Top20 2019: è di Billie Eilish il miglior disco

“When We All Fall Asleep, Where Do We Go?” è la colonna sonora di questo complicato nuovo millennio. In questo disco si riconosce la Generazione Z. La cantautrice di Los Angeles sta inaugurando una nuova era nel pop. Gli altri album dell’anno

«Mi sento triste quando lei è triste. Mi sento felice quando lei è felice. Mi sento arrabbiata quando è arrabbiata», scrive una fan di Billie Eilish, la tredicenne Amelia, su Instagram. Lo zoccolo duro dei fan della cantautrice diciottenne sono i Gen Z-ers, adolescenti fra i 13 ed i 17 anni, per la maggioranza ragazze, molto più mature di quanto possa lasciar trasparire l’età. Un po’ come la loro eroina, che a 17 anni ha debuttato con “When We All Fall Asleep, Where Do We Go?”.

L’album, uscito lo scorso marzo, ha raggiunto il numero uno in America, Regno Unito, Canada e Australia. È diventato il disco d’esordio più venduto in America negli ultimi dieci anni (sia tra uomini, donne che gruppi) con oltre 313mila copie nella sola prima settimana di pubblicazione. Ad oggi ha totalizzato oltre 24 miliardi di stream nel mondo. Non solo: Billie Eilish è ufficialmente la prima artista nata in questo millennio ad aver raggiunto sia la posizione n. 1 dei dischi che dei singoli ed è la terza artista femminile negli ultimi 31 anni con più canzoni in vetta alla Billboard Alternative Songsairplay chart (insieme a Alanis Morrissette e Sinead O’Connor).

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Per capire questa ascesa fulminante, basta sbirciare tra le lettere delle fan. «Le canzoni di Billie raccontano spesso storie o esprimono sentimenti che ho avuto difficoltà a capire», scrive Saima, una tredicenne danese, secondo la quale la musica della cantautrice di Los Angeles l’ha aiutata a superare un momento difficile. Questa connessione emotiva è un filo conduttore comune tra tutti i fan che inviano messaggi dall’Italia all’Australia.
«I suoi testi sono così crudi e veri, mi aiutano a superare i tempi buoni e quelli cattivi», scrive la quindicenne australiana Joelie. «Sono un caldo abbraccio e mi hanno insegnato a non preoccuparmi di ciò che pensano gli altri e invece di essere me stessa». Perché la ragazzina di “When We All Fall Asleep, Where Do We Go?” non solo ha reinventato il pop con il suo minaccioso rap, ma ha stravolto i canoni della popstar. Fluo, oversize, baggie, esagerato, “senza genere”, ha abbattuto il binomio della brava ragazza-cattiva ragazza del pop, dando vita a una generazione di giovani stelle femminili che non hanno alcuna intenzione di conformarsi alle idee degli adulti sui modelli per i giovani. Lei, come i Nirvana di Kurt Cobain, appartiene a quella rara specie di artisti che ogni due-tre decenni ridefinisce le regole del gioco e l’immaginario collettivo, sgretolando le certezze del marketing musicale. La prima regola che Billie ha sovvertito in una manciata di mesi è che per sfondare a 17 anni non è indispensabile essere una sexy adolescente con la silhouette d’ordinanza, magari griffata dalla testa ai piedi e ricoperta di make up.

«Rappresenta l’antitesi della generazione pop con cui molti ragazzi sono cresciuti», commenta la stilista Samantha Burkhart. Dalla totale mancanza di sessualità nella sua estetica al forte uso di elementi visivi horror nei suoi video musicali, Eilish sta inaugurando una nuova era nel pop.

«A Billie non interessa l’opinione di nessuno», scrive un fan belga di 13 anni. «Indossa ciò che vuole e non le importa delle persone che parlano male di lei». «Adoro lo stile di Billie», aggiunge Megan, una diciassettenne del Michigan. «Mi invita a essere me stessa e indossare ciò che voglio». Nei suoi testi la cantautrice sembra toccare il desiderio collettivo della generazione di ragazze post #MeToo, di prendere il controllo e di essere registe della propria creatività.

La musica di Billie Eilish – ricca di contraddizioni: dolce ma drammatica, infantile e matura nello stesso tempo – è la colonna sonora di questo complicato nuovo millennio. Appuntamento per il 17 luglio 2020 al MIND Milano Innovation District – Area Expo, quando il tour mondiale della nuova stella pop farà tappa anche in Italia con un’unica data evento.

QUESTA LA TOP20 DEL 2019:

1.Billie Eilish – “When We All Fall Asleep, Where Do We Go?”

2. Nick Cave – “Ghosteen”
Un capolavoro di poesia e musica con cui l’artista elabora il lutto attraverso l’immaginazione.

3. La Municipàl – “Bellissimi Difetti”
La band pugliese formata dai fratelli Carmine e Isabella Tundo è la sorpresa italiana. “Il funerale di Ivan” (“Rivederti tra le nomine / Di una sinistra che si è persa tanto tempo fa / Come ti cambia la politica”), “Major Tom” ispirata da David Bowie, “Finirà tutto quanto” e la title track lasciano il segno.

4. Giovanni Truppi – “Poesia e civiltà”
Come nel caso de La Municipàl, anche questo album è una dimostrazione che si può fare musica senza essere banali, affrontando temi sociali e politici.

5. Bruce Springsteen – “Western Stars”
Alcuni critici lo hanno “bollato” come disco da cowboy. Sbagliato. È indiscutibilmente uno dei più intimi, intensi e riflessivi di Bruce. Come nel suo capolavoro del 1982, “Nebraska”, Springsteen si concentra maggiormente sulla voce. E sulle parole.

6. Sam Fender – “Hypersonic Missiles”
Il ventiquattrenne della working-class è un talento raro. L’America rock del Boss e di Tom Petty trasferita a Newcastle.

7. Cesare Basile – “Cummeddia”
Canzoni ostiche, Basile prosegue il processo di prosciugamento della musica. Gli undici brani sono talkin’ blues che mescolano la Sicilia al blues del deserto e a quello del Mississippi, bluegrass ed elettronica.

8. Big Thief – “Two hands”
Il secondo album dell’anno della band di Brooklyn è più terrestre di “UFOF”, la collezione luminosa arrivata in primavera. Qui cantano di morte e malattia, preoccupazioni elementari che tuttavia raggiungono una sorta di piano superiore grazie al tenace, incrinato songwriting che li sta rapidamente affermando come la risposta di Brooklyn ai Crazy Horse.

9. Caleidø – “Fate silenzio”
La band di Misterbianco cavalca l’onda indie-pop: tra le righe si scorge il ritratto di una generazione in bilico tra malinconia e disperazione, senso di confusione e vuoto.

10. Mario Venuti – “Soyuz 10”
Nostalgia di un mondo nuovo, fatto di suoni, parole e sentimenti del passato. L’album è una sorta di manifesto di un artista che può forse essere definito l’ultimo dei vecchi e il primo dei nuovi cantautori.

11. Luca Madonia – “La piramide”
Tra echi dei Denovo e dei Beatles, è un tuffo nelle atmosfere musicali degli anni Sessanta in compagnia di tanti amici. Un viaggio sonoro con grande classe ed eleganza.

12. Felice Marsili De Medici – “Aut de Gamme”
Battisti e Luigi Tenco, il cantautorato-indie e Ennio Morricone, Manu Chao e il Sudamerica, blues e valzer, Cesare Basile e punk folk, cowboys e indiani. C’è tutto questo nell’album del catanese Felice Briguglio, in arte “Felice Marsili De Medici”.

13. Partinico Rose – “Songs for Sad and Angry People”
Dopo suore e meteore da talent, finalmente da Ragusa arriva una voce fuori dal coro. Un potente muro di chitarre, una voce che richiama Robert Smith dei Cure, un linguaggio esplicito (inglese), interpretazioni dalle tinte forti, un album rock suonato con grinta e pulizia.

14. Fontaines DC – “Dogrel”
L’immagine della band di Dublino è vivida e impetuosa come le visioni di Joyce. Canzoni di una bellezza rude, spavalde e allegre, ma anche le ballate sono ugualmente buone, con una tristezza da piano-pub.

15. The Murder Capital – “When I Have Fears”
L’altra storia di successo post-punk di Dublino insieme a Fontaines DC, nei The Murder Capital c’è ancora un tocco di liricità. Oltre il garage-rock metronomico, il frontman James McGovern sembra scrivere un romanzo gotico.

16. Iggy Pop – “Free”
La clamorosa svolta dell’Iguana, che flirta con il jazz come il David Bowie di “Blackstar” e con la poesia di Lou Reed. Un disco melanconico, amaro, crepuscolare per il superstite del “triangolo sacro” del rock

17. Mannequin Pussy – “Patience”
Per il loro primo album con la leggendaria etichetta pop-punk Epitaph Records, il quartetto di Filadelfia frulla punk trash con melodici, grandi inni di angoscia e rimpianto. Ascoltare la cantante Marisa Dabice sogghignare, piangere, sussultare e ruggire in “Drunk II” significa entrare nella sua psiche in frantumi. Canta con una ferocia raramente ascoltata nella playlist di facile ascolto dell’attuale indie; la sua presenza praticamente fa vibrare l’intera band.

18. Purple Mountains – “Purple Mountains”
Storie di depressione e disperazione sono più facili da prendere con la piena conoscenza del lieto fine. “Purple Mountains”, ‘’ultimo album di David Berman, pubblicato ventisei giorni prima di togliersi la vita all’età di 52 anni, non offre questo lusso. Diverse canzoni – “I morti sanno cosa stanno facendo quando lasciano questo mondo alle spalle”, da “Nights That Won’t Happen”, o “Non c’è modo di durare qui così a lungo” da “All My Happiness Is Gone” – sembrano puntare a quello che sarebbe successo. Sentirli adesso si è emotivamente sopraffatti.

19. FKA Twigs – “Magdalene”
La cantautrice, musicista e ballerina britannica alterna un falsetto doloroso e una voce serrata e graffiante, piena di rimpianto. “Cellophane” è una canzone straordinaria.

20. Celeste – “Compilation 1.1”
Sangue giamaicano, natali a Brighton, nella sua voce piena di sentimento e commovente si riascoltano quelle di Aretha Franklin, Billie Holiday e Ella Fitzgerald. Paul Weller l’ha chiamata alla sua corte. Il suo nome è Celeste, astro nascente della new wave jazz britannica.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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