Lo streaming ucciderà il cinema o gli garantirà una nuova vita?

Il dibattito è aperto fra coloro che vedono nell’avvento delle web tv Netflix, Amazon, Apple e Disney un attacco alle sale e chi invece pensa che farà bene alla produzione. Dal grande schermo al salotto di casa. La capitolazione della grande industria e di mostri sacri come Scorsese

Dicendo che i film della Marvel «non erano cinema, ma parchi a tema», Martin Scorsese ha giustificato il suo abbraccio a Internet. Il suo ultimo film, “The Irishman”, nei cinema per sole tre settimane, dal 27 novembre ha preso la residenza permanente su Netflix. Senza la piattaforma di streaming, ha spiegato il regista di “Taxi Driver”, non avrebbe potuto girare “The Irishman” (per via dell’alto budget, che difficilmente altri avrebbero finanziato), ma pur dicendosi molto grato verso Netflix, lui «vorrebbe vedere i suoi film nei cinema: solo che spesso sono “affollati” da film come quelli della Marvel».

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L’anno e il decennio che stanno finendo descrivono un finale diverso. Le prove sono lì, sul televisore, sul laptop, sul tablet o sullo smartphone, fredde come un corpo sulla lastra: “The Irishman” di Martin Scorsese e “Marriage Story” di Noah Baumbach, due delle uscite cinematografiche più importanti del 2019, sono disponibili per essere guardate mentre chatti, mangi, scorri i social media. Così come “Atlantics” del regista franco-senegalese Mati Diop, vincitore in maggio del Festival di Cannes noto per la sua posizione ostile nei confronti di Netflix. E, in precedenza, c’era stato “Roma” di Alfonso Cuarón, premiato con il Leone d’Oro e con l’Oscar. Questi film sono entrati nelle nostre case senza subire il tradizionale ciclo di vita cinematografico: alcuni mesi sul grande schermo, poi altri tre o quattro mesi in un limbo prima di arrivare su DVD, televisione e circuito di repertorio, dove resteranno per il resto dei loro giorni. È un piccolo esempio, limitato a una sola compagnia di streaming (ma con 160 milioni di abbonati nel mondo), per indicare che in giro c’è molto cinema, ma che per vederlo la maggior parte degli spettatori presto dovrà rimanere a casa.

The Irishman

Nulla di nuovo, direte. Tanta gente non va al cinema e guarda i film a casa fin dai primi giorni della televisione. Dubito che qualcuno sia così tanto un purista per rifiutarsi di guardarli in quel modo, ma non devi essere uno snob cinematografico per preferire il grande schermo, dove le immagini sembrano migliori e c’è una maggiore socializzazione. D’altro canto, però, potresti dover sopportare proiezioni poco illuminate, sedie scomode e sporche, un suono confuso o essere bombardato da venti minuti di spot pubblicitari prima di ogni film. Per non parlare delle distrazioni: il cellulare che suona, l’arrivo di sms, il vicino di poltrona che parla, bambini urlanti, rumorosi bocconcini di popcorn o altri odori nauseanti.

Un televisore con uno schermo piatto decente può offrire un’esperienza estetica perfettamente adeguata, persino superiore, che puoi gestire. Stando davanti alla tv, ti puoi concedere le tue distrazioni. Puoi mettere in pausa l’immagine, controllare la tua e-mail, fare una scappatina in cucina per uno spuntino, avanzare rapidamente attraverso le parti lente, passare alle notizie. Nella privacy della tua casa sei libero di profanare un’opera d’arte alle tue condizioni: vedere tutto d’un fiato una serie tv o spezzettare a puntate un film. Soprattutto non c’è uno spot a interrompere una emozione. Il tuo salotto si trasformerà in un comfort cinema. Anche dal punto di vista economico è più che conveniente. Andare al cinema costa come minino 7 euro a persona, l’abbonamento a Netflix va da 7,99 euro al mese per il “base” a 15,99 per il “premium”. Ancora meno Apple tv che dallo scorso primo novembre offre contenuti interamente inediti per 4,99 euro al mese.

Appena quattro anni dopo la prima produzione Netflix con il film “Beasts of No Nation”, l’industria del cinema sembra aver capitolato. E che ormai la strada sembri tracciata lo indicano le candidature ai Golden Globes: una vera e propria dichiarazione d’amore nei confronti di Netflix, con 34 nomination per produzioni cinematografiche e televisive della piattaforma di streaming, 17 delle quali condivise da “The Irishman”, “Marriage Story” (con ben 6), “The Two Popes”, con Anthony Hopkins e Jonathan Pryce, e il ritorno di Eddie Murphy in “Dolemite Is My Name”.

The Two Popes

Coloro che sostengono che è tutto per il bene del cinema dovrebbero considerare che Netflix ha strappato alle ruspe il cinema “Paris” a New York (e un altro lo aprirà a Los Angeles) non tanto per salvare dalla demolizione l’ultimo monosala rimasto a Manhattan, ma per dedicarlo esclusivamente al proprio prodotto. L’esigenza di disporre di una o più sale “brick and mortar” (strutture aziendali fisiche) per mostrare i propri film d’autore nasce da una confluenza di due fattori: da un lato la condizione per le nomination posta dall’Academy of Motion Pictures, che amministra gli Oscar a cui Netflix aspira, ovvero che i film siano proiettati per almeno una settimana a New York o a Los Angeles; dall’altra il boicottaggio delle grandi catene che hanno sabotato la distribuzione di pellicole come “The Irishman” di Martin Scorsese in quanto Netflix non accetta di tenerli in esclusiva nelle sale per almeno 30-90 giorni. Una strategia di “integrazione verticale”, pratica messa fuori legge dalla Corte suprema degli Stati Uniti nel 1948, in base alla quale i principali studi non solo producevano film, ma possedevano e monopolizzavano i cinema in cui venivano proiettati.

Netflix, inoltre, sta sperimentando la possibilità di vedere i suoi contenuti in modo accelerato, con una velocità massima di 1,5 volte superiore rispetto al normale. In questo modo si potrà divorare più rapidamente film e serie tv. Ipoteticamente, con questo trucco, uno spettatore può fruire di giornate da 36 ore invece di 24. È il nuovo fuso orario del mondo virtuale. Si prospetta un altro rischio. Matt Zoller Seitz ha recentemente pubblicato un preoccupante articolo su Vulture su come la Disney, in possesso del catalogo della 20th Century Fox, non permetterà che i titoli Fox vengano proiettati in pubblico. In pratica, saremo costretti a stringere un legame di fedeltà aziendale con Netflix o Amazon, oppure una delle tante piattaforme digitali che stanno per inserirsi nelle smart-tv. Sono in molti a tremare per per lo sbarco di Disney Plus: in America è già attiva (6,99 dollari al mese) e nelle prime 24 ore del lancio ha raggiunto i 10 milioni di iscritti. In Italia arriverà il 31 marzo 2020.

Lo streaming se da una parte rischia di limitare l’accesso, dall’altra lo estende. Già da adesso più film sono disponibili per più persone in più luoghi rispetto a prima ed a qualsiasi ora del giorno o della notte. Basti pensare che 26 milioni di persone hanno visto almeno il 70% del film “The Irishman” nella sua prima settimana di streaming. Certo, si perderà il senso dell’evento, della prima, e tutte le esperienze diventeranno equivalenti. Andare al cinema è un divertimento, un’avventura e un impegno. Guardare la televisione è un’impresa più passiva. Si basa su familiarità, comfort, sicurezza del proprio divano o smartphone. Piegare una forma d’arte a volte difficile, altre strana, spesso sublime, in quell’universo è un modo per seppellirla. Finirà come per la musica, resuscitando il vinile dopo la morte del disco. In questo caso potranno avere una nuova vita i cinema d’essai.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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