EconomiaPickline2019Primo Piano

Sette risposte a sette domande per comprendere il Mes

Dalla “minaccia” per i risparmiatori italiani al “salvataggio” delle banche tedesche: tutti i punti più controversi della riforma del Meccanismo Europeo di stabilità

Che cos’è il Mes, come funziona e perché l’Italia ne risulterebbe una vittima? Sono le domande più frequenti sulla riforma del Meccanismo Europeo di stabilità, che da diverse settimane monopolizza il dibattito politico e alimenta lo scontro anche all’interno della maggioranza di governo. Eppure sulla questione c’è ancora molta confusione: ecco i punti principali per orientarsi.

Che cos’è il Mes?
Il Meccanismo Europeo di Stabilità (noto anche come MES) è un fondo alimentato dai Paesi che condividono l’euro ed ha il compito di intervenire a sostegno di quelli che dovessero trovarsi in difficoltà economiche.

Il Mes è un organismo privato?
No, il Mes è finanziato con soldi pubblici, governato da soggetti indicati dai governi nazionali. Infatti, il Consiglio dei Governatori (Board of Governors) è composto dai Ministri delle Finanze dei Paesi aderenti, mentre il gabinetto esecutivo (Board of Directors) è composto dai 19 direttori indicati dai Governatori (gli stessi ministri delle Finanze).

Gli italiani hanno versato in questo fondo 14 miliardi?
Sì, con alcune doverose precisazioni. I 14 miliardi versati sono stati reperiti tramite una emissione dedicata di titoli di Stato. Con questo pagamento siamo divenuti titolari del 17% di un patrimonio complessivo pari a 80 miliardi e, pertanto, oggi deteniamo una partecipazione attiva di pari valore rispetto al debito assunto. Si consideri che il Mes, all’occorrenza, concede finanziamenti (non elargizioni) che prevedono la corresponsione di un tasso d’interesse. Ne consegue che il costo effettivo per l’Italia sarà dato dalla (eventuale) differenza tra il tasso passivo pagato sui titoli emessi e quello attivo percepito dalla partecipazione al fondo. Insomma, semmai qualche milione, e non i 14 miliardi di cui si urla.

Saremo obbligati, con la riforma, a pagare altri 122 miliardi?
Il fondo disporrà di una dotazione potenziale stabilita in 700 miliardi. L’imponenza di tale limite massimo trova giustificazione nella comprensibile intenzione di voler scoraggiare eventuali attacchi speculativi da parte dei mercati che, in tal caso, si troverebbero di fronte a una ragguardevole potenza di fuoco contraria. Le probabilità che il versamento dei richiamati 700 miliardi possa essere in futuro effettivamente richiesto sono molto esigue. In ogni caso, se tale evenienza dovesse realmente concretizzarsi, è previsto che il Mes possa reperire le somme necessarie attraverso specifiche emissioni di bond garantiti “pro quota” dagli stati partecipanti. Nessun salasso è dunque previsto per i cittadini e, men che meno, prelievi forzosi dai conti correnti come irresponsabilmente paventato da qualche agguerrito politico in questi giorni.

Il Mes è una minaccia per i risparmiatori Italiani detentori di titoli di Stato?
Per quanto estrema, la possibilità che i bond di un Paese che chiede assistenza al Mes possano essere oggetto di ristrutturazione esiste realmente. Ristrutturare significa che detti titoli subirebbero una riduzione del loro valore con conseguenti perdite per i loro detentori. Tuttavia, è importante considerare che la richiesta di “aiuto” al Mes si renderebbe necessaria soltanto nella sciagurata e molto improbabile circostanza in cui non dovessimo più riuscire a collocare i nostri titoli di Stato sui mercati. Pertanto, ancor prima della eventuale ristrutturazione sopra richiamata, la riduzione del valore di tali titoli sarebbe già avvenuta e in misura ovviamente rilevante. Ciò a dimostrazione della natura strumentale del polverone sollevatosi sulla questione della “ristrutturazione del debito”, peraltro mai espressamente citata nel testo della riforma.

L’Italia non può accedere al Mes perché non è in regola con i parametri?
Chi solleva questa obiezione fa riferimento in particolare al rispetto del parametro del 60% del rapporto debito/pil che escluderebbe il nostro Paese da un programma di aiuti. In realtà le procedure previste sono due: il Pccl (Precautional Conditioned Credit Line) per coloro in linea con i parametri e l’Eccl (Enhanced Conditions Credit Line) per coloro che non li rispettano. In questo caso, che sarebbe il nostro, non scatterebbe alcuna richiesta automatica di ristrutturazione. Si attiverebbe invece una procedura di valutazione sulla sostenibilità del debito, che sarà svolta a cura della Commissione Europea con il supporto “tecnico” del Mes stesso.

Il Mes servirà a salvare le banche tedesche con i soldi degli italiani?
Uno dei temi toccati dalla riforma è il cosiddetto “backstop” a favore delle banche. Tale misura si prefigge l’obiettivo di intervenire, in ultima istanza, in soccorso di una banca che dovesse trovarsi in crisi. Gli aiuti previsti saranno direttamente indirizzati alla banca interessata, evitando così di appesantire il debito dello stato di appartenenza. In riferimento alla Deutshe Bank, spesso indicata dai detrattori della riforma come il principale pericolo, bisogna dire che lo stesso istituto è uno dei trenta considerati sistemici dal Financial Stability Board. Ne consegue che, in caso di crisi, potrebbe ben intervenire la Germania con le ingentissime risorse di cui notoriamente dispone, senza contravvenire a nessuna regola sul bail in.

Tutto bene, dunque?
No, esistono, a parere di chi scrive, almeno due importanti aree di miglioramento su cui sarebbe utile intervenire. La prima riguarda l’utilità di porre in rilievo che la richiesta di ristrutturazione rappresenta una misura estrema, da prendere in considerazione soltanto come estrema ratio. La seconda, l’esplicitazione di un impegno a ricercare, nella gestione delle crisi eventuali, soluzioni mirate più alla crescita economica che a misure di austerity esageratamente gravose a carico dei cittadini.

Tags

Related Articles

Back to top button
Close