Cinema

Come Ricky Gervais ha umiliato l’intero star system ai Golden Globes

Il comico inglese si è cimentato nell'ennesimo monologo politicamente scorretto, prendendo di mira mezza Hollywood: da DiCaprio all’ISIS, passando per attori e ringraziamenti impegnati, Scorsese e i cinecomic, Ronan Farrow, Jeffrey Epstein, Netflix, Apple, Amazon e Disney

Politicamente scorretto, cattivo all’ennesima potenza, ma ha anche dei difetti. Per Golden Globes intendiamo le palle di Ricky Gervais, giusto? Lui è quell’amico con cui vorremmo ubriacarci in un bar, fare a pugni e poi abbracciarci. I Globes, invece, sono quell’istituzione un po’ modaiola, un po’ ipocrita e parecchio clientelare che ogni anno spartisce con rigorosa economia un’ambita sequela di statuine, dopo mesi di “campagna elettorale” che – contrariamente alla politica di riservatezza circa i nominativi dei votanti programmaticamente perseguita dalla HFPA – subissa la novantina di “grandi elettori” della stampa estera di letterine, gadget, sceneggiature, autografi, cocktail, meet&greet, foto ricordo e ringraziamenti personalizzati. E tante care cose alla riservatezza. Con buona pace di tutti, fatta la legge trovata l’inganno. A quanto pare, tutto il mondo è paese e la Hollywood Foreign Press Association non è certo esente. Ma il comico britannico, sul palco del Beverly Hilton Hotel, storica sede della manifestazione, è tornato per la quinta volta a presentare i Golden Globe Awards, giunti alla loro 77ma edizione, e lo ha fatto con un monologo particolarmente pungente, che non ha risparmiato niente e nessuno.

La cerimonia è appena iniziata e il conduttore si assicura che tutti restino svegli. Ne ha per tutti: dall’altezza di Martin Scorsese alle partner molto più giovani di Leonardo Di Caprio, da Netflix a Ronan Farrow e Jeffrey Epstein, fino ad attaccare apertamente multinazionali come Apple, Amazon e Disney. Qualcuno lo ha criticato ma tantissimi hanno condiviso il proprio entusiasmo sui social per la tirata d’orecchie fatta all’intero star system.
Ha messo subito le mani avanti, facendo intuire quanto esplicito sarebbe stato il contenuto del monologo e perculando amabilmente i padroni di casa: «Sicuramente vi farà piacere sapere che questa è l’ultima volta che presento questi premi, quindi non mi interessa più nulla di come andrà a finire. Scherzo, in realtà non mi è mai importato niente. E neanche alla NBC interessa. Kevin Hart non ha presentato gli Oscar per alcuni tweet offensivi… Per mia fortuna la Hollywood Foreign Press parla a stento inglese. Non hanno la più pallida idea di cosa sia Twitter». Non era poi granché velato il chiaro riferimento ad alcuni recenti tweet controversi, giudicati profondamente transfobici. Ma era solo l’inizio, ne era consapevole lui e ne era consapevole l’audience. Gervais ha continuano dedicando un pensiero all’ex star di Desperate Housewives condannata lo scorso agosto a 14 giorni di prigione: «Sono arrivato in limousine stasera, e la targa l’aveva fatta Felicity Huffman. No, in fondo mi dispiace per sua figlia. Deve essere stata la cosa più imbarazzante della sua vita, e suo padre era stato anche uno dei protagonisti di Svalvolati on the road!». Ma, come ha voluto precisare, le sue erano solo battute, in fondo «moriremo presto e non ci sarà un sequel».

Soffermandosi sugli ospiti della serata: «Ci sono tante celebrità qui stasera, leggende, icone. Solo a questo tavolo ci sono Al Pacino, Robert De Niro, Baby Yoda. Ah no, è Joe Pesci. Ti voglio bene amico, non farmi accoppare». E ancora sul film di Scorsese, sull’ultimo Tarantino e la querelle sui cinecomic: «The Irishman è un film incredibile ma non si tratta dell’unico film epico. C’era una volta a… Hollywood dura quasi tre ore. Leonardo DiCaprio ha presenziato alla premiere e alla fine del film la sua fidanzata era troppo vecchia per lui! Il più grande regista vivente ha fatto notizia per alcune sue dichiarazioni controverse sui film della Marvel. Ha detto che non si tratta di vero cinema e che gli ricordano i parchi a tema. Sono d’accordo, anche se non mi è chiaro il perché vada in giro nei parchi a tema. Non è troppo cresciuto per andare sulle giostre?». Martin, dal tavolo, annuisce e Bob De Niro se la ride. E poi tocca a Netflix e alla stoccata al MeToo: «A nessuno interessa più niente dei film, nessuno va al cinema. Tutti guardano Netflix. Questo cerimonia avrebbe più senso se venissi qui semplicemente a dire “Brava Netflix, hai vinto. Tutto”. Ma questa serata non è dedicata solo a coloro che sono davanti alla macchina da presa. In questa sala ci sono alcuni degli executives televisivi e cinematografici più importanti del mondo. Sono persone che hanno una cosa in comune: sono tutti terrorizzati da Ronan Farrow».

L’irriverenza è tale che il presentatore invita lo spettatore a cambiare canale e a guardare qualcos’altro, alludendo anche ai dubbi che hanno accompagnato il suicidio di Jeffrey Epstein, morto in carcere la scorsa estate, dopo essere stato coinvolto in uno scandaloso traffico di prostituzione minorile: «Invece di guardare questo show potreste fare binge watching di tutta la prima stagione di Afterlife. È una serie che parla di un uomo che vuole suicidarsi dopo che la moglie è morta di cancro e in ogni caso è più divertente di questa cerimonia. Spoiler: c’è una seconda stagione in arrivo, quindi alla fine l’uomo non si uccide. Proprio come Jeffrey Epstein! Silenzio. So che era vostro amico ma non mi interessa». Ed era immancabile anche il riferimento a Cats, il chiacchierato adattamento del musical di Andrew Lloyd Webber: «Il mondo ha avuto modo di vedere James Corden nel ruolo di un grassa fighetta – “fat pussy” è gioco di parole immediato e allusivo – Era anche in Cats, ma nessuno lo hai visto. E le recensioni sul film? Terribili. Hanno scritto che Cats è la cosa peggiore che potesse capitare ai gatti dopo i cani. E Judi Dench ha difeso il film, dicendo che era il ruolo per cui era nata. Questo perché lei… non posso dire questa battuta… perché lei sa che non c’è niente di più bello di starsene lì, con il culo sul tappeto, leccandosela con le gambe aperte. Lei è della vecchia scuola!». Bersaglio del monologo anche AppleTV+, che ha recentemente debuttato come produttore di contenuti televisivi: «Apple si è messa in gioco con serie tv come The Morning Show, un dramma superbo che parla dell’importanza della dignità, di fare la cosa giusta, realizzato da una compagnia che sfrutta la manodopera cinese. Le compagnie per cui lavorate sono incredibili. Apple, Amazon, Disney. Se l’ISIS lanciasse il suo servizio streaming, contattereste subito il vostro agente [per lavorare con loro], non trovate?». Gervais parla non a caso di “sweatshop”, termine spregiativo per definire luoghi di lavoro sporchi, malsani e affollati in cui il personale è sottopagato. E rivolgendosi ancora all’ipocrisia dei premiati impegnati presenti in sala: «Quindi, se stasera vincete un premio, non usate la vostra piattaforma per fare un discorso politico. Non siete nella posizione di dare lezioncine al pubblico su nulla. Non sapete nulla del mondo reale. La maggior parte di voi ha passato meno tempo a scuola di Greta Thunberg. Quindi, se vincete, venite su, accettate il vostro piccolo premio, ringraziate il vostro agente e il vostro dio e andate a farvi fottere».

La cosa più divertente del suo discorso ai Globe è stato vedere le reazioni dei presenti, a partire da quella esilarante di Tom Hanks, divenuta subito “meme material”. Si è preso gioco del livello culturale di mezza Hollywood ma, nonostante la sua “esortazione”, non sono comunque mancati alcuni discorsi politici e riferimenti all’ambiente, in particolare alla situazione in Australia, con Michelle Williams e Patricia Arquette protagoniste di ispirate prove drammatiche. Gervais non è certo un comico per famiglie. Il suo umorismo si basa essenzialmente su ciò che è considerabile politicamente scorretto, sull’erotismo e sulla religione. Si era presentato alla 68esima edizione preannunciando sarebbe stata una notte di festa e bevute pesanti ed aveva finito per svecchiare una manifestazione considerata vetusta e dagli ascolti fallimentari: aveva demolito Charlie Sheen e i suoi scandali sessuali («Ha pagato una “pornostar” perché cenasse con lui, presentata all’ex moglie, come si fa di solito. È andato in hotel, si è ubriacato, ha devastato tutto mentre lei era chiusa in armadio. Ed era lunedì! Che fa a capodanno?»), alluso a tangenti e politiche clientelari dietro la candidatura del flop The Tourist con Johnny Depp e Angelina Jolie, umiliato Bruce Willis e Tim Allen, lodato la “versatilità interpretativa” di Sylvester Stallone, menzionato la riabilitazioni e gli arresti di Robert Downey Jr. Il tutto farcendo passare in sordina il successo di Colin Firth, The Social Network e Aaron Sorkin. Se i “colleghi” avevano fatto quadrato intorno a lui in difesa della libertà d’espressione comica, Letterman avrebbe rapidamente licenziato l’argomento: «Se avessero un po’ di cervello (riferito alla HFPA) – e chiaramente non ne hanno – lo assumerebbero a tempo pieno. È esattamente ciò che serve a quel mondo. Questo tizio è un genio».

Eppure, questa caustica comicità ha finito per riabilitare persino gli ascolti di quell’istituzione vetusta e ambigua che ha deciso di legittimarlo. Alla fine il comico sfotte amabilmente proprio loro, quei giornalisti settari seduti intorno gli eleganti tavoli con i loro Möet. Quanto costa noleggiare Ricky Gervais per la serata dei David? Faremmo partire il crowdfunding per averlo anche solo un minutino. Ah già, l’indomani partirebbero interrogazioni parlamentari, cda RAI straordinario oltre ai tweet schizofrenici dei vari “ga5parr1 e anza1d1”. Ci aveva provato qualche anno fa il buon Paolo Ruffini, dando in diretta della “topa” a Sofia Loren ma l’ipocrisia dell’industria gli ha subito tirato il culo come un capanno. Gli States non sono poi così differenti dal Belpaese. Ma forse altrove sanno prendersi meno sul serio.

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Marco Fallanca

Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Partigiano del Web, opinabile e pedante opinionista, arbitro di calcio, disilluso podista, precoce e accanito cinefilo che possiede a casa una videoteca con oltre 9000 film. Già giurato del 61º TaorminaFilmFest, seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori, in realtà sono un genio ma è molto più comodo non darlo troppo a vedere. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.
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