, cominciavamo a suonare i brani».

Townshend si sente un sopravvissuto. A un’epoca di eccessi. Alla macchia lasciata dalle infamanti accuse di pedofilia dalle quali è stato assolto. È consapevole del ruolo importante che ha per lui e per il sodale Roger Daltrey il marchio degli Who. «È un marchio che è più grande di entrambi … che potresti portare a Las Vegas se vuoi. Quando ci riuniamo sotto quel banner ci viene conferito una spolverata magica di polvere di stelle storica che attira un pubblico che non è formato soltanto da vecchi fan. Ci sono anche molti giovani curiosi. Sono le persone che sono interessate alla nostra storia». La storia di una delle più grandi rock band di tutti i tempi.

Il disco come il tour non sarà «la fine di tutto». «Finché Roger riuscirà a cantare come cantava una volta, e ha cantato incredibilmente bene negli ultimi cinque, sei anni, noi continueremo», assicura Townshend. A quarant’anni Pete Townshend si poneva un limite. «Il rock non è come il blues o il jazz, deve esserci una fine» ragionava. Oggi la pensa diversamente. «Non ritengo che il problema riguardi tanto l’età quanto la pertinenza» spiega. «I Millennials la pensano diversamente dai Boomers. Il rock, come il jazz e il blues, ha un ruolo legalizzato ora. Quindi quello che faccio sul palco non è il problema, è perché sono lì in primo luogo, e perché le persone pagano perché io sia lì. Circa un quarto dei nostri partecipanti al concerto ha meno di quarant’anni. Non sembriamo proprio essere respinti! Spero che capiscano che non sono lassù per provare a provare qualcosa. Sono lì per guadagnare la mia pensione. Ho una famiglia, dei nipoti, parenti malati…».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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